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VELOCITA'
Il cuore malato del Vajont

di Francesco Cecconi

Biadene: guardi che fino all'ultimo sono rimasto con la convinzione che eravamo di fronte al fenomeno di una frana localizzata.
Trevisan: ma su che cosa vi fidavate? Da tutte le carte che leggiamo vediamo dei grandi punti interrogativi. Se leggo una lettera del povero Semenza è addirittura profetica, è impressionante come quest'uomo tutto aveva visto. Dopo tutto si è calmato, nessuno si è preoccupato di nulla. Non si riesce a capire.
[…]
Viparelli: Lei doveva non interessarsi degli altri, doveva pensarci Lei, evidentemente gli altri non avevano le stesse informazioni che avevate voi. Degli elementi del prof. Caloi non ne avete tenuto conto, se si fosse saputo di quella successione di microsismi a Roma, questi avrebbero preso altre cautele.
[…]
B: come le ho detto, siamo sempre partiti dall'idea di avere a che fare con un movimento molto contenuto.
T: si ma quella era un'ipotesi. Io parlo dell'altra. Guardi il povero Semenza del 1961 quale punto interrogativo aveva dinanzi alla sua grande mente. Perchè dopo è scomparso, quali elementi vi hanno portato a concludere che questa famosa ipotesi non c'era più? Leggendo le carte non troviamo questa sicurezza.
B: la sicurezza ci derivava, non la sicurezza dico, ma la speranza...
[…] (B si riprende)
B: ma non era una speranza, era una convinzione.
T: ma che cosa, non riusciamo a trovare nessun elemento che dicesse: no, siamo sicuri, non se ne parla più. Scusi anche quest'altro modestissimo verbale di collaudo firmato da Lei, che dice: non si può escludere, gli esperimenti fatti non ci possono lasciar tranquilli, ci possiamo trovare di fronte ad un'enorme massa, sono stati fatti studi per trovare una superficie profonda, c'erano gli studi di Semenza figlio. Insomma c'è una massa di studi fatti da voi, dai quali non si vede affatto che la tremenda ipotesi che si è verificata, si dovesse scartare. Fino all'ultimo c'era questo grosso punto interrogativo. Da cosa avete tratto questa convinzione. Leggendo le carte non troviamo nulla.”

In questa breve ed intensa sintesi dell'interrogatorio ad Alberico Biadene da parte del professor Trevisan, del professor Viparelli e diretta dal senatore Bozzi durante le testimonianze rese per la commissione ministeriale d'inchiesta il 22 ottobre 1963, c'è tutto il cuore malato del Vajont. Un cuore vero, che quasi riesce a mettersi a nudo incalzato dalle domande; un cuore non ancora del tutto indurito da parole e frasi successivamente imparate a memoria tramite Alessandro Brass, l'avvocato di Biadene.

Speranza.
Non la scienza e gli studi più approfonditi che avessero a disposizione.
Speranza che da quei pochi studi fatti nascesse una sicurezza.
“La sicurezza ci derivava, non la sicurezza dico, ma la speranza...”

Andando avanti in questa ricerca, che voleva dare una sbirciata alle questioni dietro i grandi riassunti sulla prevedibilità della catastroficità della frana del Vajont, io non esperto mi sono imbattuto su cose che mi lasciavano inevitabilmente dubbi; ogni risposta a qualsiasi dubbio doveva averne altre, di conferma o meno, per arrivare in qualche modo a fidarmi di ciò che avrei scritto e spero che chi ha letto ne abbia tratto utilità, proprio come me.

