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Già all'indomani del 9 ottobre iniziarono gli studi sulla caduta della frana, rivelatasi di dimensioni immense corrispondenti a quelle individuate dallo studio Semenza-Giudici e avvalorate dal geologo Muller.

Edoardo Semenza, nella già citata opera La storia del Vaiont raccontata dal geologo che ha scoperto la frana, con asosluto rigore scientifico ne ricostruisce sotto l'aspetto geologico e geomeccanico la dinamica che trova conferma anche in altri studi.

Tale dinamica è evidenziata nel seguente disegno:

Immagine

Questa diapositiva, tratta dallo studio Selli-Trevisan del 1964 e ripresa in analoghi studi di Francese - Giorgi - Bistacchi e Massironi del 2016 descrive nel modo più attendibile l'andamento della frana:

• Corpo A: frana Massalezza, reputata la frana principale. Fu la prima a staccarsi;
• Corpo A1: il c.d. "Bosco Vecchio", trascinato dalla sua posizione più elevata a quella di quiete sopra la frana primigena in una sorta di "effetto-strappo";
• Corpo B: lobo secondario di frana, verosimilmente staccatosi dopo poco la caduta della frana primigena e la fuoriuscita dell'onda dalla valle, dato che si è posato coprendo parzialmente il corpo A.

Questa ricostruzione coincide con le dichiarazioni rese in sede di sommarie informazioni testimoniali alla Polizia Giudiziaria da SPECIA Augusto e ROMAN Teonisto in data 22/10/1963 (cfr. prima istruttoria Fabbri, Archivio di Stato): i due operai furono mandati lungo la statale poco dopo l'abitato di Erto per chiuderla al traffico. Parlarono di due distinti boati al momento della caduta della frana: il primo di potenza inaudita (paragonata al passaggio di jet a reazione) riferibile alla caduta del corpo A-A1; il secondo più attenuato riferibile al corpo B.

Questa è forse la prima foto scattata dopo la frana (in realtà è un collage di più foto): è del 10 ottobre, presa da Casso da Edoardo Semenza che ha così la possibilità di trarre alcune osservazioni.

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1) in basso a destra, sotto il Bosco Vecchio, si notano 3 dei 5 "imbuti" (due si formeranno nei giorni successivi) creati dall'assorbimento dell'acqua residua;

2) LE - LW: rispettivamente la porzione di bosco franata per ultima, in seconda battuta dopo la discesa del corpo principale, e la porzione denominata "Bosco Vecchio", scesa per trascinamento della frana primigena. Tali porzioni non sono state interessate dall'ondata di ritorno che invece ha completamente dilavato tutto il resto;

3) a centro foto (B) il "lago" del rio Massalezza formatosi nella depressione causata dalla rotazione dei due lembi di frana. L'acqua è quella residua dell'ondata di ritorno; il rio Massalezza (che scendeva dalla spaccatura in alto, non esiste più;

4) località Pineda (P) a ridosso del lago residuo che si intravvede appena;

5) NW indica la parte residua del Pian del Toc, di cui si può apprezzare la completa rotazione e il parziale ribaltamento;

6) ZO indica invece una piccola zolla di frana licenziata dalla principale e sospinta verso ovest;

7) CNW è il cono alluvionale formatosi immediatamente dopo la frana probabilmente dall'ondata di ritorno;

8 ) a fianco di CNW, la lettera I indica il Colle Isolato, anch'esso avulso dalla posizione originaria, quasi completamente ruotato sul suo asse (calcolo di circa 270°) e parzialmente ribaltato.

Fonte: E. Semenza, La storia del Vaiont.

Una foto scattata dall'aereo l'11 ottobre 1963 e corredata da alcune indicazioni ricavate dai testi di E. Semenza e dagli studi Selli-Trevisan del 1974:

Immagine

Dinamica della frana:
- in rosso: la frana primigena o principale, chiamata anche frana Massalezza poichè in questo torrente è stata individuata la prima chiave di movimento. Si staccò dunque per prima scendendo in circa 25 secondi a una velocità compresa tra gli 80 e i 100 km/h;
- in giallo: il Bosco Vecchio, disceso sul corpo della frana primigena subito dopo il distacco di quest'ultima con un'azione di strappo e trascinamento. E' rimasto indenne dall'onda di ritorno;
- in verde: la frana c.d. secondaria poichè staccatasi dopo la frana primigena e che è andata a sormontare quest'ultima trascinando giù una cospicua porzione di bosco, anch'esso rimasto indenne dall'onda di ritorno; il distacco delle due zolle in due tempi seppur di poco separati è testimoniato in atti processuali dalla deposizione Specia - Roman;
- in azzurro: quello che resta del Colle Isolato dopo il suo ribaltamento sull'asse verticale e rotazione di 270°.

