Spesso, quando si parla del Vajont, viene avanzata l'idea che gli ingegneri della SADE fossero a conoscenza dell'instabilità del versante del monte Toc PRIMA di iniziare la costruzione della diga. Che cioè la società committente sapesse dell'esistenza di una frana (da 50 milioni o da 270 milioni di mc, poco importa) che incombeva sul futuro invaso già prima dell'inizio dei lavori (gennaio 1957), ma che nonostante questo si sia ugualmente ostinata nella realizzazione del progetto.
Ne scaturisce quindi una visione d'insieme fuorviante, che porta a conclusioni sbagliate. Con questo, non sono assolutamente in discussione le responsabilità sulla gestione successiva del problema, una volta che esso venne scoperto in tutta la sua drammatica portata.
La cronologia degli eventi è utile per poter stabilire un principio-base, che forse è il primo spartiacque per affrontare l'argomento in modo obiettivo: prima dell'estate 1959 NESSUNO sospettava neanche lontanamente che sul Toc ci fosse una frana di qualsivoglia dimensione. Lasciando per un momento perdere gli studi fatti nella gola del Vajont a partire dagli anni Venti (che per alcuni potrebbero essere fonti sospette, provenendo dal tanto criticato Dal Piaz), anche a livello locale prima di quella data nessuno degli abitanti dei paesi di Erto e Casso ha mai parlato di frane, instabilità o fessurazioni su quel versante, tanto che in molti vi si erano stabiliti in modo definitivo, impiantando stalle, fienili, abitazioni, latterie turnarie. Nemmeno la lettura dei diari parrocchiali, anche dei decenni precedenti, ha mai portato alla luce timori o segnalazioni di criticità sotto al Toc.

Una cartolina dell'inizio degli anni Sessanta: il fotografo dà le spalle alla sorgente del torrente Vajont e guarda verso la diga, nascosta dal promontorio, In sponda destra, il paese di Erto; in sponda sinistra, il versante settentrionale del monte Toc e le varie località che sorgevano ai suoi piedi (credits Lorenzo Dal Cortivo)
Viene spesso chiesto perchè allora non si fossero trasferiti tutti in sinistra, sul pian del Toc oppure verso località adiacenti come la Pineda, Prada, Ceva, Marzana, Orners, visto che era così sicuro, ma soprattutto vista la rigogliosità dei luoghi rispetto alla sponda destra, più arida e scoscesa.
Semplicemente perchè, sotto l'aspetto logistico e organizzativo della vita quotidiana, da secoli il fianco destro era meglio servito: su quel versante esisteva infatti una strada – anzi, l'unica strada – che collegava Longarone con la val Cellina e la val Zemola: dapprima poco più che un viottolo transitabile al massimo con qualche carretto; poi – dall'inizio degli anni Dieci del Novecento – trasformato in carrozzabile per il transito dei primi veicoli a motore; infine, con l'avvento della 1° Guerra Mondiale, ulteriormente allargato per il transito dei veicoli pesanti. E ancora: sullo stesso versante, da tempo immemore erano stati ricavati due importanti sentieri: il Trui dal Carbòn e il Troi de Sant'Antoni, che in realtà sono tuttora parti dello stesso percorso che consentiva agli abitanti di Erto di fare il carico di carbone in val Zemola e portarlo a Longarone per essere venduto.

Una rara foto scattata negli anni Cinquanta lungo il Troi de S. Antoni, sotto il paese di Casso (credits Le Vie della Memoria)
Vivere invece sul fianco sinistro della valle, sebbene le varie località fossero più floride e lussureggianti rispetto alla sponda opposta, non garantiva la stessa immediatezza nei collegamenti, essendo messo in comunicazione con il fianco destro solo tramite alcuni ponticelli in legno, spesso in balìa degli eventi climatici più estremi (ingrossamento delle acque del torrente Vajont, grandi nevicate invernali che isolavano gli abitati, ecc.).

Una rarissima immagine risalente al 1910 dopo i lavori di allargamento della strada che collegava i paesi con la val Cellina
Tutto qui? Tutto qui.
Allora l'asso nella manica che di solito viene sbattuto sul tavolo della discussione è lei: Tina Merlin (che alcuni confondono con Lina Merlin: altra storia, altro personaggio...).
Tina sapeva dell'esistenza della frana del Toc prima del secondo semestre del 1959?
No.
I suoi primi articoli sul costruendo bacino del Vajont portano alla luce esclusivamente i timori degli abitanti di Erto e Casso per la sponda destra, quella dei paesi. Giustamente, si temeva che un bacino così grande potesse compromettere la loro stabilità, con la paura che le case finissero in fondo al lago. Ma in quegli articoli non c'è mai nessun riferimento alla stabilità della sponda opposta, quella del Toc, nemmeno quando Tina scrive sulla costituzione del Consorzio di difesa della valle ertana.

