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La storia dei coniugi Fulvio De Lorenzi e Carmela Manarin è forse la più emblematica della superficialità con cui fu gestita la frana.

I due coniugi vivevano in una casa in sponda sinistra, pressochè sulla verticale del coronamento della diga, quindi sul margine più estremo della zolla di frana. La località era chiamata Pian de Sot, e la casa dei due signori si trovava proprio al termine di una strada bianca a tornanti che finiva in una piccola conca verde fatta di prati e alberi da frutto.

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La casa dei coniugi indicata dalla freccia (credits EcoMuseo Vajont)

La loro attività era principalmente quella di un piccolo allevamento di bestiame che facevano pascolare direttamente sul Pian de Sot, conferendo il latte a una piccola latteria "turnaria" che sorgeva in località Canevèr, sempre in sponda sinistra. Altro bestiame veniva allevato ai fini della macellazione, spesso in comproprietà con altri abitanti com'era usanza in quei tempi.

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Una rara immagine di casa De Lorenzi (si ringrazia EcoMuseo Vajont)

Oggi della loro casa non resta nulla se non la base del muro e una porzione di pavimento. Sul luogo è stata collocata una lapide in loro ricordo, poichè i corpi non furono mai più trovati.

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La situazione iniziò a precipitare a partire dal 26 settembre 1963, quando cominciarono le operazioni di svaso del bacino per portarlo sotto la quota ritenuta di sicurezza di 700 metri s.l.m.. Le osservazioni fatte con strumentazioni dedicate e continue triangolazioni dei capisaldi permisero di accertare che più si svasava, più la frana accelerava: l'apertura delle fessurazioni anche nella parte alta sopra quota 1100 era passata da millimetri a centimetri fino ad arrivare anche a decine di centimetri al giorno a ridosso del 9 ottobre.

Tuttavia nessuno degli ingegneri e geologi aveva messo in predicato la possibilità di una frana gigantesca che potesse calare sul bacino a velocità molto elevate; viceversa, tutti erano convinti che la frana si sarebbe staccata "a fettine" o comunque con un movimento di discesa molto lento.

Queste furono le informazioni veicolate alla popolazione.

E anche quando intervennero le ordinanza di sgombero della sponda sinistra, esse riguardarono quei centri abitati che si trovavano in posizione più prossimale al bacino, mentre casa De Lorenzi si trovava molto più in alto e in posizione molto più decentrata.

Sullo sgombero dei coniugi ci sono deposizioni agli atti processuali, che permettono di ricostruire il perchè essi decisero di restare.

Il 9 ottobre 1963 tutta la sponda sinistra era un continuo andirivieni di autocarri della SADE e dell'impresa TORNO, carichi di persone e masserizie che venivano portate in sponda destra: di lì, chi voleva poteva raggiungere Longarone o passare in val Cellina oppure ancora salire a Erto o a Casso, ritenuti paesi sopra quota di sicurezza.

Agli atti risultano le testimonianze di alcuni conoscenti della coppia, i quali tentarono a più riprese di convincere i coniugi ad abbandonare il posto; a tali inviti pare che la coppia abbia sempre opposto un netto rifiuto, considerando la loro casa solida e fuori dal movimento di frana. Il fatto che proprio il 9 ottobre ai De Lorenzi sia stato lasciato un maiale da allevare in vista della successiva macellazione dei primi di dicembre è un altro elemento che depone per l'apparente scarsa gravità attribuita alla frana.

Poco prima delle ore 21 (quando ormai la frana si muoveva a vista d'occhio, tanto da rendere quasi impraticabile la strada circumlacuale) un autista della TORNO passò un'ultima volta a casa De Lorenzi per verificare se i coniugi avessero cambiato idea: non trovò nessuno e si allontanò pensando che la coppia avesse già sgomberato usufruendo di un altro mezzo dell'impresa.

Quando invece la frana si staccò in tutta la sua forza distruttiva, anche la zona del Pian de Sot venne annientata sia dall'azione cinematica della frana stessa, sia dall'ondata di rimbalzo che dilavò tutta la sponda sinistra fin oltre il coronamento della diga.

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Questa è probabilmente l'ultima foto dei coniugi De Lorenzi, scattata poco prima del disastro (si ringrazia EcoMuseo Vajont)
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