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Alberico Biadene

Messaggio da giacal »

Alberico Biadene

Asolo, 29 novembre 1900
Venezia, 1985
Ingegnere

Ottenuta la laurea in Ingegneria all'Università di Padova, prima di essere assunto alla SADE progettò e realizzò numerose opere all'estero (Eritrea e Iran) per poi specializzarsi nella progettazione di sbarramenti artificiali. Al riguardo sperimentò vari tipi di cementi per la realizzazione dei calcestruzzi, presentando nel 1951 un articolato lavoro di studi al IV° Congresso delle Grandi Dighe di Nuova Dehli: co-firmatario dell'elaborato fu anche quel Mario Pancini che troveremo in SADE nella realizzazione della diga del Vajont.

Nel 1957 è a fianco di Carlo Semenza nella realizzazione del progetto della diga del Vajont. Risultò uno dei più accaniti detrattori delle risultanze della relazione Semenza-Giudici che individuò la gigantesca frana in tutta la sua interezza. Si adoperò di contro per trovare ogni soluzione possibile per la salvaguardia dell'impianto anche in ipotesi di frana.

Sostituì Carlo Semenza alla sua morte, nel 1961. Da quel momento amministra la conduzione dell'impianto secondo rigidi criteri burocratici continuando a sottovalutare la reale portata del problema fino al giorno del disastro.

Fu tra i pochi a essere condannato nel processo-Vajont e a scontare pochi anni di carcere. Si professerà sempre innocente.

E' un personaggio di difficile inquadramento, di sicuro tra i più odiati dall'opinione pubblica.