L'Unità, 5 maggio 1959: Tina Merlin scrive dei timori per le sorti di Erto e Casso. Nessun accenno al versante del Toc
Allora, quando la SADE comincia a capire che c'è qualcosa che non va, al Vajont?
All'indomani della frana di Pontesei (22 marzo 1959) Carlo Semenza – che è ingegnere – vuole risposte certe dal suo geologo Dal Piaz: se a Pontesei è venuta giù una frana per problemi di infiltrazioni di acqua nella montagna, quali garanzie ci sono perchè ciò non accada anche al Vajont, appena 7 km distante? E come ogni bravo ingegnere – che accetta risposte solo se accompagnate da dati oggettivi – non si accontenta dell'analisi frettolosamente propinata da Dal Piaz già all'indomani di Pontesei, secondo cui quest'ultima valle “ha caratteristiche orogenetiche diverse da quella del Vajont”.
In quella stessa primavera, Carlo Semenza fa una cosa tanto sorprendente quanto poco conosciuta: forse non pago delle risposte ricevute, estromette Dal Piaz dal ruolo di geologo della SADE (lo manterrà solo come generico consulente, dietro sue piagnucolose insistenze) e incarica suo figlio Edoardo per lo studio delle sponde del Vajont. Quasi contemporaneamente coinvolge nello stesso compito anche un altro famosissimo geomeccanico, Leopod Muller, che già al Vajont si stava occupando dello studio delle fondazioni e delle imposte della diga.
Ed è solo all'inizio dell'estate del 1960, con la conclusione della prima perizia a firma Semenza – Giudici, che per la prima volta in assoluto si parla di una frana di 50 milioni di mc che interessa la zona del pian del Toc – pian de la Pozza; questa è anche la frana di cui per la prima volta parlerà la Merlin nel suo famoso articolo intitolato “Una frana di 50 milioni di metri cubi minaccia vita e averi degli abitanti di Casso”, ma lo farà solo il 21 febbraio 1961, dopo il primo distacco del 4 novembre precedente. La frana da 270 milioni di mc verrà invece localizzata da Semenza (e confermata da Muller) immediatamente dopo il deposito della relazione Semenza – Giudici, nell'ottobre 1960, durante la prima prova di invaso, quando sul versante del Toc, a quote molto più elevate, si apriranno le prime fessurazioni longitudinali di quasi 2 km di lunghezza.

1959: località Pian de la Pozza - Canever, inizialmente individuata da Edoardo Semenza come la porzione di frana da 50 milioni di mc.
Ma allora come possiamo mettere in relazione la scoperta della frana con lo stato di avanzamento lavori della diga?
Semplice.
Alla fine del 1959 – quando cioè si parlò per la prima volta del problema di una frana in sponda sinistra – la diga del Vajont era già quasi finita [1], tanto che a febbraio 1960 – ancora con gli ultimi conci da gettare – inizierà la prima prova di invaso. Insomma, una versione ben diversa da quella tramandata dalla “vulgata”, per cui la SADE avrebbe saputo della frana ancora prima di impiantare il cantiere! E con 12 miliardi e passa delle vecchie lire già investiti, cosa può fare una qualsiasi società committente? Trovare una soluzione che salvi sia l'impianto che le zone abitate circostanti, visto che i geologi sono convinti che la frana è sì inarrestabile, tuttavia controllabile.
Allora, perchè non abbandonare tutto? Perchè ostinarsi a proseguire con le prove di invaso?
Qui, a farla completa subentra la fornitura di tutta una serie di dati geologici contraddittori (vedi Caloi) o addirittura falsanti (vedi Muller e Dal Piaz). Cosa accadde?
Premettiamo che a partire dalla seconda (aprile 1962), non si trattò più di prove di invaso finalizzate al collaudo dell'impianto, ma di tentativi di provocare i tanto sicuri distacchi della frana per fette.
Pietro Caloi tra il 1959 e il 1960 effettua una serie di esperimenti geosismici che lo portano a sostenere in prima battuta che, al di là di uno strato di materiale incoerente di circa una ventina di metri di spessore, la roccia del versante del Toc è costituita da potenti strati compatti; tuttavia, a smentirlo sarà la frana del 4 novembre 1960 che lo costringerà a nuovi studi fatti tra la fine di quell'anno e i primi mesi del 1961: i drammatici risultati lo portano a rivedere la sua precedente perizia, poiché – a suo dire – quei potenti strati compatti da lui individuati appena un anno prima si erano nel frattempo notevolmente fratturati fino a grandi profondità a causa delle enormi pressioni e contropressioni idrostatiche esercitate dal bacino artificiale nelle sue fasi di aumento e di discesa.

