E' un particolare che salta spesso fuori nei vari discorsi: l'esistenza del grande trasformatore che portava il voltaggio della corrente prodotta dalla piccola centrale del Colomber da 10 a 130 kV per consentirne il trasporto verso Polpet. 
Dal trasformatore partivano peraltro ulteriori due linee a 10kV che scendevano a Longarone più una "riserva", forse la predisposizione per una terza linea da realizzarsi in futuro. Tuttavia, prima di parlare del trasformatore, bisogna soffermarci sulla realizzazione della piccola centrale del Colomber.

Su di essa - costruita in grotta in fianco sinistro appena oltre la diga - sappiamo che fu terminata appena nel novembre 1962 e che al momento del disastro non era ufficialmente in esercizio, ma solo in fase di collaudo. Tuttavia la SADE aveva comunque iniziato a produrre energia elettrica anche da questa piccola centrale, "mascherando" il suo reale funzionamento con le operazioni di collaudo: per questo motivo Alberico Biadene e altri vertici della società furono deferiti al Pretore di Belluno venendo condannati al pagamento di un'ammenda di circa 200.000 Lire [1].

COLOMBER

Una rara immagine della centrale del Colomber in costruzione (credits ProgettoDighe)

Il motivo della costruzione di una piccola centrale idroelettrica così vicina a un grande bacino come quello del Vajont trova la sua spiegazione in un'ottica di sfruttamento integrale di tutte le risorse idriche che confluivano al Vajont, prima della loro immissione verso Val Gallina e quindi verso Soverzene: in previsione di una sempre maggiore richiesta di energia elettrica dall'Alto Piave, anche un piccolo apporto come quello del Colomber sarebbe sicuramente tornato utile. Oltretutto, la centrale si potrebbe definire con linguaggio moderno "a impatto zero", essendo totalmente ricavata in caverna.

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Una rara foto dell'ingresso della centrale del Colomber lungo la strada vecchia per Erto (credits Simone Aime)

La piccola centrale era dotata di un'unica turbina Francis ad asse orizzontale prodotta dalla ditta "Tosi" di Legnano in grado di generare 9 MW di energia elettrica a 10 kV grazie a un alternatore Marelli; la corrente risaliva al trasformatore esterno tramite un sistema di cavi collocati nei pozzi montacarichi della diga del Vajont, che si trovavano proprio tra la cabina comandi e il sito del trasformatore. Veniva sfruttato un salto idraulico utile compreso tra i 10 e i 60 metri, attraverso un'opera di presa collocata appena più in basso di quella per il serbatoio della Val Gallina, con una condotta forzata del diametro di 3 metri; la condotta era anche munita di una paratoia metallica in grado di interrompere il flusso dell'acqua che veniva così dirottata nella condotta di scarico, questo in caso di un fuori servizio della centrale.

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In questa foto del febbraio 1963 possiamo vedere la sala comandi della centrale del Colomber (credits ProgettoDighe)

La notte del disastro la centrale fu gravemente lesionata dall'ondata che penetrò nelle gallerie di adduzione e che distrusse completamente la turbina

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Il confronto tra il prima e il dopo disastro permette di apprezzare le condizioni di rinvenimento della turbina Francis, interamente distrutta al pari del carro-ponte sovrastante e delle opere murarie che la circondavano (credits ProgettoDighe)

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La galleria di alimentazione completamente ostruita dai detriti della frana (credits ProgettoDighe)

Del trasformatore esistono poche foto, nessuna delle quali ravvicinata. Siamo dovuti quindi ricorrere all'ingrandimento e alla correzione con appositi programmi di grafica del poco materiale iconografico individuato.

L'ubicazione del trasformatore era alle spalle della cabina comandi centralizzati, alla confluenza della strada di circonvallazione con il piazzale di adduzione alla cabina stessa. Si trovava in posizione leggermente sopraelevata rispetto alla carreggiata, su una piattaforma in cemento. L'intero trasformatore aveva un peso complessivo di 250 quintali ed era montato su un sistema di ruote metalliche per consentirne lo spostamento in caso di necessità. La sua costruzione avvenne nel 1962, in concomitanza con quella della centrale del Colomber: i vari componenti furono portati in loco a bordo di camion e quindi issati attraverso la grande gru Derrick che si trovava dietro la cabina comandi.

trasformatore

La foto di sinistra è un ingrandimento di un'atra fotografia a colori originale, tuttavia leggermente sfocata; quella di destra è ottenuta attraverso l'impiego di programmi di gestione grafica che ne hanno ottimizzato la messa a fuoco. Si può notare la collocazione del trasformatore e la sua struttura

La storia di questo trasformatore rileva in due punti molto precisi della tragedia del Vajont:

1) fu la causa della generazione dei numerosi lampi che illuminarono quasi a giorno l'area di frana al momento dell'evento, a causa dei cortocircuiti immediatamente precedenti la sua distruzione e generati dal distacco dei cavi in tensione, come raccontato da don Carlo Onorini, uno dei pochissimi testimoni oculari del disastro;

2) è ritenuto da alcuni il responsabile della sbrecciatura esistente in sinistra diga, a causa del suo impatto con il coronamento. Al riguardo non esiste una dimostrazione ufficiale di una simile dinamica, al di là di una sommaria corrispondenza dimensionale tra il gruppo elettrico e la sbrecciatura e del rinvenimento di pochi componenti del trasformatore nella forra a valle della diga. 

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Questa è una delle grandi ruote metalliche di cui erano muniti i carrelli che sostenevano il trasformatore: essa è stata rinvenuta e recuperata nella forra a valle della diga. In essa oggi sono rintracciabili altri resti del trasformatore, tra i quali un grosso isolatore ceramico (credits Alessandro Bonitti)

 

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Un'ulteriore veduta del trasformatore presa dal versante opposto proprio la mattina del 9 ottobre 1963, a poche ore dal disastro

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[1] il collaudo prevedeva un funzionamento discontinuo dell'impianto secondo precise tabelle di marcia che ne certificassero la sicurezza e l'idoneità; dal gennaio 1963 alla notte del disastro la centrale risultò invece fatta funzionare in continuo, con una effettiva produzione di energia elettrica immessa in circuito. Al riguardo vedi anche Reberschak, Miscellaneo, Bacchetti Vajont. La prima sentenza, CIERRE Edizioni