La seconda perizia istruttoria che unica in quel panorama rileva la mancanza di una approfondita ricerca bibliografica tra gli studi pre frana e leggere da fonti più o meno autorevoli che, al contrario, “furono fatti tutti gli studi possibili”, sono state entrambe molle per iniziare ed andare avanti. Se la strada che ho intrapreso è tutto sommato corretta, si può ancora dire con leggerezza “non conoscevano”, “non avevano i mezzi”, “non potevano sapere”, senza limitare queste affermazioni ad alcune delle questioni tecniche più profonde sconosciute all'epoca ma che non impedivano il riconoscimento di una possibile catastroficità della frana?
Siamo andati su e giù per le Alpi a cercar frane fulminee sulle orme del geologo Albert Heim, almeno 30 anni prima del Vajont abbiamo visto assieme a lui fiumi riscavarsi letti sulle frane, notare rocce fuse, acque vaporizzate e trovare risposte ad esse; dai primi del '900 nascere e svilupparsi geotecnica e geomeccanica con Karl Terzaghi e i suoi contemporanei.
Grandissimi scienziati, capiscuola di chi doveva venire.
Echi dei loro studi si ritrovano nelle relazioni sul Vajont: in quella di Myslivec le tensioni efficaci di Terzaghi fanno capolino mentre Selli e Trevisan, nel '64, indicheranno tipi di frane alle quali il Vajont poteva essere avvicinato, classificate guarda caso come “tipo Heim numero...”. Conoscere e riconoscere le frane “tipo Heim” era roba da geologi che avessero studiato, sui libri e nel duro lavoro di campagna, non da ingegneri civili come Biadene, che ad un certo punto dichiara di non capire l'orogenesi del Toc che Caloi cercava di spiegargli. Lui giusto aveva la sua piccola frana! (letterale).

Ipotesi e j'accuse
Qua non mi sono avventurato a dire perchè le indagini furono interrotte in favore di ipotesi più instabili del Toc, non è stato lo scopo della ricerca ma ho la certezza che sia lo snodo fondamentale di tutta questa vicenda.

Diciamolo senza paura, quella frana era davvero complicata da capire ed è un dato di fatto, altro che un anno o due di studi poco condivisi e altrettanto capiti. Se si fossero dati altro tempo, indagini stoiche, calcoli, comparazioni profonde con le esperienze del passato in tante altre tempeste di cervelli, veder comparire finalmente davanti ai loro occhi la paleofrana di Edoardo Semenza, magari di un possibile “tipo Heim numero...”, e arrivare a ottenere risultati geotecnici di calcolo matematico comunque catastrofici, simili a quelli di Myslivec, poteva fare la differenza?

Tra i se e i ma la storia ci costringe all'ipotesi che non sarebbe cambiato nulla e avrebbero tirato avanti come se niente fosse.
Ma permettetemi un'ultima osservazione: si fa tanto dire che ci fu una “unexpected velocity” della frana che provocò l'ondata mostruosa e attenzione, è vero; però non c'era bisogno di arrivare a prevedere uno tsunami di 250 metri di altezza con il lago a quota 700, che tra l'altro non è una misura qualunque ma approssimativamente la quota media di lavoro del lago del Vajont in opera; con i mezzi a disposizione, prevedere tra 680 e 700 metri una velocità che provocasse un'onda comunque gigantesca tra i 100 e i 150 metri sopra il coronamento della diga era alla loro portata e sarebbe molto probabilmente bastato per giungere ad uno spavento preventivo che giustificasse scelte diverse.
Per questo credo che sarebbe cambiato qualcosa, per gli assai giustificabili timori in più, atteso ulteriore tempo in barba alle crisi idrologiche che probabilmente forzarono il terzo invaso.
Forse, grazie a quei timori, ci sarebbe stata più collaborazione con lo Stato, tanto ormai erano Stato anche loro e se lo sarebbero ricordato.
Senza alcun sarcasmo, alle fini questioni riguardanti prestigio aziendale e denari già spesi, normalissime e per nulla complottistiche, potevano sovrapporsi buonsenso, pazienza e scienza.
E soprattutto, se davvero avessero deciso di rischiare lo stesso, una volta giunti verso la solita fine avrebbero potuto allarmare ed evacuare tanta popolazione in più.

Allora era prevedibile la velocità della frana del Vajont?
Dire ancora ai giorni nostri che “non avevano mezzi e conoscenze” è fuorviante e scarica dalle responsabilità dei propri comportamenti chi fece le scelte che portarono al disastro. Infine credo si possa coniare un differente virgolettato che ripristini in pieno tali responsabilità nella storia, oltre che nelle aule di giustizia: “avevano il loro sapere passato e presente per prevederla fino ad averne paura”. Se solo avessero voluto farlo fino in fondo.
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Iscritto il: 16/02/2026, 15:22
Questo bellissimo post conferma una volta di più l'idea che mi sto facendo su Biadene: un povero cristo prigioniero delle sue convinzioni... Talmente tanto convinto che la frana la poteva controllare, che sarebbe venuta giù "a fettine", e forse talmente pieno di sè da non considerare nemmeno per un instante l'idea che le cose sarebbero potute andare in modo diverso.

Certo, il carico da novanta ce lo misero anche le piogge dell'agosto 1963...
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