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Il Suo Ruolo al Vajont.

Alberico Biadene detto Nino, è l’ingegnere che subentra a Carlo Semenza dopo la sua morte, avvenuta il 30 ottobre 1961, quale direttore del Servizio Costruzioni Idrauliche della Sade, mantiene la sua carica anche all’ENEL dopo la nazionalizzazione del dicembre del 1962.  Entrato nella SADE subito dopo la laurea come ingegnere di cantiere diviene vicedirettore del Servizio Costruzioni Idrauliche nel 1955 proprio sotto Carlo Semenza.

E’ sotto la sua direzione che la sera del 9 ottobre 1963 avviene il collasso della frana all’interno del bacino del Vajont.

Subentra nel momento in cui alla Sade sono al corrente della presenza di una frana da circa 200 milioni di metri cubi con la seconda prova d’invaso appena iniziata e nel mezzo degli esperimenti su modello, voluti da Carlo Semenza, per valutare l’impatto della caduta della frana sulla diga e a valle di essa. Nino Biadene fin da subito non dimostra particolare interesse per questi esperimenti e dopo aver ottenuto la relazione sulla quota di sicurezza del lago per evitare effetti catastrofici sulla struttura ne dispone la sospensione. Avrebbero dovuto svolgersi ancora quelli delle possibili conseguenze a valle della diga, ma le prove si chiusero il 24 aprile del 1962. La relazione finale del professor Ghetti, direttore degli esperimenti, fissava nella quota del lago a 700 metri, quindi 22,5 metri sotto la soglia di massimo invaso, quale quota di assoluta sicurezza nei riguardi anche del più catastrofico prevedibile evento di frana.

Arrivato con la seconda prova d’invaso a quota 700 nel novembre 1962 e constatato un deciso incremento dei movimenti dopo la nuova quota raggiunta, Biadene decide per lo svaso fino a quota 650, quota alla quale nel corso del primo invaso si ebbero i movimenti più forti della massa, fino a oltre 3 centimetri al giorno. Raggiunta tale quota nel marzo del 1963 i movimenti si erano quasi azzerati e ciò pareva quindi dare conforto alla teoria della prima bagnatura espressa dal geotecnico Leopold Muller, autore del rapporto del 1961 in cui si quantificava la massa in frana in 200 milioni di metri cubi di roccia. Con questa teoria Muller asseriva che il materiale sensibile alla presenza dell’acqua, situato in corrispondenza del piano di movimento subisse, in occasione del primo invaso, un qualche processo di assestamento, per cui al secondo invaso non desse luogo a movimenti sensibili almeno fino a quando il lago non raggiungesse livelli superiori al precedente, quando evidentemente venisse bagnata una nuova porzione del piano di movimento. Era proprio quello che sembrava stesse succedendo osservando i movimenti della frana in occasione dei precedenti invasi e svasi. Biadene si convince così di avere la situazione sotto controllo, può procedere quindi con altri invasi e svasi per bagnare più volte la frana e cercare di farla scivolare a poco a poco fino a farla cadere nel bacino senza provocare danni. Si aspettava infatti che con l’avanzare della discesa, pezzi delle parti più esposte della massa, cadendo nel bacino, potessero accumularsi e creare un sostegno per il resto della frana.

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E’ con questo convincimento che il 20 marzo 1963 Biadene chiede per conto di ENEL, subentrata alla SADE dopo la nazionalizzazione, di poter riprendere l’invaso fino a quota 715 metri, quindi 7,5 metri sotto il livello di sfioro. Perchè spingersi a quella quota con in mano una relazione ed una raccomandazione di non superare quota 700? Biadene evidentemente riteneva quella quota non del tutto vincolante in quanto ottenuta attraverso esperimenti con masse di grossa entità e con tempi di caduta molto brevi, variabili ritenute dai tecnici e dall’ingegnere stesso difficilmente verificabili nella realtà.

