Grazie alla fedele ricostruzione riportata in Reberschak, Miscellaneo, Bacchetti, Vajont. La prima sentenza, pagg. 370 e segg.. è possibile proporre una cronologia degli eventi che si sono succeduti a partire dal 30 settembre 1963, così come ricostruiti in istruttoria. Gli ultimi 10 giorni di agonia del Toc sono l'emblema di una situazione ormai sfuggita ad ogni controllo; ciò nonostante, nessuno considerò mai Longarone in pericolo....
I testi in corsivo sono estrapolati dai verbali di udienza.
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30 settembre 1963
- Condizioni atmosferiche discrete, dopo un mese di agosto insolitamente piovoso.
- Da 4 giorni sono cominciate le operazioni di svaso del bacino il cui livello quel giorno si attesta a quota 708.
- Pancini è assente poichè, di rientro da Salisburgo dove ha partecipato a un congresso di geomeccanica, si trova quel giorno a Roma: riceve una telefonata da Biadene nella quale quest'ultimo si preoccupa di far sapere la situazione all'ing. Baroncini (direttore centrale ENEL) pregandolo di interfacciarsi con il prof. Penta poichè la commissione di collaudo non saliva al Vajont da tempo. Biadene non appare "minimamente allarmato".
- Pancini scrive a Beniamino Caruso: dal momento che sta per partire per le ferie negli Stati Uniti, lo sollecita a "dare un'occhiata al Vajont nel caso succedesse qualcosa di anormale".
- La velocità di svaso varia da 50 a 100 cm/giorno.
1 ottobre 1963
- Biadene sostituisce Pancini (in ferie) con Caruso, che gli subentra come direttore lavori al Vajont.
- Lo svaso del bacino procede con regolarità.
2 ottobre 1963
- Giornata serena e temperatura gradevole.
- Biadene si reca a Roma e conferisce con l'ing. Baroncini notiziandolo che sul fronte della frana "c'erano due o tre punti in alto che si muovevano"; sollecita l'invio al Vajont della commissione di collaudo; ne riceve rassicurazioni sull'invio subordinato a un confronto col prof. Penta che, in quanto geologo, "ci può dire a quale fenomeno ci troviamo di fronte". In istruttoria Baroncini depone: "Tengo a precisare che si parlò della caduta del movimento franoso solo in relazione ai danni alle opere del bacino. L'ing. Biadene in detta occasione mi parlò dei precedenti studi su modello e mi apparve tranquillo per quanto potesse concernere un'eventuale onda che con la quota di svaso che si proponeva e che stava realizzando non avrebbe determinato alcun danno nè avrebbe destato preoccupazioni. Da parte mia non supposi neppure per ipotesi l'eventualità di danni per gli abitati a valle della diga, nè supposi come probabile e tantomeno imminente la caduta della frana in quanto l'ing. Biadene mi dimostrò [...] che l'andamento del movimento franoso [...] sarebbe tornato a fermarsi così com'era avvenuto negli anni precedenti nel corso dello svaso".
- Ore 14:00. Al Vajont l'ing. Caruso si incontra con l'assistente De Pra (perito nella sciagura); analizzano i diagrammi di spostamento della frana e si recano sulla strada in sponda sinistra dove accertano la presenza di lesioni pressochè parallele alla strada e lunghe circa 700-800 metri; viceversa, le case non presentavano lesioni apparenti.
- Gli strumenti di rilevazione accertano spostamenti della frana di circa 4 cm/giorno.
3 ottobre 1963
- Tempo piovoso.
- Il geom. Rittmeyer (perito nella sciagura) viene incaricato di permanere al Vajont come responsabile tecnico della centrale comandi.
- La progressione della frana è costante con un leggero decremento nonostante la pioggia di quel giorno.
- Lo svaso continua in modo costante; il livello dell'acqua nei piezometri segue quello dell'invaso.
- Caruso comunica a Biadene di non rilevare nulla di anormale rispetto ai giorni precedenti.
- Viene inviata al Genio Civile di Belluno la relazione quindicinale 15-30 settembre nella quale si evidenziava un aumento generale del movimento franoso.
4 ottobre 1963
- Caruso parla con l'ing. Beghelli del Servizio dighe e con Almo Violin segnalando l'aumento del movimento di frana; Violin, gerarchicamente superiore ai suoi interlocutori, definisce quel rapporto "doveroso ma non allarmante".
