Ci troviamo in sinistra idrografica e l'area di cui parliamo è ubicata molto più in alto rispetto al margine superiore della frana.

Prima del 9 ottobre la zona era conosciuta dai pastori di pecore per gli ottimi pascoli ove condurre il bestiame, tanto che sul posto era stata edificata una casèra in pietra che serviva sia per la lavorazione del latte che come ovile per la custodia degli animali.

Roberto Minardi offre questa descrizione:
Cos'era una "Casèra"?
Come tutte le parole che hanno la radice nel latino "Caseus" -o "Caseum- (caseificio, cacio, casàro. ecc) la "sfera di competenza" di questo edificio è la trasformazione del latte in formaggio.

Non serve spiegare che sul monte toc, fino a che la scure del 1963 tranciasse in un sol colpo il legame che teneva unita la vita dei valligiani alle loro tradizioni, una delle pochissime e misere forme di welfare era l'allevamento del bestiame. Carne e latte assicurati per tutte le famiglie, sempre. Era uso frequente che chi possedeva una o due bestie, anziché gestire in proprio i litri giornalieri munti da un singolo capo, contribuisse ad una cooperativa casearia sociale; i termini contrattuali di tale collaborazione mi sono però ignoti.
Sta di fatto che durante il periodo dei pascoli ci si trasferiva direttamente sul Toc per diversi mesi, mucche pecore ed immancabile cane al seguito, trovando rifugio ognuno dove e come poteva (qualche famiglia più facoltosa aveva li la seconda casa).

E nelle casère, appunto, il latte veniva conferito, lavorato, trasformato in formaggio e derivati.
Non erano ville, non erano gli attuali rifugi alpini, ma erano considerati una seconda casa da chi le frequentava con continuità.
Molti dei racconti di chi ha messo nero su bianco la propria infanzia montana - non solo in val Vajont, eh? Un po' ovunque lungo tutto lo Stivale tra i 700 ed i 900 msm, sono ambientato o semplicemente menzionano questi piccoli laboratori rurali dove il prezioso liquido bianco veniva elevato a rango superiore con sapienza e precisione oggi dimenticati.

Verso le fine degli anni '60, (Ad Erto e Casso un po' prima del tempo) questa attività, come altre, andò scemando pian piano sostituita dalla grande produzione, ma un po' come tutte le forme di tradizione ed artigianato dei paesi, fino ad arrivare a stupirsi in quelle rare occasioni in cui si assaggia un prodotto genuino fatto "alla vecchia maniera!"

Nella foto "Casera Vasei", ricostruita recentemente sui ruderi di un precedente fabbricato e attualmente adibita a bivacco per gli escursionisti.


Karim Manarin completa il discorso:
Sul Toc le “casere” in realtà erano vere e proprie abitazioni in muratura come quelle dei paesi di Erto e Casso, che il 90% degli abitanti di Casso aveva e ci viveva stabilmente durante tutto il periodo della bella stagione, molte famiglie ci vivevano da marzo a novembre… erano borgate intere, non bivacchi… la casera Vasei qui in foto é tutta un altra struttura ed è sempre stata adibita ad un altro scopo rispetto alle case del Toc. Fino al momento della evacuazione finale del monte Toc tutte le famiglie di casso ci abitavano

Nell'ottobre 1963 sul posto erano state condotte le pecore, che sarebbero state riportate a valle all'inizio dell'autunno. Al momento della frana non c'erano pastori e il gregge si trovò quindi completamente isolato poichè la zona non era più raggiungibile. Se ne può immaginare il triste destino...

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VASEI

(credits Roberto Minardi)

vaseioggi

A destra: la cima del monte Toc; a sinistra: Punta Vasèi; sotto: la nicchia della frana del 9 ottobre (credits "Le Vie della Memoria")