Il secondo ponte-tubo fu realizzato in emergenza nel 1964, all'indomani del disastro che aveva tra l'altro distrutto il primo ponte-tubo, per garantire il funzionamento della centrale di Soverzene, in quel momento rimasta senza approvvigionamento idrico.
Già alla fine di dicembre 1963 ENEL aveva completato il progetto del secondo ponte-tubo: i lavori saranno realizzati dalla ditta Torno (per quanto concerne la cantieristica) e dalla ditta Terni (per quanto concerne la fornitura del manufatto, totalmente realizzato in acciaio). I lavori verranno ultimati a tempo di record assieme a quelli di riparazione delle strutture della centrale di Soverzene, danneggiate dall'onda di discesa da Longarone.
La nuova struttura, di concezione analoga alla precedente (con strada di collegamento sottostante il tubo) si impuntava su fondazioni in calcestruzzo armato ed era realizzata completamente con infrastrutture in acciaio, molto più leggere di quelle usate nel precedente progetto del 1948. Il tubo di mandata, anch'esso realizzato in acciaio, manteneva il diametro interno del precedente, cioè di 4 metri, ma l'involucro era di spessore nettamente inferiore.
La vita operativa di questo ponte fu interrotta nei primi anni Ottanta a causa di problemi di stabilità dovuti alla caduta di un lastrone di roccia che indebolì uno dei piloni di sostegno. Il collegamento tra Pieve di Cadore e la centrale di Soverzene fu garantito con nuove tubazioni in galleria costruite sotto il corpo frana a monte della diga.
Oggi la struttura è percorribile a piedi nel corso delle visite guidate con autorizzazione ENEL.
Fonte: Luigi Rivis, La storia idraulica del Grande Vajont
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