Numerazione di interesse:
1 - l'abitato di Casso
2 - la parete verticale contro cui si è infranta l'ondata
3 - corpo frana primigena che appare dilavato dall'azione dell'onda di ritorno
4 - lago creato dall'impatto dell'onda di ritorno
5 - il Bosco Vecchio
6 - la frana secondaria
7-8 - l'azione di dilavamento delle sponde sinistra e destra del bacino: permette di apprezzare l'altezza dell'onda di risalita
9 - l'azione di dilavamento verso la frazione di San Martino, da cui si nota ancora l'altezza dell'onda di risalita
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In questa fotografia, scattata da Casso e duplicata per evidenziare i settori di frana, si evince ulteriormente la dinamica ricostruita dallo studio Selli - Trevisan del 1964.

• contorno giallo: limite superiore frana del Toc
• contorno verde: a sinistra il bosco Massalezza e a destra il "bosco vecchio", entrambi trascinati in basso
• linea arancione: confine della frana che si è addossata alla sponda destra occludendo la forra
• contorno azzurro: il lago A

Fonte: archivio OPAC Comune di Venezia
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Un contributo prodromico alla frana viene offerto da questa fotografia aerea tratta dall'archivio OPAC Comune di Venezia.

Scattata probabilmente nell'inverno 1962-1963, permette di apprezzare l'invaso in tutta la sua estensione.
Le numerazioni riportate corrispondono a:

• 1) il distacco della "punta del Toc" avvenuto a marzo 1960, all'inizio della prima prova di invaso;

•2) la frana del 4 novembre 1960;

•3) la nuova strada di circonvallazione;

•4) la parte più occidentale del Colle della Pineda che evidenzia un ammasso franoso antichissimo costituito da Calcare del Vajont estremamente fratturato, tuttavia rimasto sempre stabile anche dopo gli invasi. Questo ammasso dista circa 400 metri dal margine orientale della paleofrana.
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Un confronto tra due aerofoto scattate circa dallo stesso punto prima e dopo il disastro.

Cerchiato in rosso, l’antichissimo ammasso franoso in calcare del Vajont preso come caposaldo per l’individuazione dei margini di frana.
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Direi documentazione più che esaustiva che chiarisce tante cose, a partire dal fatto che non fu un pezzo del Toc a cadere nel lago, come semplicisticamente viene narrato, ma una potentissima spinta orizzontale in avanti di un'intera porzione di sponda.

Mi viene da pensare - mi perdonerete per la bestemmia - che se fosse stato un pezzo di montagna a cadere nel lago, paradossalmente i danni fatti dall'ondata potrebbero essere stati inferiori... Ecco che le forze in gioco quella notte furono davvero inimmaginabili.

Quindi anche qui, per capire: quando parlate di "chiave di frana" riferendovi al rio Massalezza significa che la frana si sviluppò partendo da esso e propagandosi verso est e verso ovest, visto che i margini estremi sembrano essere stati strappati via, con un movimento di trasduzione? Grazie per le eventuali spiegazioni!
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Chiedo scusa per il ritardo nella risposta, il post mi era proprio sfuggito…

Dunque, non è così facile attribuire la “messa in moto” della frana in modo univoco. Ci furono molti fattori concomitanti e certamente il
Massalezza ebbe la sua parte nella lubrificazione del piano di scivolamento, costituendo l’imbrifero principale.

È tuttavia assai verosimile che i distacchi dei due lobi di frana siano partiti da esso poiché il suo greto costituiva il principale elemento debole di tutta la massa di frana.

Mi sono sempre domandato cosa sarebbe accaduto se la zona del pian del Toc avesse retto (o comunque rallentato) il distacco del versante….
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