- Caruso parla al telefono con Penta per l'invio della commissione di collaudo; Penta gli risponde che a causa di impegni non lo può ricevere prima dell'8 ottobre.
- Biadene invia alla Prefettura di Udine un'altra copia della lettera del 12 settembre relativa alla sicurezza dei paesi di Erto e Casso.
5 ottobre 1963
- Si osserva un sensibile incremento del movimento di frana: Caruso torna al Vajont.
- Si osserva che all'avvallamento corrispondente alla zona franosa fa riscontro il sollevamento lungo il margine settentrionale del Toc secondo una dinamica di causa-effetto; si assiste a un aumento delle scosse sismiche, sebbene di piccola intensità.
6 ottobre 1963 (domenica)
- Beghelli si reca al Vajont e nota che la strada in sinistra, dalla Pausa fino al torrente Massalezza, era "completamente sconvolta, presentando fessure notevoli nelle murature (30, 40, 50 cm), spostamento delle stesse e ruotamento e la sede stradale era completamente sconvolta, con avvallamenti per cui il transito, sebbene possibile, era difficoltoso tanto che non aveva più l'aspetto di una strada e sembrava di andare su un campo. La mia prima impressione è stata quella del perchè le persone che vivevano sul posto e che personalmente hanno visto la strada deformarsi giornalmente non si allarmassero e non segnalassero il fatto".
7 ottobre 1963
- L'ing. Pellegrineschi (Genio Civile Udine) continua a rassicurare la Prefettura di Udine sulla sicurezza dei paesi di Erto e Casso, citando tuttavia i soli dati della perizia Dal Piaz del 7 agosto 1937. Egli si giustificò in istruttoria: "Fornii gli unici dati di cui ero in possesso".
- Caruso compie una nuova ispezione in sinistra: accerta che le lesioni sulla strada erano "leggermente aumentate di numero e di entità" e convenne con l'assistente De Pra di far sgomberare le casere dagli abitanti e dal bestiame. L'intenzione viene riferita telefonicamente a Biadene che decide di salire al Vajont la mattina successiva.
- Gli strumenti accertano uno spostamento della massa di frana di circa 7-8 cm/giorno.
- Pietro Matteo Corona riferisce in istruttoria che quel giorno era salito al Vajont e aveva visto le lesioni stradali progredire in un giorno quanto lo avevano fatto in due settimane; descrive inoltre un continuo rotolamento nel lago di sassi dal piede della vecchia frana del 1960 e di avere sentito da sotto la montagna "dei colpi sordi molto profondi come di qualcosa che crepasse e contemporaneamente il terreno scosso in senso verticale".
- Felice Filippin, sorvegliante della frana, quel giorno riferisce di una nuova fessura sul terreno che si era aperta in una zona boscosa nei pressi dell'imposta sinistra della diga, con andamento parallelo alla sponda, una lunghezza di una decina di metri e una larghezza di circa un metro. Un'altra fessura simile viene notata sui prati sopra la strada in sinistra, all'inizio dei tornanti che dall'imposta sinistra salivano fino alle case tra le quali quella dei coniugi De Lorenzi. Nel suo ultimo giro d'ispezione fatto con l'assistente De Pra egli riferisce "che sul terreno si erano verificate numerose spaccature piccole e grandi in alto e in basso, aumentanti di ora in ora. Ricordo che al ritorno notammo nuove fessure in zone ispezionate due ore prima che ne erano immuni".
- Sera: all'assistente Marco Corona viene impartito l'ordine di sfollamento della zona del Toc con esclusione delle frazioni di Liron, Pineda e Prada.
- Don Carlo Onorini, parroco di Casso: saputo dello sgombero e per nulla rassicurato dal suo mero scopo precauzionale, dal paese si mise a osservare la frana assieme ad altri concittadini e "potemmo vedere i mutamenti che avvenivano a vista d'occhio sui prati soprastanti il piano stradale che presentavano fenditure che si allargavano a vista d'occhio come pure la strada subiva evidenti spaccature".
- Un autista che fece quel giorno l'ultimo giro con un carico di legname disse che "credevo di non farcela a tornare a Casso dato lo stato della strada in sinistra".
