Mario Pancini
Rovigo, 5 agosto 1912
Venezia, 24 novembre 1968
Ingegnere
Ottenuta la laurea in Ingegneria all'Università di Padova, con una tesi proprio sulle dighe ad archi multipli, Pancini viene assunto subito dalla SADE con la mansione di capo-cantiere. Conosce Carlo Semenza e Alberico Biadene, e con loro inizia la collaborazione per la realizzazione della diga del Vajont. Era inoltre conoscitore di molte lingue straniere, tra le quali proprio quel tedesco che gli consentirà di fare da interprete con Leopold Muller nelle fasi di discussione della frana.
Il suo ruolo al Vajont fu quello di direttore dell'ufficio lavori, un ruolo apparentemente secondario ma che invece lo portò a stretto contatto con le maestranze dalle quali era benvoluto. Persona dallo spiccato senso pratico, fu uno degli ideatori della galleria di sorpasso.
All'indomani della frana del 4 novembre 1960 ideò un programma (che prese il suo nome) mediante il quale, attraverso una serie repentina di invasi e svasi del bacino, si sarebbe dovuto provocare il distacco delle "fette" più avanzate della frana individuata dalla relazione Semenza-Giudici. Tale programma non fu mai iniziato a causa dei dubbi persistenti sul comportamento della massa a seguito dell'individuazione di strati di argilla commisti a roccia fortemente fratturata unita alla mancata conoscenza del reale piano di scivolamento della frana.
A seguito del repentino aumento della discesa di quest'ultima, a causa delle successive prove di invaso (se ne contano almeno 3 fino al 26 settembre 1963, data di inizio dell'ultimo svaso) viene nominato responsabile dei controlli diga e dei relativi lavori necessari per la sua tutela. Incaricato da Biadene di sovrintendere alle operazioni di svaso al fine di raggiungere la presunta quota di sicurezza di 700 metri s.l.m., vi provvide attraverso uno svaso lento di circa 80 cm al giorno, ritenendo così di non creare un ulteriore shock pressorio nella frana.
Il 2 ottobre Pancini passa le consegne al suo sostituto, l'ing. Beniamino Caruso, avendo già le ferie programmate. Il giorno successivo parte per gli Stati Uniti, dopo avere impartito l'ordine di essere comunque tenuto informato di ogni novità. Tra il 3 e l'8 ottobre gli eventi precipitarono a causa del progressivo aumento della velocità di discesa della frana, i cui movimenti potevano essere rilevati anche a occhio nudo. Il giorno prima della tragedia Biadene scrive a Pancini ordinandogli l'immediato rientro al Vajont poichè la situazione appariva fuori controllo. Non fece in tempo.
Indagato per i fatti del 9 ottobre, riparò in Svizzera temendo di essere incarcerato. Già nelle prime interlocuzioni con il giudice istruttore Mario Fabbri, aveva minacciato il suicidio nel caso di un suo rinvio a giudizio. Soleva ripetere di continuo la frase: "Colpe o non colpe, ci sono sempre 2000 morti".
Mario Pancini attuò l'insano proposito il 24 novembre 1968, alla vigilia dell'inizio del processo dell'Aquila.
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Leggendo la storia di quest'uomo mi scende un velo di malinconia...
Di lui si legge di tutto e di più, spesso con commenti caustici, ma l'idea che mi sto facendo attraverso letture SENSATE è quella di un bravo professionista, tradito dalla sua creatura più cara: un po' come un bravo addestratore di cani che venga morso a tradimento dal suo cane più fedele.
I tuttologi da web gli arrivano ad attribuire colpe non sue... ma mi chiedo, se davvero avessero saputo cosa sarebbe successo sarebbero andati avanti lo stesso??? O - peggio - gli danno del codardo dicendo che scappò in America per non assistere al disastro, ma ci rendiamo conto???
La testimonianza di quanto benvoluto fosse tra le maestranze sta nel fatto che è l'unico degli ingegneri a venire ricordato in una lapide posta prima dell'ingresso del coronamento, di cui posto la foto.
Di lui si legge di tutto e di più, spesso con commenti caustici, ma l'idea che mi sto facendo attraverso letture SENSATE è quella di un bravo professionista, tradito dalla sua creatura più cara: un po' come un bravo addestratore di cani che venga morso a tradimento dal suo cane più fedele.
I tuttologi da web gli arrivano ad attribuire colpe non sue... ma mi chiedo, se davvero avessero saputo cosa sarebbe successo sarebbero andati avanti lo stesso??? O - peggio - gli danno del codardo dicendo che scappò in America per non assistere al disastro, ma ci rendiamo conto???
La testimonianza di quanto benvoluto fosse tra le maestranze sta nel fatto che è l'unico degli ingegneri a venire ricordato in una lapide posta prima dell'ingresso del coronamento, di cui posto la foto.
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Sì, Pancini fu tra i pochi "benvoluti" tra le maestranze del cantiere.
Sempre presente, sempre disponibile, nel film di Martinelli Leo Gullotta lo interpreta direi alla perfezione.
Sotto l'aspetto professionale fece ciò che ci si sarebbe aspettato da ogni buon professionista.
Sotto l'aspetto umano fu schiacciato da un peso insostenibile che lo portò al punto di rottura.
Chi scrive su di lui certe sciocchezze significa che non si è dato la pena di documentarsi in modo serio e obiettivo sul suo operato.
Sempre presente, sempre disponibile, nel film di Martinelli Leo Gullotta lo interpreta direi alla perfezione.
Sotto l'aspetto professionale fece ciò che ci si sarebbe aspettato da ogni buon professionista.
Sotto l'aspetto umano fu schiacciato da un peso insostenibile che lo portò al punto di rottura.
Chi scrive su di lui certe sciocchezze significa che non si è dato la pena di documentarsi in modo serio e obiettivo sul suo operato.