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Buongiorno amici, buona domenica e ben ritrovati.

Nel confrontare la tragedia del Vajont con altre analoghe (non tanto per dinamica quanto per effetti) ho notato che ancora oggi si avverte tra gli abitanti del luogo una certa ritrosia a parlarne apertamente, quasi che fosse una cosa da non condividere con altri.

Lo avverto anche sul gruppo FB quando ci si confronta con qualcuno di loro, che esterna commenti a volte infastiditi per tutto l'interesse che ruota attorno all'argomento, specie quando parlate di tecnica. Ma ancora di più lo si avverte come una nota di diapason appena udibile tuttavia costante quando giri per i paesi, Casso soprattutto.

E' una mia sensazione oppure qualcuno di voi la pensa allo stesso modo?
Grazie a chi vorrà rispondere.
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Si, penso tu abbia ragione...si avverte soprattutto nelle persone più anziane che hanno vissuto il periodo o quello almeno subito successivo e credo sia capibile, visto quello che hanno passato, non solo a causa della massa d'acqua ma anche da tutto quello che hanno dovuto subire successivamente...
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Ritengo che il Vajont abbia alcune peculiarità che lo contraddistinguono dagli altri disastri idrogeologici, al di là del naturale riserbo che caratterizza ogni comunità montana.

In prima analisi, il territorio più volte violentato: espropri, distruzioni di strutture centenarie, la sensazione di essere in balìa di poteri molto più forti di ogni legittimo tentativo di contrasto all'avanzata del progetto.

Poi, la prosecuzione dei lavori nonostante l'individuazione della frana, fino al tragico epilogo.

Infine, la presa in giro processuale e risarcitoria.

Di fronte a tutto questo, come deve reagire una popolazione uscita ferita due volte? Quando andai al Vajont la prima volta fui colpito dalla sensazione di totale abbandono di quei luoghi. C'era a malapena la chiesetta, ma quel giorno non c'era nessuno; si vedeva chiaramente che quel posto lo si voleva dimenticato. E quando nel 1997 Paolini portò nelle case degli Italiani la sua Orazione civile, non furono tutte rose e fiori perchè in valle non furono pochi a criticare quello spettacolo che fu visto come un tentativo di riportare alla ribalta cose morte e sepolte.
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Mi rendo conto. Infatti la visita a quei luoghi impone cautela e rispetto.
E capisco anche che il turismo di massa che la riscoperta del Vajont ha portato stia sullo stomaco a più di qualcuno. Effettivamente trovare gente che fa motocross o accende i barbecue sulla frana è proprio brutto, ma credo anche venga percepito come tale anche l'assalto ai paesi, soprattutto Casso che per sua caratteristica è molto più isolato.
Ma il discorso si amplia e va a toccare argomenti più "filosofici" quali il senso del rispetto e lo stesso approccio a una valle violentata....
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Sì, qui andiamo a toccare aspetti ancora più delicati. Non stupiamoci se gli ultra-ortodossi del Vajont non vogliano gente lassù e, anzi, si siano lasciati andare anche ad atti di vandalismo sulle macchine in sosta, soprattutto al parcheggio della ferrata della memoria...
Come si vede, il torio e la ragione non stanno mai da una parte sola...
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Addirittura vandalismi??? Spiace...
Tornando al discorso iniziale, continuo tuttavia a non comprendere quel desiderio di chiusura al mondo circostante che talvolta si coglie anche nei discorsi che si fanno sui social.... un esempio, il rapporto con Mauro Corona. Ora, è un personaggio sicuramente "impegnativo", può piacere come no, ma i suoi libri sono tutti permeati dall'amore che egli nutre per quei luoghi. Eppure su di lui ci sono critiche molto feroci anche da parte dei suoi stessi compaesani che non hanno esitato a tacciarlo come arrivista o speculatore su una disgrazia, tanto da negare che la notte del disastro egli si trovasse effettivamente a Erto.
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Sì, su Corona ne girano tante di storie... anche sul gruppo tempo fa si era scatenata la polemica incentrata sulla sua presenza in valle la notte del disastro, con i detrattori che spergiurano si trovasse in collegio e di avere perfino visto i registri. Ma mai nessuno che ne abbia prodotto copia.... Inoltre l'uomo non ha carattere facile, se lo trovi nella giornata "no" è meglio girargli al largo.

Quello che tu definisci "desiderio di chiusura al mondo circostante" è un atteggiamento che si trova in tutte le vallate alpine e fa parte del DNA dei montanari. Ci sono zone dove fino a vent'anni fa se vedevano una macchina targata "foresta" ci potevano essere problemi... La valle del Vajont ha ulteriori "valori aggiunti" in questo senso: è sempre stata una valle dimenticata, e quando l'uomo si è ricordato di essa ci ha costruito un disastro. Ecco che tutto questo non ha fatto altro che aggravare questo senso di chiusura, almeno fino al 1997. Adesso le cose sono decisamente migliorate: se visiti quei luoghi con il rispetto che meritano, troverai gli abitanti di Erto e Casso molto gentili e disponibili. Certo, come dicevo, rimane qualche ultra-ortodosso, ma in generale basta saper essere educati e rispettosi.
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