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Biadene non voleva arrivare alla quota di collaudo con questo invaso, è evidente che abbia pensato di andare a bagnare nuove porzioni di frana a quote più elevate in modo da farla scivolare quel tanto per far cadere le parti frontalmente più esposte un po’ per volta, come gli era stato prospettato dai geologi. Convinto di aver la situazione sotto controllo una volta fatta cadere gran parte della massa si sarebbe poi concentrato sul collaudo del bacino che avrebbe richiesto ancora diverso tempo.

 

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La terza prova d’invaso parte l’11 di aprile del 1963 ed arriva ad una quota di 700 metri a inizio luglio senza particolari scossoni alla montagna e questo sembrava quindi suffragare la teoria di Muller, infatti solo dopo aver superato quota 705 a fine luglio del 1963, si ha un deciso e continuo aumento dei movimenti.

Il 4 settembre si tocca la quota di 710 e i movimenti tendono ad un continuo aumento. Il 18 settembre, a seguito di alcune importanti scosse sismiche verificatesi dal 2 di settembre, in una riunione tra tecnici di ENEL-SADE, Biadene fa presente che a fronte di un mancato rallentamento dei movimenti avrebbe intrapreso lo svaso fino a quota 695.  Con l'invaso fermo a quota 710 si arriva verso fine settembre ed i movimenti aumentano drasticamente, fino a 22 millimetri il 26 settembre. Il 27 Biadene ordina quindi lo svaso con l’obbiettivo di arrivare fino a quota 695 metri e abbassare di conseguenza la velocità di slittamento. A differenza però degli svasi precedenti i movimenti in atto anziché diminuire aumentano, ciò porta Biadene ad accelerare lo svaso per riuscire ad arrivare in breve tempo alla quota di sicurezza prima della caduta della frana ormai inevitabile e prossima.

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Il 2 ottobre Biadene si reca a Roma per ottenere al più presto la presenza del geologo Penta, membro della commissione di collaudo, su alla diga per rendersi conto della situazione ed avere consigli su come procedere, si rende conto, Biadene, di essersi spinto troppo oltre.

Il giorno 7 ottobre Biadene viene informato dall’ing. Caruso, sostituto dell’ing. Pancini partito per le ferie, del peggioramento della situazione; si rende conto che sarebbe opportuno che il comune di Erto ripristinasse il divieto d’accesso alle sponde di tutto il serbatoio sotto quota 730, e il divieto di transito stradale sulla sponda sinistra nel tratto tra la Diga e la Pineda. Ne fa espressa richiesta al comune di Erto il giorno successivo.

Il giorno 8 si reca personalmente alla diga e nella zona in frana con l’Ing. Caruso, osserva che si erano manifestate fessurazioni sulla strada e anche sui ripiani erbosi in vicinanza di Pian della Pozza, e un’altra fessura si era manifestata lungo il bordo superiore della frana avvenuta il 4 novembre 1960 con prosecuzione verso ovest. Tale spaccatura discendeva poi fino al lago. Ciò fa pensare a Biadene di trovarsi di fronte ad un ulteriore crollo ed assestamento della zona più ad ovest del precedente franamento con un fronte di una cinquantina di metri. osserva inoltre altre fessurazioni sul piano stradale ad ovest di pian della pozza. Con i tecnici presenti prende la decisione di richiedere lo sgombero della zona dagli abitanti.

La giornata del 9 ottobre, con lo svaso ancora in corso, è abbastanza febbrile per Biadene: invia una lettera all’ing. Pancini di rientrare dalle ferie in quanto la velocità della frana è aumentata in maniera irreversibile e conclude la missiva con la frase “che iddio ce la mandi buona”. Nel pomeriggio contatta anche Penta a Roma che, non comprendendo forse la gravità della situazione in atto, gli risponde di non medicarsi la testa prima di essersela rotta.