- Vengono ritirati tutti gli operai che dormivano nelle baracche in fondovalle.
8 ottobre 1963
La situazione è già fuori controllo. Quel giorno la frana si muove a vista d'occhio e dalle sue propaggini più vicine all'invaso cominciano a cadere in acqua massi di roccia.
- ore 7:45: vengono impartiti ordini alle maestranze di non svolgere alcun lavoro in fondo alla valle a causa dell'accentuato movimento franoso;
- ore 10:00: l'ingegner Caruso informa del peggioramento il Genio Civile di Belluno esibendo i diagrammi degli spostamenti della frana; parla con l'ing. Violin dell'opportunità di fare evacuare la zona del Toc. I toni di Caruso - come da testimonianza dell'ing. Beghelli presente all'incontro - non sono preoccupanti perchè da modello Ghetti si era quasi arrivati alla quota di sicurezza; rifiuta di aumentare il volume di svaso per non accelerare la discesa della frana. Alla fine della riunione conclude: "La pregherei di non spargere voci allarmistiche perchè per quello che c'è di pericoloso abbiamo già provveduto". Viene inviato un telegramma alla prefettura di Udine e al Comune di Erto perchè venissero sfollate trenta case stagionali in prossimità della diga.
- quasi contemporaneamente: durante i lavori sulla strada in sponda sinistra l'operaio Felice Corona, il suo collega Giuseppe De Marta e i geometri Baccichetto e Pesavento (periti nel disastro) notano che la carreggiata subiva notevoli mutamenti ora dopo ora; in località Pineda si accorgono che la massa franosa si muove a vista d'occhio, con gli alberi che si inclinano sempre di più;
- ore 10:30: Biadene è presente al Vajont dove incontra Caruso. Conferiscono con i geometri Rittmeyer, Rossi e con l'assistente De Prà (tutti periti nella sciagura) per istituire un divieto di transito in tutta la sponda sinistra, con ordinanza di sgombero della zona di frana: è il telegramma postato qui sotto. Ispezionano personalmente la zona della Pausa e notano che la strada presenta profonde fessurazioni dove di primo mattino non erano ancora comparse. Verificano i piezometri e notano la completa concordanza tra la loro quota e quella del serbatoio;
- ore 12:20: telegramma alla prefettura di Udine con cui la SADE inoltra il sotto riportato telegramma; nessuno parla di sgombero di Erto e Casso, tantomeno si parla di Longarone;
- ore 13:30: gli ingegneri incontrano il brigadiere dei Carabinieri di Erto, già a conoscenza dell'ordinanza di sgombero. Alla diga vengono impartiti gli ordini di utilizzo delle fotoelettriche durante la notte, con accensione ogni mezz'ora. Interpellato nel merito dal geom. Rossi, Biadene risponde: "Il Toc potrebbe cadere stasera come tra trent'anni".
- ore 15:30: l'assistente governativo Bertolissi si reca al Vajont con il compito di accertamenti urgenti e successiva relazione. Accerta uno spostamento del margine di frana di circa 10 cm rispetto al giorno prima; il geom. Rossi lo rassicura poichè si era prossimi al raggiungimento della quota 700 ritenuta di assoluta sicurezza;
- pomeriggio-sera: vengono installate in sponda destra altre paline di misurazione per rilevare la quota raggiunta dall'onda sollevata dalla frana. Ancora si crede a una caduta lenta e per fette, nessuno pensa a una caduta veloce e in blocco;
- ore 18:30-19:00: l'ing. Beghelli riceve una telefonata da Bertolissi che dal Vajont gli comunica che i diagrammi di frana risultano essere "allarmanti"; si dispone che l'ing. Baroncini raggiunga il Vajont la mattina dell'11 ottobre. Invano. Viene disposto l'abbassamento dell'invaso a quota 695 per creare un'ulteriore fascia di sicurezza: non vi si arrivò mai;
- ore 20:30: Osvaldo Clemente Corona e Giuseppe Martinelli (perito nel disastro) accompagnano il brigadiere dei CC di Erto Antonio Zuccalà e un altro militare sul fianco sinistro del bacino: già a Prada, Liron e Pineda la strada risulta molto dissestata, vengono rilevati allargamenti delle crepe già rilevati sui muri di sostegno della strada; preoccupa in particolare uno squarcio obliquo che interessa l'intera carreggiata, con un dislivello di oltre 30 cm. che rende la marcia non proseguibile.
