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Ci sono storie che hanno dell'incredibile: per chi è credente, costituiscono un miracolo; per chi non lo è...non lo so.

Quella che vedete in foto è la statua della Beata Vergine Immacolata che si trovava all'interno della chiesa parrocchiale di Longarone, interamente spazzata via dall'ondata del 9 ottobre.

La statua fu trascinata dal Piave tra macerie e detriti per quasi sessanta chilometri, fino all'abitato di Fossalta di Piave ove fu raccolta e collocata nella chiesa locale, dedicata anch'essa alla Beata Vergine Maria.

Nel 1964, con una solenne processione, fu di nuovo trasportata a Longarone e in seguito ricollocata nella nuova chiesa parrocchiale.

Fermatevi a guardarla. Guardatene il volto segnato, l'assenza delle mani andate perdute nel disastro.

Poi, ognuno faccia le sue riflessioni.
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Davide Golfetto ci segnala questa preziosa testimonianza:

Dal sito della parrocchia di Fossalta riprendiamo il racconto di Walter Zamuner, colui che ha ripescato la statua dall’acqua:

“La disgrazia era successa la sera. Il mattino dopo nella cava di ghiaia di Ponte di Piave in riva al Piave si aspettava l’onda di piena. Il fiume si ingrossava lentamente con acqua melmosa che portava con sé i resti del disastro. Tra gli infissi. Le tavole e i travi c’erano molti alberi tagliati e scorticati pronti per essere lavorati. Il legno restava a galla.

Nella tarda mattinata vidi tra i tronchi una sagoma, che si distingueva tra la confusione del materiale. Non ci misi molto a capire di cosa si trattava: era la statua della Madonna.

A mezzogiorno era a casa a Fossalta, e continuavo a pensare di andarla a prendere. La faccenda si presentava effettivamente un po’ rischiosa […]

Andai sotto il ponte di San Donà dove avevamo il deposito di sabbia a fianco a quello di Pacifici. Presi la barca della ditta assieme a mio cugino Antonio e Umberto, un operaio del cantiere. Risalimmo lentamente il fiume oltre il ponte della ferrovia. Poco dopo le ore 15,00 passammo il confine con Croce e raggiungemmo la Statua. Mi sporsi afferrandola per la testa mentre gli altri mi tenevano. All’epoca avevo vent’anni e una forza prepotente.

La issai sulla barca e la misi in piedi.
Dietro la testa aveva un chiodo che mi apri lateralmente l’indice della mano sinistra e sanguinavo. Le passai la mano sul viso scendendo fino alla spalla per toglierle il fango e l’erba. Aveva perso le mani ed era tutta martoriata in viso e sul vestito.

Cercammo di ritornare, ma un tronco si era appoggiato di traverso sul fondo della barca, davanti all’elica. Dovettti scendere dalla barca e salirci sopra, in piedi, per fargli scavalcare il mozzo. Lentamente tornavamo al deposito. Recuperammo anche un fusto di veleno (arsenico).

Dalla sponda i carabinieri armati mi urlavano di andare a riva. Forse pensavano ad atti di sciacallaggio. Non sarebbe stato possibile guadagnare terra in altri posti della riva. Il tempo di legare la barca al suo ormeggio e poggiare la Statua a terra che si formò una nuvola di curiosi e carabinieri. “Come hai fatto?” ” Dove l’hai trovata?” “Portiamola in chiesa!” Mandai i compagni a prendere la giardinetta. Non avevo nessuna intenzione di lasciarla li a a San Donà. Io sono di Fossalta, l’ho tirata su dall’acqua del mio paese e lì doveva andare.

Qualcuno aveva notato la ferita al dito e insisteva perché andassi a medicarmi in ospedale, preoccupato anche per la presenza dell’arsenico. Non era il momento di perdere tempo: presi della terra e stagnai il sangue.
Appena l’auto fu vicina mi misi ad urlare come un matto: “Attenti ve cope tuti!” La gente si spaventò e si ritrasse. Approfittando della sorpresa, caricai la Signora e presi la fuga per Fossalta, ovviamente inseguito dai Carabinieri.

Poggiai la Statua sulla sinistra del secondo gradino della chiesa e Fossalta. Subito arrivò il parroco Don Angelo e cominciò a radunarsi gente. La misero appena dentro la chiesa sull’altare a sinistra e per i giorni che seguirono molti vennero a vederla, a pregare e a portarle fiori.

A maggio la riportammo a Longarone con una lunga processione. Quel giorno qualche donna mi accarezzo e mi baciò le mani. Era il ringraziamento per averle ridato un pezzo del suo paese.”
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