Figlio dell'ing. Carlo Semenza, iniziò ad occuparsi del progetto "Grande Vajont" nel 1957, anno di inizio dei lavori della diga.
Ha avuto l'onestà intellettuale di portare avanti le sue posizioni anche quando esse si posero in contrasto con la realizzazione del progetto. Nella sua opera "La storia del Vaiont raccontata dal geologo che scoprì la frana" (ed. K-Flash) ha ricostruito sotto l'aspetto geologico e geomeccanico sia i fatti prodromici alla frana, sia quelli ad essa successivi: questi ultimi confermarono l'esattezza dei suoi rilievi.
Le foto a corredo di questo post sono tratte dalla succitata opera, oggi praticamente introvabile.
Per praticità di chi legge, quando si parlerà di "sponda sinistra" e "sponda destra" della valle o del bacino si useranno i riferimenti orografici, quindi dando le spalle alla sorgente del torrente e guardando Longarone.

La forra del Vajont dopo il 1948: si vede il primo ponte-tubo
L'elemento che fece "specializzare" Edoardo Semenza nelle criticità del bacino del Vajont fu senza dubbio la frana di Pontesei del 22/03/1959. Fino a quel momento la SADE aveva basato il progetto sulle perizie di Giorgio Dal Piaz, riviste e corrette in funzione dello spostamento della posizione originaria della diga dal Ponte di Casso alla forra del Colomber e della successiva variante in corso d'opera per l'innalzamento dello sbarramento. Fino a quel momento tutti erano convinti di stare lavorando in una valle costituita in grossa prevalenza da banchi di roccia calcarea compatta, solo minimamente fratturata e al massimo ricoperta da pochi metri di materiale detritico superficiale.
Edoardo Semenza, assieme al geologo Franco Giudici, iniziò una lunga attività di analisi del territorio e delle rocce rilevando innanzitutto una conformazione geologica incompatibile con quella "certificata" da Dal Piaz.
Uno dei punti ritenuti più interessanti fu l'individuazione del Colle Isolato come esito di un'antichissima frana che lo aveva staccato dalla sponda sinistra addossandolo alla sponda destra di cui era diventato un elemento estraneo; nelle migliaia di anni successive il torrente Vajont si era dunque scavato un nuovo greto.
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La foto della valle del Vajont presa da Edoardo Semenza verosimilmente a lavori diga iniziati: viene evidenziata la posizione del Colle Isolato
Esaminando inoltre più da vicino l'area del vecchio ponte del Colomber (dove insistevano la chiesetta di S. Antonio e un albergo), il geologo trovò conferma delle sue ipotesi individuando l'uscita del vecchio greto del torrente Vajont, la cui parte a monte era stata coperta dalla frana del Colle Isolato.

Si nota lo scivolo coperto di materiale ghiaioso che costituiva il greto originario del torrente Vajont
Questo primo "campanello d'allarme" aveva quindi fatto supporre che sul versante del Toc potesse insistere una paleofrana (dalle dimensioni e dalla staticità ancora ignote) che un lago artificiale come quello in programma avrebbe potuto tornare a molestare.
Di qui, la necessità di verificare la struttura geologica della valle. E il primo esame fu proprio sul Colle Isolato, che presentava anche visivamente alcune interessanti caratteristiche.
Nell'agosto 1959 Edoardo Semenza individuò sul Pian della Pozza una vecchia dolina, una depressione di tipo carsico già presente da tempo immemore. Tale dolina fu fatta inizialmente coincidere con il margine meridionale della frana, ma si rivelerà essere una piega degli strati rocciosi sottostanti, come lo stesso geologo dimostrò con il disegno sotto riportato.


Il 4 novembre 1960 dalla sponda sinistra, a circa 500 meri dalla diga, si staccò una frana stimata di circa 800.000 mc di roccia e terra che franò nel lago sollevando un'ondata di 20 metri che andò a infrangersi sul versante opposto e, di riflesso, sullo sbarramento dove arrivò con un'onda di circa 10 metri. Tale evento impresse un notevole impulso alle indagini dei geologi Giudici e Semenza, ai quali fu affiancato anche Leopold Muller per la valutazione della geomeccanica.