LEGGI L'ARTICOLO SCRITTO DA DAVIDE SERPAGLI QUI
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Il Personaggio Biadene è sicuramente tra i più controversi dell'intera vicenda.
Subentra nel momento in cui alla Sade sono al corrente della presenza di una frana da circa 200 milioni di metri cubi con la seconda prova d’invaso appena iniziata e nel mezzo degli esperimenti su modello, voluti da Carlo Semenza, per valutare l’impatto della caduta della frana sulla diga e a valle di essa. Nino Biadene fin da subito non dimostra particolare interesse per questi esperimenti e dopo aver ottenuto la relazione sulla quota di sicurezza del lago per evitare effetti catastrofici sulla struttura ne ordina la sospensione. Avrebbero dovuto svolgersi ancora quelli delle possibili conseguenze a valle della diga, ma le prove si chiusero il 24 aprile del 1962. La relazione finale del professor Ghetti, direttore degli esperimenti, fissava nella quota del lago a 700 metri, quindi 22,5 metri sotto la soglia di massimo invaso, quale quota di assoluta sicurezza nei riguardi anche del più catastrofico prevedibile evento di frana. Arrivato con la seconda prova d’invaso a quota 700 nel novembre 1962 e constatato un deciso incremento dei movimenti dopo la nuova quota raggiunta, Biadene decide per lo svaso fino a quota 650, quota nella quale nel corso del primo invaso si ebbero i movimenti più forti della massa, fino a 3,7 centimetri al giorno. Raggiunta tale quota, nel marzo del 1963, i movimenti si sono quasi azzerati e ciò pareva quindi dare conforto alla teoria della prima bagnatura espressa da Muller. Biadene si convince così di avere la situazione sotto controllo, può procedere quindi con altri invasi e svasi, bagnare più volte la frana e cercare di farla scivolare a poco a poco fino a farla cadere nel bacino senza provocare danni. Si aspettava infatti che con l’avanzare della discesa, pezzi delle parti più esposte della massa cadendo nel bacino potessero accumularsi e creare un sostegno per il resto della frana. E’ con questo convincimento che il 20 marzo 1963 Biadene chiede, per conto di ENEL subentrata alla sade dopo la nazionalizzazione, di poter riprendere l’invaso fino a quota 710 metri, quindi 12,5 metri sotto il livello di sfioro. Perchè spingersi a quella quota con in mano una relazione ed una raccomandazione di non superare quota 700? Biadene evidentemente riteneva quella quota non del tutto vincolante in quanto ottenuta attraverso esperimenti con masse di grossa entità e con tempi di caduta molto brevi, variabili ritenute dai tecnici e dall’ingegnere stesso difficilmente verificabili nella realtà.
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Inoltre è probabile che abbia pensato di bagnare nuove porzioni di frana a quote piu elevate in modo da farla scivolare quel tanto per far cadere le parti più frontali un po' per volta.
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La terza prova d’invaso parte l’11 di aprile del 1963 ed arriva ad una quota di 700 metri a inizio luglio senza particolari scossoni alla montagna e questo sembra quindi suffragare la teoria di Muller, infatti solo dopo aver superato quota 705 a fine luglio del 1963, si ha un deciso e continuo aumento dei movimenti. Si arriva a quota 710 a fine settembre ed i movimenti aumentano drasticamente, fino a 22 millimetri il 26 settembre. Il 27 Biadene ordina quindi lo svaso con l’obbiettivo di arrivare fino a quota 695 metri e abbassare la velocità di slittamento. A differenza però degli svasi precedenti i movimenti in atto anzichè diminuire aumentano, ciò porta Biadene ad accelerare lo svaso per riuscire ad arrivare in breve tempo alla quota di sicurezza prima della caduta della frana ormai inevitabile e prossima. Il 2 ottobre Biadene si reca a Roma per ottenere al più presto la presenza del geologo Penta, membro della commissione di collaudo, su alla diga per rendersi conto della situazione ed avere consigli su come procedere, si rende conto Biadene di essersi spinto troppo oltre.
La giornata del 9 ottobre, con lo svaso ancora in corso, è abbastanza febbrile per Biadene: invia una lettera all’ing. Pancini di rientrare dalle ferie in quanto la velocità della frana è aumentata in maniera irreversibile e conclude la missiva con la frase "che iddio ce la mandi buona". Nel pomeriggio contatta anche Penta a Roma che non comprendendo forse la gravità della situazione in atto gli risponde di "non medicarsi la testa prima di essersela rotta". Biadene è evidentemente nel panico, vuole raggiungere la quota di sicurezza il prima possibile, da Venezia, dove si trova, dispone agli addetti di Soverzene di predisporre l’apertura dello scarico di alleggerimento prevedendo un ulteriore acceleramento dello svaso. Non predispone di far adottare alcuna misura di sicurezza per l'abitato di Longarone in quanto non ritiene che la frana sia tale da interessare anche la zona del paese. Non procede nemmeno allo sgombero del personale sito a quota 780 in quanto riteneva quella quota in totale sicurezza.
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A sera si tiene in contatto continuo col geometra Rittmeyer, su alla diga, che lo tiene informato dell’evolversi della frana. La situazione però è ormai compromessa e alle 22 39 con la quota del lago a 700,3 metri la frana cade di schianto provocando la catastrofe. La velocità di caduta è assolutamente sbalorditiva, dai 20 ai 25 secondi, molto distante dalle tempistiche prospettate ed è ciò che ha provocato l’eccezionale innalzamento dell’onda fino ai 200 metri sulla sponda opposta.
In sede processuale, con requisitoria del 23 novembre 1967, il Pubblico Ministero richiede il rinvio a giudizio per Biadene e gli altri imputati tra cui dirigenti ed ingegneri di Enel-sade e membri della commissione di collaudo, per i reati di omicidio e lesioni colpose plurime, disastro di frana, disastro d’inondazione con l’aggravante della previsione dell’evento e di procurato danno di rilevante entità. Il giudice istruttore Mario Fabbri dispone il rinvio a giudizio per tutti i reati a loro contestati con sentenza del 21 febbraio 1968. Il processo si svolge a l’Aquila per motivi di legittima suspicione ed inizia il 25 novembre 1968. Il 23 ottobre 1969 dopo tutto il dibattimento processuale la richiesta del PM è la condanna a 21 anni e 4 mesi di reclusione per Biadene ed altri 6 imputati. La sentenza di primo grado del 17 dicembre 1969 condanna Biadene a 6 anni di reclusione per il solo reato di omicidio colposo, non vengono riconosciuti quindi i reati di frana e inondazione con relative aggravanti. La sentenza d’appello condanna Biadene anche per i reati di frana con 1 anno di reclusione, e inondazione con 2 anni, oltre al quello di omicidio colposo, cui pena viene però ridotta da 6 a tre anni. Il totale rimane comunque a 6 anni di reclusione. Condanna che viene confermata in cassazione ma con riduzione della pena a 5 anni di reclusione di cui 3 condonati per motivi di salute. Sconta la pena a partire dal 1º maggio 1971 nel carcere della sua città, Santa Maria Maggiore a Venezia. Viene scarcerato il 1 maggio del 1973.
(Stralci degli interrogatori tratti da documentazione processuale - www.archiviodigitale.icar.beniculturali ... il/2640344).
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Sì, ho letto il libro di Reberschak sul processo, peggio di lui viene demolito solo Violin...

Non so che idea farmi, certo non giova nemmeno l'immagine che di lui viene fatta nel film di Martinelli, in cui ti verrebbe voglia di mettergli le mani addosso...

Burocrate lo fu di sicuro, forse molto meno umano di Carlo Semenza che a mio avviso sarebbe stato l'unico capace di fermare tutto. Biadene doveva fare quadrare conti che non sarebbero quadrati mai e al riguardo ancora non mi spiego la sua smania di arrivare a quota 715 (ma questo l'ho chiesto in un'altra discussione, non volevo ripetermi..)

