Si tratta di una delle borgate (o frazioni) del paese di Erto, conosciuta anche con il nome di Col de la Rùava o Patata [1]. E' ubicata in sponda destra del bacino, attualmente di fronte al lago residuo (o lago C). Sul posto vi erano i ruderi di un antico mulino e una segheria che funzionavano grazie a una piccola sorgente chiamata Èga dal Molìn. Queste strutture, collocate nella parte bassa della frazione, furono espropriate e finirono sommerse dal lago.
Pur non essendo stata interessata direttamente dal crollo della frana, la borgata venne raggiunta dall'ondata di acqua in risalita (onda che distruggerà altre strutture quali ad esempio il ponte del Cerenton).
All'epoca dei fatti la vecchia mulattiera che da tempo immemore consentiva il transito dalla frazione verso i paesi limitrofi (chiamata "Vecchia Postale") era stata sostituita da una strada carrozzabile che conduceva in fondo alla forra del Colomber e poi dalla strada circumlacuale.
Nella borgata si contarono 67 deceduti, molti dei quali mai più ritrovati. Si salvarono solo le case collocate più in alto.
La frazione Le Spesse fotografata dall'Aeronautica Militare il 22 ottobre 1963: evidenti i segni di dilavamento
Testimonianza di Carlo Filippin, agli atti processuali:
“In paese a Erto, le strade erano affollate di gente presa dal panico e dalla disperazione. Arrivò il nostro brigadiere Antonio Zuccalà e con lui partimmo per le Spesse. Al bivio (Sciastòn), la strada era piantonata dagli uomini della S.A.D.E. Il brigadiere non si curò delle loro intimazioni e passammo dopo aver declinato i nostri nomi a quegli incaricati e disse: – Partiamo, ma non abbiamo la sicurezza di poter tornare.
Unendoci al sottufficiale, in silenzio ci avviammo. Incominciammo a trovare materassi, pezzi di mobili, serramenti, oggetti vari, piccole scarpine da bambino. Il cuore si stringeva sempre più.
Il brigadiere ci invitò a cercare eventuali corpi fra tutto quel groviglio di cose.
Non trovammo niente. Arrivammo alla via Spesse. Non c’era più nulla. Il costone che ospitava l’abitato era irriconoscibile. Avanzammo sempre senza trovare nulla.
Ad un tratto, dalla parte opposta del lago, nel grave silenzio della notte, udimmo delle voci imploranti soccorso. Nulla potevamo. Il nostro cuore aveva aumentato i palpiti fino alla follia. Continuavano i rumori provenienti dalla frana che era in continuo minaccioso movimento. Non era ancora mezzanotte.
Sempre uniti, ci proponemmo di proseguire fino in fondo, anche se non trovammo nulla, solo melma, sassi e alberi schiantati. In questa desolazione giungemmo Al Crist… Tutto distrutto.”

Le Spesse, prima e dopo.
Il confronto tra il prima e il dopo apocalisse in una delle frazioni maggiormente colpite dall'ondata di risalita che andò a infrangersi sul centri abitati più a oriente, causando morte e devastazione.
L'ondata di risalita fu uno tsunami di altezza stimata sull'ordine dei 40 metri (studio Hendron e Patton) che rimbalzò da una sponda all'altra dell'invaso infrangendosi contro ciascuna di esse, cancellando tutto ciò che trovava sul suo cammino. Arrivata all'immissione del torrente Vajont, ne distrusse il ponte Therenton che lo sovrapassava.
Fonte: associazione ONLUS EcoMuseo Vajont
[1] l'origine di questo nome non è certa: si fa risalire a una delle famiglie più antiche oppure alla zona scelta per la coltivazione di questo tubero.
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(credits sito "EcoMuseo Vajont")