Foto presa dalla diga il 10 aprile 1961 da Edoardo Semenza. Con il lago molto al di sotto di quota 600 si può notare l'intero accumulo della frana del 4 novembre che aveva parzialmente ostruito il fondo della valle, costringendo il torrente Vajont a scavarsi una nuova via di deflusso attraverso il materiale detritico. Sullo sfondo si intravvede la Punta del Toc, anch'essa interessata da recenti crolli.
Dopo il primo svaso del bacino (20 febbraio 1961) Semenza rileva come la base inferiore del Coille Isolato sia costituita da grossi "banchi di Socchèr" (quella che era stata fatta definire da Paolini e Martinelli "roccia compatta") che tuttavia poggiano su strati più sottili di "Fonzaso-Socchèr" e di "Fonzaso con argille". Se tale struttura fosse stata la stessa della paleofrana del fianco sinistro, Semenza avanzò l'ipotesi di una possibile imbibizione degli strati inferiori, dove l'argilla era andata a colmare gli interstizi di una roccia fortemente fratturata, con evidente rischio di compromissione della stabilità del versante.

Questa fotografia evidenzia la base del Colle Isolato dopo il primo svaso: si notano i compatti banchi di Socchèr che poggiano su strati molto più fratturati di Fonzaso-Socchèr e Fonzaso con argille.
La drammaticità dell'evento di frana fu ulteriormente amplificata dal fatto che il distacco di una parte così significativa di costone aveva provocato l'apertura sul terreno a monte di numerose fessurazioni, anche a quote decisamente alte che superavano i 1000 metri s.l.m.; la stessa inclinazione di molti alberi ad alto fusto aveva indicato che la paleofrana si era mossa anche in aree ritenute fino ad allora sicure.
A sinistra: 14 aprile 1960; a destra:9 novembre 1960.
Nelle foto qui sopra ci troviamo sul Pian della Pozza dove ad aprile c'era già stato un primo piccolo movimento di circa una decina di metri della zolla di frana. Tale movimento non viene messo in dipendenza diretta con l'assorbimento dell'acqua del lago (che in quel periodo non era ancora arrivato a lambire il piano inferiore di slittamento della paleofrana) bensì con l'azione di sbancamento dei fianchi della valle che aveva creato una serie violenta di pressioni e contropressioni sulla roccia. La foto di destra evidenzia il margine superiore della frana del 4 novembre e il suo piano di slittamento: geologicamente si notano le rocce stratificate dei "banchi di Socchèr" che anche in questo caso poggiano su rocce ben più fratturate, quasi milonitiche.
La presenza di nuove importanti fessurazioni a quote anche elevate del versante del Toc è immortalata da questa foto, scattata da Semenza il giorno successivo alla frana del 4 novembre:

Foto scattata il 9 novembre 1960 a monte delle Casere Nelve, con visione da sud verso nord: si notano la lunga fessurazione e l'inclinazione degli alberi
Infine, un'ulteriore attenzione venne riservata dal geologo al rio Massalezza, un piccolo ma a volte impetuoso torrente il cui alveo interessava una profonda fenditura che tagliava in due la paleofrana, affluendo al torrente Vajont. Approfittando della secca estiva del rio Massalezza, il 29 luglio 1960 Semenza scatta questa foto del suo ramo occidentale, che coincide in quel punto con il margine sud della frana:

Ramo occidentale del Rio Massalezza
La foto è significativa perchè è servita algeologo per dimostrare l'esistenza di due componenti rocciose tra loro diverse: a sinistra (lato sud) gli strati calcarei di "Fonzaso con argille"; a destra, affioramenti di miloniti e cataclasiti che dimostrarono l'estrema compromissione della roccia; più in alto, ma fuori campo, il geologo individuò strati sottili di "Fonzaso-Socchèr", anch'essi molto fratturati: proprio tale aspetto ha contribuito a fare evidenziare con grande rigore scientifico da parte di Semenza l'importanza del piano di scivolamento dell'intera frana.
Tutto questo materiale, assieme a schizzi di campagna e disegni tecnici, confluirà nella relazione Semenza-Giudici: i suoi contenuti saranno sostanzialmente confermati anche da Muller.