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Biadene è evidentemente nel panico, vuole raggiungere la quota di sicurezza il prima possibile, da Venezia, dove si trova, dispone agli addetti di Soverzene di predisporre l’apertura dello scarico di alleggerimento prevedendo un ulteriore acceleramento dello svaso.

In serata verso le ore 20 Biadene richiede al Brigadiere della stazione dei Carabinieri di Erto la chiusura al transito lungo la strada da Erto verso la diga. Richiede inoltre la chiusura, a valle,  della strada da Dogna verso la diga al Maresciallo dei Carabinieri di Longarone. 

Predispone una via di fuga e le azioni da eseguire per gli addetti presenti all’interno della cabina comandi qualora vedessero cominciare la discesa della frana. Non predispone alcuna misura di sicurezza per l'abitato di Longarone in quanto non ritiene che la frana sia tale da interessare anche la zona del Paese. Non procede nemmeno allo sgombero del personale sito negli alloggi di cantiere a quota 780 in quanto riteneva quella quota in totale sicurezza.

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A sera si tiene in contatto continuo col geometra Rittmeyer su alla diga che lo tiene informato dell’evolversi della frana, gli domanda se vedesse parti della frana cadere progressivamente nel lago come si aspettava ma il geometra gli risponde negativamente, dispone inoltre di contattare il Maresciallo dei Carabinieri di Longarone affinché, al posto di blocco, lasciassero passare l’ing. Ruol dell’ENEL che si stava dirigendo alla diga per controllare di persona la situazione. Fortunatamente per lui non farà in tempo ad arrivare sul posto. 

La situazione è ormai compromessa e alle 22 39 con la quota del lago a 700,3 metri la frana cade di schianto provocando la catastrofe. La velocità di caduta è assolutamente sbalorditiva, dai 20 ai 25 secondi, molto distante dalle tempistiche prospettate ed è ciò che ha provocato l’eccezionale innalzamento dell’onda fino ai 200 metri sulla sponda opposta.

In sede processuale con requisitoria del 23 novembre 1967 il Pubblico Ministero richiede il rinvio a giudizio per Biadene e gli altri imputati tra cui dirigenti ed ingegneri di ENEL-SADE e membri della Commissione di Collaudo, per i reati di omicidio e lesioni colpose plurime, disastro di frana, disastro d’inondazione con l’aggravante della previsione dell’evento e di procurato danno di rilevante entità. Il giudice istruttore Mario Fabbri dispone il rinvio a giudizio per tutti i reati a loro contestati con sentenza del 21 febbraio 1968. Il processo si svolge a l’Aquila per motivi di legittima suspicione ed inizia il 25 novembre 1968. Il 23 ottobre 1969 dopo tutto il dibattimento processuale la richiesta del PM è la condanna a 21 anni e 4 mesi di reclusione per Biadene ed altri 6 imputati. La sentenza di primo grado del 17 dicembre 1969 condanna Biadene a 6 anni di reclusione per il solo reato di omicidio colposo, non vengono riconosciuti quindi i reati di frana e inondazione con relative aggravanti di previsione dell’evento. La sentenza d’appello condanna Biadene anche per i reati di frana con 1 anno di reclusione, e inondazione con 2 anni, oltre a quello di omicidio colposo, cui pena viene però ridotta da 6 a tre anni; a differenza del primo grado di giudizio viene riconosciuta anche la prevedibilità dell'evento. Il totale rimane comunque a 6 anni di reclusione. Condanna che viene confermata in Cassazione ma con riduzione della pena a 5 anni di reclusione di cui 2 per l’unico reato di disastro colposo e 3 per l’omicidio colposo plurimo. Dalla condanna vengono condonati 3 anni. Sconta la pena a partire dal 1º maggio 1971 nel carcere della sua città, Santa Maria Maggiore a Venezia. Viene scarcerato il 1º maggio del 1973.

(Stralci delle deposizioni di Biadene tratte da archiviodigitale-icar.cultura.gov.it ; Busta 11, fascicolo 1).

Davide Serpagli

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