- Quota dell'invaso attestata a 702,50.
9 ottobre 1963
- 9:45: fonogramma da Tenenza CC Sacile a Prefettura e Questura Udine. "Seguito messaggio p.n. 8 ottobre corrente. Tutte 35 famiglie residenti località Toc habent sgomberato zona pericolosa sistemandosi provvisoriamente at Casso. Ordine pubblico normale. Firmato M.llo Belardi".
- Gli strumenti rivelano un movimento franoso di 10 cm destinato ad aumentare nel corso della giornata.
- Tra le 9:15 e le 11 vengono registrate numerose telefonate da/per il Vajont e da/per centrale Soverzene, istituto di geologia di Roma, Ministero LL.PP.. Biadene le conferma e le descrive come tentativi di parlare con Baroncini, Penta e Sensidoni, tutti irreperibili.
- Biadene scrive a Pancini (in quel momento negli USA) dicendo che "in questo giorno la velocità di traslazione della frana è decisamente aumentata. Ieri mattina sono state per qualche punto di 20 cm nelle 24 ore e questo sia in basso che in alto [...] il muoversi di punti anche verso la Pineda che finora erano rimasti fermi fanno pensare al peggio [...] mi telefona ora il geom. Rossi che le misure di questa mattina mostrano essere ancora maggiori di quelle di ieri, raggiungendo una maggiorazione del 50%!! cioè da 20 a 30 cm [...] che Iddio ce la mandi buona".
- I vigili urbani di Cortina d'Ampezzo Gerardo Del Favero e Dino Di Bona, in transito sulla diga per motivi di servizio, immortalano le ultime foto prima del disastro (consultabili in altra area di questo forum), venendo allontanati da personale di sorveglianza per il pericolo di frana imminente.
- Giuseppe De Marta, operaio, riferisce che verso le ore 13 in pausa pranzo si era recato in sponda sinistra per andare a funghi e aveva notato una grande crepa di circa 5 metri di lunghezza e 50 cm di larghezza con andamento obliquo dall'alto verso il basso dove poco prima non c'era. Dopo qualche ora quella crepa aveva progredito di ulteriori 40-50 cm verso il basso.
- Vari testimoni parlano di inclinazione degli alberi a vista d'occhio, alcuni dei quali caduti e con le radici scoperte.
- Sisto Santin, operaio, alle 16 si trova sul coronamento della diga e vede il terreno scendere a vista d'occhio, con caduta di sassi sempre più grossi nel lago.
- Alla centrale di Soverzene vengono prese alcune precauzioni di tipo squisitamente tecnico anche in previsione dell'apertura della paratoia n° 23 che immette direttamente nella galleria della Val Gallina, lavorando così a pieno carico con la centrale del Colomber, il tutto per aumentare lo svaso del bacino del Vajont.
- Luigi Rivis, vicedirettore tecnico a Soverzene, conferma che alle 18:35 la paratoia 23 passò da un'apertura di 48 cm a una di 80 cm.
- Le interlocuzioni tra Biadene e i vari Uffici di Roma portano a concordare di mantenere lo svaso al ritmo stabilito, senza ulteriori aumenti, come deciso dal presidente Batini. Penta riferisce su Biadene della "convinzione che lo stesso ritenesse l'insieme della situazione controllabile, non di soluzione immediata e non di particolare gravità".
- Adriano Filippin, operaio, riferisce di avere sentito i tecnici in cabina comandi (Pesavento, Baccichetto, Casagrande, De Pra, tutti deceduti) secondi cui "la montagna sarebbe caduta piano piano".
- Ore 20:15. Biadene (che è a Venezia) chiama al Vajont e parla con l'assistente Da Pra invitandolo a disporre i blocchi stradali concordati con ordinanza del sindaco di Erto-Casso: risulteranno interdetti gli accessi alla strada translacuale in sinistra, un blocco verrà costituito al bivio per Erto e un altro sulla strada di Dogna, in salita verso la diga. Un ulteriore blocco viene collocato appena a valle del coronamento.
