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Passato alla storia con il soprannome di "muro della vergogna", questo manufatto fu eretto molto velocemente a partire già dalle settimane successive al disastro.

Nell'ottobre/novembre 1963 i paesi che si affacciavano sulle sponde del bacino furono evacuati anche forzosamente, nel timore di successivi eventi di frana, soprattutto nella parte più occidentale dove ancora incombeva il c.d. "diedro", sopra costa delle Ortiche. Tale struttura rocciosa era stata giudicata "stabile" da Edoardo Semenza, ciò nonostante le autorità preferirono lo sgombero "a scopo precauzionale". Chi non aveva trovato ospitalità presso parenti o conoscenti venne portato verso la val Cellina e Pordenone ove fu creato un paese chiamato Vajont, tuttora esistente, per l'accoglienza dei profughi.

L'ostruzione del lago C verso la diga aveva poi generato un altro grosso problema, reso ancora più grave dall'approssimarsi della stagione piovosa: l'innalzamento del lago residuo (già a quota 728 il 10 ottobre 1963) avrebbe potuto interessare i paesi della sponda più orientale e addirittura valicare passo S. Osvaldo allagando il paese di Cimolais.

Immagine
In questa aerofoto del 22 ottobre 1963 scattata dall'Aeronautica Militare la quota 746 non è riferita al lago residuo ma alla linea tratteggiata; la quota del lago al momento della foto è però già superiore ai 721 metri s.l.m..

Nelle more della costruzione della stazione di pompaggio si pensò di innalzare artificialmente il margine orientale costruendo a passo S. Osvaldo (quota 827) un lungo e alto muro fatto con gabbioni in sasso e cemento e dotato di due aperture in grado di controllare o regolare eventuali ondate di piena del lago.

La costruzione del muro (vigilato H24) fu reputata da molti assolutamente inutile e fu vista invece come intenzionata a impedire agli abitanti della valle di tornare nei paesi abbandonati. Con un escamotage (la scusa era quella del recupero del materiale per la processione annuale di S. Antonio) alcuni di loro riuscirono a tornare e a restare nelle case abbandonate, dove ENEL aveva interrotto la fornitura di energia elettrica.

Ne seguì un periodo tormentatissimo, fatto di allacciamenti abusivi alla rete elettrica e continui nuovi distacchi, in un "braccio di ferro" tra popolazione e autorità che alla fine si concluse in favore della prima, con la concessione della possibilità - per chi voleva - di rientrare ai paesi e con l'installazione di una nuova rete elettrica dedicata, anche perchè nel frattempo il lago era efficacemente tenuto sotto controllo dagli impianti di scarico bypass verso il Vajont e verso il Cimoliana.

Il muro sarà definitivamente demolito solo nel 1997, per consentire la ripresa del transito dei mezzi pesanti da e per la val Cellina.
Ancora oggi questa struttura è assunta come esempio dell'ennesimo schiaffo morale tirato in faccia alle popolazioni già così duramente provate.
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