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Dopo la distruzione di Longarone, l'enorme massa di acqua, fango, detriti di ogni genere iniziò la sua discesa lungo il corso del Piave, distruggendo e danneggiando strutture anche a notevole distanza dal luogo del disastro.

Un esempio è quello della centrale "Achille Gaggia" di Soverzene, lontana circa 7 km da Longarone eppure messa completamente fuori uso dall'onda che, dopo avere raso al suolo il paese, scese lungo la valle del Piave.

Il fatidico orario 22:39 è stato rilevato dai sismografi, a partire da quello di Pieve di Cadore, e coincide con il distacco della frana. Lo stesso orario viene annotato sul quaderno di centrale a Soverzene, con la dicitura "Ore 22:39 notato un breve ruggito senza nessuna segnalazione": tale "ruggito" coincide con il rumore di sovraccarico emesso da uno dei 4 alternatori di Soverzene, collegato alla linea 130 kV Vajont - Colomber - Polpet [1]. E infatti alle ore 22:40 tale linea di trasporto energia passò in fuori servizio.

Sempre annotato sul quaderno di centrale a Soverzene, alle 22:43 vi era stato il distacco della linea di media tensione Soverzene - Lienz, la cui linea passava con cavi in sospensione appena fuori la forra del Vajont: questo orario permette di accertare il momento dell'impatto dell'onda con Longarone, corroborato dall'enorme quantità di orologi e sveglie recuperati in seguito, tutti fermi a quell'ora, nonchè il tempo complessivo di percorrenza dell'acqua nella forra di appena 3 minuti o poco più.

Alle ore 23:04 viene registrato il fuori servizio del gruppo "D" Soverzene - Polpet a seguito della demolizione da parte dell'onda di discesa di un traliccio posto a valle di Longarone, sul greto del Piave, poco prima della centrale di Soverzene.

La testimonianza più diretta dell'evento fu descritta in modo inappuntabile dal compianto prof. Luigi Rivis, all'epoca dei fatti uno dei vice-direttori della centrale ma anche docente all'Istituto Tecnico di Belluno: e fu probabilmente quest'ultimo fattore che gli salvò la vita. Ascolta la sua testimonianza in questo video: https://www.youtube.com/watch?v=BiAnsmFDfLM .

Luigi Rivis abitava con la famiglia in una delle abitazioni messe a disposizione dalla SADE-ENEL ai suoi dirigenti e ubicata in posizione leggermente sopraelevata rispetto alla centrale che - ricordiamo - era ricavata in caverna ed era in quel momento la più potente del nord Italia.

Ecco come Paolo Ruggeri [2] racconta quella sera:
Quella notte, per una di quelle strane bizzarrie del destino egli, uno dei vice direttori della Centrale, a differenza dei suoi colleghi che salirono al Vajont per assistere al grandioso spettacolo della discesa della frana e lì trovarono la morte, rimase a casa poiché doveva correggere gli elaborati dei suoi alunni. Infatti come secondo lavoro insegnava in un istituto tecnico della zona e quindi fu la mancanza di tempo che gli salvò la vita. Allertato dall'enorme fragore generato dalla piena del Piave uscì nel piazzale e vide arrivare la grande onda. Essa andò ad infrangersi sul ponte diga che collegava la Centrale con la sponda destra e nella seconda immagine è visibile la mole di detriti che si accumularono contro i piloni del ponte. Come precedentemente descritto, la grande centrale era collocata in caverna e le sue turbine scaricavano in un canale che riversava nel Piave le sue acque. Soverzene aveva un suo sistema anti allagamento che funzionava in modo molto semplice: se una turbina si fosse guastata scaricando acqua nel locale, le porte stagne si sarebbero chiuse e la pressione dell'acqua stessa avrebbe provocato la rottura di un sottile muro di mattoni che separava gli impianti dal canale di scarico e quindi l' acqua fuoriuscita si sarebbe incanalata lungo quella che era la sua via naturale di uscita. Qui avvenne l'inverso: fu la piena che risalendo violentemente lungo il canale di scarico impedendo il regolare deflusso delle turbine provocò il collasso del muro sottile e allagò i locali dove il livello dell'acqua raggiunse la ragguardevole altezza di 2,2 metri. Quindi, malgrado una corsa di circa 7 km (tanti ce ne sono tra Longarone e Soverzene), nel largo letto del Piave l' onda aveva ancora conservato gran parte della sua violenza distruttiva. E veniamo, per concludere, al dopo: la Centrale di Soverzene non solo era stata allagata e quindi non utilizzabile se non dopo importanti riparazioni ma era anche stata privata dell'apporto del suo unico "combustibile" cioè l' acqua per cui le riparazioni, durate piuttosto a lungo, non riguardarono solo la Centrale ma anche e soprattutto il sistema di alimentazione. Finito il Vajont, fu necessario ripristinare le vecchie vie che garantivano, sia pur con discontinuità, acqua a Soverzene. Prima fra tutte il ponte tubo che è quel manufatto che si vede in ogni foto davanti alla grande diga. Distrutto dall'ondata, fu ricostruito nel giro di pochi mesi e le acque dei laghi del Cadore tornarono così ad alimentare la Centrale.

L'onda di piena continuò a fare danni anche più a valle, toccando Belluno e Susegana ed esaurendo la sua portata oltre la provincia di Treviso. Danni accertati:
• Ponte nelle Alpi: distruzione della passerella installata dal Servizio Idrografico per la misura delle portate di piena; colmo dell'ondata: 12 metri (la più alta mai registrata fino ad allora era di soli 3,50 metri);
• Belluno: colmo di piena verso mezzanotte;
• Busche: colmo di piena alle ore 2:30 (siamo a circa 40 km da Longarone);
• Segusino (a 57 km da Longarone): l'ondata è più appiattita, colmo di piena alle ore 5, per metri 4,89;
• Nervesa della Battaglia (a 84 km da Longarone): colmo di piena di metri 2,33 (inferiore a quello di metri 3,01 segnalato il 28/10/1928) alle ore 08:10 con onda ormai completamente appiattita. [3]


Attualmente la centrale di Soverzene viene alimentata dal bacino della Val Gallina (con regolazione giornaliera) e da quello di Pieve di Cadore (interconnesso al primo e con funzione di regolazione stagionale).
Lo scarico delle acque prevede una doppia via di restituzione: quella più diretta al fiume Piave e quella indiretta al lago di Santa Croce, attraverso un canale di derivazione che permette un ulteriore sfruttamento idrico da parte delle sottostanti centrali di Nove e San Floriano.

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[1] così in L. Rivis, La storia idraulica del Grande Vajont, pag. 95 e 96
[2] dal gruppo FB "il Vajont"
[3] Reberschak, Miscellaneo, Bacchetti, Vajont. La prima sentenza, ed. CIERRE, pag. 157
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