- Ore 21:30. Telefonata tra Biadene e Rittmeyer. Quest'ultimo comunica che ha fatto sgomberare anche le case a quota 729 e - a specifica domanda - risponde "No, ingegnere, non vedo alcun segno, non vediamo niente ma stia tranquillo". Biadene chiede se le fotoelettriche sono in funzione e ne riceve risposta affermativa.
E' questa l'ultima nota prima del disastro.
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Questo disegno è l'allegato alle sommarie informazioni testimoniali rese il 16 novembre 1963 dall'ing. Oreste Sestini alla Polizia Giudiziaria e confluite poi nell'istruttoria Fabbri. (Fonte: Archivio di Stato, busta 5, interrogatori effettuati dalla Polizia Giudiziaria (1963-1964)).
Sestini era il direttore dell'Esercizio Impianti Idroelettrici Primo Gruppo della SADE, di cui era funzionario dal 1947. Il Primo Gruppo comprendeva anche l'impianto Grande Vajont.
Emerge un dato che per me è nuovo. Verso le ore 18 del 9 ottobre 1963 egli fu preavvisato telefonicamente dall'ing. Sabbadini (SADE Venezia) che "probabilmente sarebbe stata data disposizione di aprire lo scarico di alleggerimento di una certa portata e precisamente come da appunto che vi mostro" .... "non fui informato dei motivi per l'eventuale apertura dello scarico di alleggerimento. Sono sicuro che detto scarico di alleggerimento non fu aperto, in quanto al preavvertimento non seguì l'ordine esecutivo".
Si è trovato conferma dell'aumento di apertura della paratoia 23, ma è la prima volta che leggo di un piano di ulteriore rapidità nello svaso del lago, per arrivare a quota 700 (ritenuta erroneamente di sicurezza e cui comunque non si arrivò mai).
Non viene detto da chi l'ing. Sabbadini abbia ricevuto a propria volta tali disposizioni.
Sestini era il direttore dell'Esercizio Impianti Idroelettrici Primo Gruppo della SADE, di cui era funzionario dal 1947. Il Primo Gruppo comprendeva anche l'impianto Grande Vajont.
Emerge un dato che per me è nuovo. Verso le ore 18 del 9 ottobre 1963 egli fu preavvisato telefonicamente dall'ing. Sabbadini (SADE Venezia) che "probabilmente sarebbe stata data disposizione di aprire lo scarico di alleggerimento di una certa portata e precisamente come da appunto che vi mostro" .... "non fui informato dei motivi per l'eventuale apertura dello scarico di alleggerimento. Sono sicuro che detto scarico di alleggerimento non fu aperto, in quanto al preavvertimento non seguì l'ordine esecutivo".
Si è trovato conferma dell'aumento di apertura della paratoia 23, ma è la prima volta che leggo di un piano di ulteriore rapidità nello svaso del lago, per arrivare a quota 700 (ritenuta erroneamente di sicurezza e cui comunque non si arrivò mai).
Non viene detto da chi l'ing. Sabbadini abbia ricevuto a propria volta tali disposizioni.
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La foto, concessa da Alessandro Bonitti (credits ProgettoDighe), è stata scattata il 6 ottobre 1963, tre giorni prima del disastro.
Permette di apprezzare la strada di transito sul coronamento, rispondendo così alla domanda fatta qualche giorno fa sul gruppo, se cioè il transito fosse solo veicolare o anche pedonale. Dalla foto si desume che la strada fosse aperta sia ai pedoni che ai veicoli, confermando che probabilmente la passerella pedonale a valle della diga sarebbe diventata inutile.
La freccia bianca indica invece una sorta di cestello, probabilmente per l'ispezione della parte sottostante l'impalcato stradale. Se così fosse, chi vi saliva non doveva certo soffrire di vertigini...
Permette di apprezzare la strada di transito sul coronamento, rispondendo così alla domanda fatta qualche giorno fa sul gruppo, se cioè il transito fosse solo veicolare o anche pedonale. Dalla foto si desume che la strada fosse aperta sia ai pedoni che ai veicoli, confermando che probabilmente la passerella pedonale a valle della diga sarebbe diventata inutile.
La freccia bianca indica invece una sorta di cestello, probabilmente per l'ispezione della parte sottostante l'impalcato stradale. Se così fosse, chi vi saliva non doveva certo soffrire di vertigini...
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