Poi che dire, le sue deposizioni verbalizzate trasmettono l'immagine di un uomo che non sbagliava mai, mi risulta che abbia sempre sostenuto la sua estraneità alla tragedia. Responsabile per me lo fu, ma lo fu al pari degli altri che invece la sfangarono: mi viene in mente Penta, distante mille miglia, o gli altri co-imputati che in qualche modo lo lasciarono da solo quando invece avrebbero dovuto fare fronte comune... Difficile oggi prendere una posizione netta, almeno per me..
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ancora non mi spiego la sua smania di arrivare a quota 715
Una spiegazione possibile potrebbe essere questa: l’autorizzazione alla terza prova di invaso fu chiesta nel marzo 1963 durante una stagione invernale tra le più siccitose degli ultimi anni. Siccità che andò aggravandosi durante l’estate che vide pochissime precipitazioni, tanto da far parlare di rischio idrologico.
Fu quindi necessario riempire tutti gli invasi, in particolare quello del Vajont considerato la “banca dell’acqua”, in vista di seri problemi di alimentazione alla centrale di Soverzene.

Ciò che non fu previsto fu l'improvvisa inversione di tendenza, con un agosto 1963 caratterizzato dal triplo di precipitazioni del periodo, con un riversamento continuo di piogge a carattere di nubifragio che non solo aumentarono il livello dell’invaso ma anche le infiltrazioni sotto la frana del Toc, tali da non poter essere drenate dagli strati sottostanti di calcare e che generarono una spinta verso l’alto che contribuì a staccare la frana nella sua interezza.
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Grazie per questa importante analisi, admin!
Non sapevo di queste spinte sotterranee e adesso inizio a spiegarmi molte cose, tra cui una singolare convergenza di circostanze geologiche, fisiche, climatiche più unica che rara...
Se dunque quell'agosto non fosse stato così piovoso, la frana avrebbe potuto distaccarsi in modo diverso? So che è una domanda difficile, ma vorrei davvero capire...
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giacal ha scritto: 18/02/2026, 21:24
ancora non mi spiego la sua smania di arrivare a quota 715
Una spiegazione possibile potrebbe essere questa: l’autorizzazione alla terza prova di invaso fu chiesta nel marzo 1963 durante una stagione invernale tra le più siccitose degli ultimi anni. Siccità che andò aggravandosi durante l’estate che vide pochissime precipitazioni, tanto da far parlare di rischio idrologico.
Fu quindi necessario riempire tutti gli invasi, in particolare quello del Vajont considerato la “banca dell’acqua”, in vista di seri problemi di alimentazione alla centrale di Soverzene.

Ciò che non fu previsto fu l'improvvisa inversione di tendenza, con un agosto 1963 caratterizzato dal triplo di precipitazioni del periodo, con un riversamento continuo di piogge a carattere di nubifragio che non solo aumentarono il livello dell’invaso ma anche le infiltrazioni sotto la frana del Toc, tali da non poter essere drenate dagli strati sottostanti di calcare e che generarono una spinta verso l’alto che contribuì a staccare la frana nella sua interezza.
La mia ipotesi, leggendo anche le deposizioni processuali di Biadene, è che volesse andare a bagnare nuove porzioni di frana a quote più elevate confidando nella correttezza della teoria della prima bagnatura espressa da Muller, in modo da provocare un aumento dello scivolamento per far cadere le porzioni di frana più avanzate, e successivamente svasare per rallentare il movimento come era successo nelle precedenti due prove d'invaso. Era convinto di governare la discesa e di far cadere la frana a pezzi nel bacino. Gli serviva una quota più elevata rispetto alle precedenti per smuovere la massa visto che con le quote già raggiunte in precedenza questa si era "assestata".
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La mia ipotesi, leggendo anche le deposizioni processuali di Biadene, è che volesse andare a bagnare nuove porzioni di frana a quote più elevate confidando nella correttezza della teoria della prima bagnatura espressa da Muller
Ma questa cosa era stata discussa in seno alla SADE? Oppure era una decisione tutta sua? Forse è questo il fulcro della faccenda che permetterebbe di capire meglio il personaggio...
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Non credo ci fossero molte discussioni da fare, Biadene era direttore del servizio Costruzioni Idrauliche quindi poteva decidere in autonomia come e quando richiedere gli invasi. Una volta che questi venivano accordati era sua responsabilità disporre le modalità e le procedure da adottare. L'entità della variazione del livello del lago era di esclusiva competenza della direzione del Servizio Costruzioni Idrauliche nella persona di Biadene. Le decisioni prese venivano comunicate alla direzione del Servizio Idroelettrico, che per via gerarchica le inoltrava al Reparto di Soverzene affinché provvedesse ad attuarle. Non aveva quindi bisogno di nessun consulto le decisioni erano di sua competenza.
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Mi rendo conto, e credo anche che i rapporti gerarchici di quei tempi non ammettessero troppe discussioni....
Ho sentito l'intervista a don Onorini che avete pubblicato sul sito, impressionante... Anche nel passaggio in cui rivide Biadene all'indomani del disastro e non lo riconobbe da quanto era invecchiato.

Ecco, per quanto l'ottusità imprenditrice avesse imposto certe scelte, non ce lo vedo un Biadene come il diavolo nero di tutta la vicenda...
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