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Dati generali

• Catalogazione: disastro industriale
• Area interessata: Val di Stava, comune di Tesero (TN)
• Vittime accertate: 268 [1]
• Massa di frana: 180.000 mc di acqua e fango
• Massa detritica secondaria: tra 40.000 e 50.000 mc tra infrastrutture ed elementi naturali asportati
• Velocità di discesa: 90 km/h circa
• Danni diretti quantificati: 3 alberghi, 53 abitazioni, 6 capannoni, 8 ponti completamente distrutti, 9 edifici gravemente danneggiati
• Danni secondari accertati: 27.000 mq di area sottoposta a processi erosivi

Premesse
Lo sviluppo siderurgico dell'Italia che caratterizzò i primi decenni del Novecento portò alla ricerca di aree di estrazione mineraria dei metalli più richiesti.
La zona successivamente interessata dal disastro - collocata tra Cavalese e Predazzo - era già conosciuta fin dal XVI° secolo per l'estrazione della galena argentifera, usata sia per la produzione di leghe metalliche, sia per l'estrazione dell'argento, in essa contenuto, per il conio di monete.
La medesima zona fu poi sfruttata per la massiccia presenza di fluorite, un minerale di largo impiego nella metallurgia per la produzione di alluminio, ma anche nei settori chimici emanufatturieri. Nel 1934 fu quindi aperta una miniera di estrazione di fluorite ubicata ai piedi del monte Prestavel, da cui prese il nome. Inizialmente gestita dal gruppo industriale Montecatini, a partire dal 1966 la miniera passò di mano in mano fino ad approdare nel 1980 alla società Prealpi mineraria di Zogno che la gestì fino alla data del disastro.
Il particolare processo di estrazione della fluorite richiedeva un complesso sistema di lavorazione sul posto che doveva passare attraverso specifici procedimenti:
• macinazione dell'escavato
• lavaggio del granulato ottenuto dalla macinazione
• decantazione dei prodotti di scarto per il successivo smaltimento

Tali esigenze portarono nel 1961 la Montecatini a chiedere e ottenere il permesso di edificazione di un terrapieno di 9 metri di altezza [2] al fine di costituire un bacino di decantazione del materiale di scarto che si giovava delle acque del torrente Stava.

Fin dal momento della costruzione del terrapieno emersero i primi problemi legati essenzialmente alla natura acquitrinosa del substrato sottostante, che costrinsero a prevedere impianti di drenaggio delle acque. Inoltre ben presto il bacino così costituito si rivelò insufficiente a contenere le acque di decantazione, anche perchè nel frattempo a quelle di Prestavel si aggiunsero le acque provenienti da pozzi estrattivi adiacenti. Ne conseguì un progressivo innalzamento del terrapieno, sfruttando proprio il vacuum normativo che sottraeva la struttura ai vari obblighi di legge. Con l'aggiunta di strati di terra successivi, nel 1971 lo sbarramento arrivò a un'altezza di 25 metri.

Dal momento che anche un bacino di decantazione così ampio si rivelò comunque insufficiente a contenere le acque di drenaggio sempre più copiose (dal momento che i processi minerari erano arrivati al massimo delle capacità estrattive), la società titolare dell'impianto in quel periodo (la Fluormine) decise per la costruzione di un secondo argine contenitivo posto a monte di quello originario, tuttavia privo di ancoraggi e di sistema di drenaggio, nella convinzione che lo sbarramento sottostante avrebbe supplito a queste esigenze. Nel 1974 il sindaco di Tesero espresse formalmente le proprie perplessità in ordine alla sicurezza per gli abitati sottostanti l'impianto, ottenendo la predisposizione di una perizia di stabilità che però fu affidata a periti scelti dalla stessa Fluormine [3].
Tale perizia - effettuata nel 1975 - fu tacciata di superficialità all'indomani del disastro; tuttavia dal suo esito emerse che l'impianto così costituito, a causa dei livelli di pendenza molto pronunciati, era arrivato al limite massimo sostenibile [4]: gli unici lavori effettuati per sanare la situazione furono sottesi alla diminuzione del livello di pendenza degli argini che comunque arrivarono a un'altezza complessiva di 50 metri tra il sottostante e il sovrastante, con una capacità di invaso di circa 300.000 mc di acqua.

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(Credits: Storia della Geologia)

Nel 1978 l'impianto fu momentaneamente fermato, ma già dopo 4 anni ripresero gli sversamenti degli scarti della decantazione nel 2 bacini. Nel 1985 emersero le prime criticità prodromiche al disastro: si iniziò con una perdita di acqua da una delle tubature di drenaggio che non sopportò il peso eccessivo dei sedimenti sotto i quali era sepolta; infine, a seguito di un inverno particolarmente rigido, si ruppe un secondo tubo di scarico che creò una vera e propria voragine alla base dello sbarramento inferiore. Si intervenne turando la falla con iniezioni di sabbia e cemento. Nel frattempo, il percolato fuoriuscito dall'impianto aveva provocato un grave impatto ecologico a causa del compattamento dei terreni sottostanti sui quali era diventata impossibile la piantumazione di nuovi alberi.

Il disastro
Alle 14:22 del 19 luglio 1985 l'argine del bacino superiore cedette di schianto riversando il suo contenuto su quello inferiore che a sua volta crollò permettendo a circa 180.000 mc di acqua e fango di scendere verso il fondovalle dove trovarono sfogo sul greto del fiume Avisio dopo avere percorso poco più di 4 km radendo al suolo tutto ciò che incontrarono sul loro percorso.

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(Credits: Viaggiatori Ignoranti)

La macchina dei soccorsi fu imponente e vide la partecipazione di circa 18.000 soccorritori appartenenti sia a Enti e Corpi dello Stato, sia all'ambiente del volontariato e della Protezione Civile.

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(Credits: Vigilfuoco.it)

Le indagini
Fu immediatamente nominata una Commissione ministeriale d'inchiesta che si avvalse di un imponente collegio peritale, tramite cui pervenne all'individuazione di una serie di concause che portarono al disastro:
• cronica instabilità dei versanti degli sbarramenti
• mancato consolidamento dei fanghi di estrazione
• eccessive altezze e pendenze degli argini (34 metri su 80%, con angolo di 40°)
• errato calcolo di accrescimento del bacino superiore
• errata collocazione delle tubazioni di drenaggio collocate sul fondo dei bacini

Il processo
Si concluse nel 1992 a seguito del rinvio a giudizio per disastro colposo e omicidio colposo plurimo di 10 imputati, rappresentanti delle società e degli enti che a vario livello erano intervenuti nella gestione del bacino di Prestavel, tutti condannati a pene variabili.
Dopo il disastro la miniera fu definitivamente chiusa. Nel corso degli anni l'intera area venne sottoposta a una grande opera di rimboschimento.


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[1] il numero definitivo delle vittime fu accertato solo al compimento dell'iter legale delle dichiarazioni di morte presunta dal momento che molte delle salme recuperate non erano riconoscibili.
[2] tale altezza non fu scelta a caso poichè in questo modo la struttura non sarebbe stata considerata una diga (per la quale sarebbe servita un'altezza minima di 10 metri), quindi svincolata dagli obblighi di legge specifici e dal relativo obbligo di accatastamento.
[3] Corriere della Sera, 15 luglio 2015.
[4] Sentenza dell'8 luglio 1988 del tribunale penale di Trento.
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