La frana che si staccò alle ore 22.39 di mercoledì 9 ottobre 1963 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni gigantesche.
Una massa compatta stimata sull'ordine di 270 milioni di metri cubi di acqua, terra, rocce e detriti fu trasportata a valle in un attimo, accompagnata da un'enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga circa due chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve una enorme nuvola bianca, uno "tsunami" alto più di 100 metri, contenente rocce, terra, alberi e infrastrutture asportate, dal peso di ulteriori diverse tonnellate che si sommarono a quelle dell'acqua.
 
 
 
 
 
 
(il confronto tra il "prima" e il "dopo": nella prima foto è ben visibile la nicchia di distacco della frana del 4 novembre 1960)
 
Prima di essere divelto dalla sua struttura, il grosso trasformatore 10/130 kV che si trovava alle spalle della cabina comandi centralizzati, passato in corto-circuito, illuminò a giorno la valle; tutte le linee elettriche furono strappate via lasciando nella più completa oscurità i paesi vicini.
La forza d'urto della massa franata creò tre ondate.
- Ondata principale: si infranse contro la sponda opposta, sbattendo contro lo strapiombo roccioso appena sotto il paese di Casso, risparmiandolo per pochi metri pur con qualche danno alle case più basse; cancellò invece l'area di Molièsa dove sorgevano le strutture del cantiere (la mensa, i dormitori, la casa del guardiano, gli uffici della SADE, i depositi dei materiali, l'infermeria). L'impatto fu così violento che questa ondata rimbalzò all'indietro, tornando verso la sponda sinistra, dilavando parte della frana già caduta e creando un piccolo lago (chiamato lago B) proprio sotto il piano di scivolamento;
- Ondata di risalita: un'immensa ondata [1] risalì controcorrente il bacino verso est, risparmiando il paese di Erto solo perchè difeso da uno sperone roccioso che deviò la maggior parte dell'acqua. Distrusse tuttavia le borgate più vicino alla riva, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Prada, Ceva, Marzana e San Martino, fino a infrangersi nel punto più lontano del lago. Nel punto di immissione del torrente Vajont l'onda di risalita aveva ancora così tanta forza da riuscire a distruggere un ponte in cemento armato realizzato appena tre anni prima, il ponte Therenthon.
- Ondata di tracimazione: stimata in circa 50 milioni di mc, faceva parte in realtà dell'ondata principale da cui si divise al momento della tracimazione. Si infranse prima contro un altro sperone roccioso a sinistra di Casso, che ne dimezzò il volume [2] ma che non ne impedì la tracimazione della diga, con un sovralzo sulla stessa di più di 200 metri. L'onda si abbattè sul coronamento della diga asportando completamente l'impalcato stradale, la cabina comandi centralizzati e il trasformatore 10/130 KV che sorgeva alle spalle di quest'ultima prima di precipitare nella forra sottostante dove, a causa della compressione dovuta alla ristrettezza della gola, acquistò ancora maggiore energia sospingendo davanti a essa tutta l'aria esistente: gli esiti sul paese di Longarone sono tristemente conosciuti...
 
 
 
 
Allo sbocco della forra l'onda era alta 70 metri e produsse un vento sempre più intenso, che portava con sè, in leggera sospensione, una nuvola nebulizzata di goccioline. Tra un crescendo di rumori e sensazioni che diventavano certezze terribili, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare. Il greto del Piave fu raschiato dall'onda che si abbatté con inaudita violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall'acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Quando l'onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: una azione non meno distruttiva, che scavò in senso opposto alla direzione di spinta.
 
Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente in piedi solo il campanile della chiesa; la villa Malcolm venne spazzata via con le sue segherie. Il Piave, diventato una enorme massa d'acqua silenziosa, tornò al suo flusso normale solo dopo una decina di ore.
Alle prime luci dell'alba l'incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà. Gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto l'imprevedibilità della natura, unita alla piccolezza umana, seppe produrre. La perdita di quasi duemila vittime stabilì un nefasto primato nella storia italiana e mondiale........... si era consumata una tragedia tra le più grandi che l'umanità potrà mai ricordare.
 
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[1] l'altezza dell'ondata di risalita fu stimata attorno ai 40 metri (cfr. studio Alfred J. Hendron e Frankin D. Patton (1985) )
 
[2] questo valore (25 milioni di mc) è stato ricavato dai tecnici basandosi sulla quota del lago al momento della frana (700,30 metri s.l.m.), sulla velocità di caduta di quest'ultima e sul comportamento delle altre ondate sia sulla frana stessa che in risalita verso est. Si tratta di stime comunque approssimative, tenuto conto che con l'acqua scesero a valle tonnellate di detriti composti da fango, roccia, alberi e infrastrutture strappate via dall'ondata.