Il confronto tra le due relazioni Caloi - Spadea: in alto, quella del 4 febbraio 1960; in basso, quella del febbraio 1961
Muller – passato alla storia per essere stato colui che individuò per primo la frana fatta a M (lo sarà invece Edoardo Semenza) – pur nell'esattezza della sua configurazione e dimensionamento, ne sbaglia tipologia, continuando a parlare di frana di tipo glaciale, caratterizzata pertanto dal distacco progressivo per fette del suo fronte più avanzato, appoggiato in questa valutazione anche da Dal Piaz che – sebbene semplice consulente – pare avesse ancora voce in capitolo nelle determinazioni della società. Muller tuttavia nel suo 15° rapporto individua correttamente nell'acqua piovana un elemento aggravante della situazione che, anche in fase di abbassamento lento del livello del lago, faceva sì che la frana continuasse a muoversi: di qui, il suggerimento dell'installazione dei piezometri di cui parleremo a breve.
Su queste basi, gli ingegneri della SADE – che poco o nulla capiscono di geologia – appaiono dunque più come i passeggeri di un'auto condotta da un autista cieco. Si fanno guidare su una strada sbagliata, che li porta a commissionare al prof. Ghetti le prove su modello, fornendogli tuttavia dati incompleti, riguardanti una frana che scenda a una velocità superiore al minuto, composta da materiale per lo più incoerente che scivoli su un piano di scorrimento dall'inclinazione soltanto intuita. Ghetti, con i dati che gli vengono forniti, farà un buon lavoro, tanto da uscire assolto dal processo dell'Aquila: nelle sue 17 esperienze sul modello in scala egli arriverà a fissare a quota 700 il livello di “assoluta sicurezza” dell'invaso “anche in caso dell'evento più catastrofico di frana” che avrebbe provocato ondate di una ventina di metri, con un minimo sfioro del coronamento.
Nessuno però fino a quel momento parla mai di una frana profonda, che si muova su un unico fronte, ma soprattutto che lo faccia in modo velocissimo. E, di conseguenza, nessuno avanza mai il minimo sospetto di pericolo per il paese di Longarone.
Perchè?
Ce lo dice candidamente lo stesso Muller in dibattimento, durante il processo: perchè prima di quella del Vajont non si era mai vista una frana uguale [2].
E non si può dire che la SADE sia rimasta inerte, nel periodo 1959 – 1963.
Al di là della costruzione della galleria di sorpasso frana (costo: 1 miliardo di lire tutto a carico della società) voluta proprio perchè si continuava a credere a una frana glaciale, che avrebbe semplicemente occluso la forra con più franamenti successivi, la sponda del Toc fu perforata da numerose gallerie, chiamate cunicoli di ispezione, nel tentativo (vano) di intercettare il piano di scorrimento della frana. Di contro, si continuò a trovare sempre roccia fortemente fratturata, addirittura composta da miloniti e ooliti, con intrusioni di marne e argille e infiltrata di acqua che in alcuni casi provocò anche crolli parziali all'interno delle gallerie, soprattutto in quelle più vicine al torrente Massalezza.

La collocazione dei 4 piezometri (credits prof. Pietro Semenza)
Fu poi la volta dei 4 piezometri, tubi in ferro del diametro di poco più di una decina di cm e di lunghezza variabile fino a 170 metri che servivano per la misurazione del livello dell'acqua all'interno della montagna. Dei 4, uno fu messo fuorigioco quasi subito, tranciato dallo scivolamento di uno strato sottostante di terreno. Degli altri tre, fino al settembre 1963 i risultati dei livelli di acqua al loro interno confermano in qualche modo i pareri dei geologi: una frana glaciale, a lento distacco, addirittura con una conformazione “a sedile” che potrebbe anche portare a un suo arresto; ignorano invece l'esistenza di un acquifero molto più profondo, mai intercettato, che sarà il principale responsabile del distacco del 9 ottobre, assieme all'acqua del piovosissimo agosto 1963 rimasta intrappolata alla base della “seduta”, con la quale si comporterà come un gigantesco cric destinato a scardinarla. E quando a settembre iniziano l'ultimo svaso, i piezometri forniscono un dato tanto allarmante quanto tardivo: l'acqua al loro interno non cala più seguendo il livello del lago, ma rimane costante, a significare la completa imbibizione degli strati sottostanti, adesso incapaci di cedere di nuovo l'acqua al lago.
Il resto della storia è purtroppo noto.
Articolo di Gianmarco Calore
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[1] A primavera 1959 la quota raggiunta dalla diga era compresa tra 690 e 700 sul massimo di 721,60.
[2] cfr. Reberschak - Miscellaneo - Bacchetti, Vajont. La prima sentenza
