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Iscritto il: 25/01/2026, 11:44
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Il dato tecnico dà e garantisce di certo memoria. Lo stesso la fonte iconografica. Credo, a ragione, che anche la testimonianza verbale produca memoria "viva", ancorché dolorosa.

MEMORIA DURA

Da ragazzi avevamo delle galline. Uova fresche per quasi tutto l’anno. Qualcuna, le più vecchie, venivano messe anche in congelatore.
Nessuno di noi era però capace di ammazzarle.
Lo faceva un vicino.

Una decina di polli venivano allora lasciati frollare in una stanzetta fredda e molto pulita.
Mio papà, più volte al giorno, mi mandava sempre a controllare che fosse tutto a posto, nulla di antigienico: insetti, sporco, odori fuori posto. Si raccomandava di chiudere bene la porta.

Io odiavo quella mansione.
Guardare i polli morti. Tre o quattro volte al giorno, sempre la stessa azione, per quasi due giorni di fila.
I corpi immobili, appesi, che lentamente cambiavano.
Capire senza volerlo che anche la carne ha un tempo, e che il tempo lavora su tutto.

Un giorno gli chiesi perché mandasse sempre me.
Perché non potesse andarci lui, almeno una volta.

Mi rispose piangendo che non poteva.
Quel pianto, in un uomo che non piangeva mai, mi colpì più delle parole. Anzi, mi ferì nel profondo perché non capivo.
Gli chiesi perché.

Non cercò frasi.
Non spiegò.
Disse solo:
«Ho troppi ricordi legati alla ricerca di zio Romano.
Dopo il Vajont.
Tra sacchi.
Bare aperte.
Bare semichiuse.»

Capii in quell’istante che il Vajont non era finito quella notte.
Che non era solo acqua e fango.
Che continuava a vivere negli occhi di chi aveva cercato, sollevato, riconosciuto.
Che tornava ogni volta che un corpo fermo, in silenzio, somigliava troppo a un altro corpo.

Andai nella stanzetta dei polli senza fiatare.
Feci il controllo come sempre.
Ma non guardai più solo polli.

Piangevo anch’io.
Per lui.
Per zio Romano.
Per un disastro che non aveva sepolto solo un paese, ma aveva continuato a cercare, a riaprire, a rovistare nella sua stessa memoria.

Fabio Bristot - Rufus
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