Località situata in sponda sinistra, nella parte bassa della frana, a circa 300 metri dalla diga. Fu completamente distrutta sia dal movimento franoso che dall'onda di riflusso che si abbattè sulla frana, respinta dalla parete verticale di Casso.
L'area era stata fatta sgomberare nei giorni precedenti il 9 ottobre, tranne che per due persone, i coniugi Carmela Manarin e Fulvio De Lorenzi, i quali vollero restare nella propria abitazione ritenendola comunque al sicuro: i loro corpi non furono mai più trovati. Oggi sui resti della loro casa è stata posta questa lapide:
La zona di Pian de Sot, così come l'intera fiancata del Toc, era adibita a fienagione durante il periodo estivo. Venivano inoltre portati i bovini per l'alpeggio e per questo erano state edificate alcune casere per accogliere sia gli animali che i pastori. Durante l'inverno l'area era disabitata. La sua delimitazione partiva da località Ortìghe (lato Est) e finiva in località Nelve (lato ovest), quasi in corrispondenza della diga.
Area decisamente più rigogliosa rispetto alla sponda destra, beneficiava anche di un'orografia più "morbida", con prati erbosi e pendii; molta la presenza di alberi usati per il legname e per la frutta che producevano (ciliegi, meli, peri, susini e noci).
Testimonianza di Checo Buc:
“Quella sera ero stanco perché arrivai dal Toc molto tardi, verso le dieci e trenta circa. Infatti, siccome avevano dato l’ordine di sgomberare il Toc, avevo lavorato tutto il giorno per preparare la roba per l’indomani, quando sarebbe venuto il camion a caricarla per portarla a Casso. Venendo via dal Toc, passai da Fulvio e Carmela per convincerli a venire in paese, ma loro erano decisi a rimanere lì. Lasciai da loro il mio maiale perché eravamo d’accordo che l’avrebbero tenuto fino a novembre, per poi dividerlo a metà quando lo si avrebbe ammazzato. La loro casa si trovava proprio nella zona sovrastante il muro della diga. Furono le sole persone a rimanere sul Toc quella spaventosa notte; infatti tutte le altre, prima di sera, avevano già sgombrato ed erano arrivate a Casso portando le mucche e tutto quello che avevano potuto trasportare. Proseguendo verso Casso, arrivai in Fimoliésa e là incontrai il capocantiere De Prà ed il brigadiere. Mi chiesero se su per il Toc ci fosse pericolo. Io risposi che lassù “tutto camminava” piante e terreni, sembrava di camminare sull’acqua. Passai poi per il bar di Bepino e gli chiesi perché non se ne andasse. Mi rispose con queste parole: – Mi avvertiranno, no, quando ci sarà pericolo. Poi arrivai a Casso. Avevo già cenato sul Toc e quindi stavo togliendomi le scarpe per andare a dormire. Ad un tratto sentii un tremendo botto. Le luci si spensero, mia moglie e mio figlio che erano a letto, piombarono in cucina, ancora svestiti. Decisi di uscire per vedere cosa era successo. … Io, verso le tre di notte, in compagnia di Svaldin Canfeliér ed altri, andai in località Fraségn passando per la costa perché la mulattiera de Rui non esisteva più, Fraségn non esisteva più. Le
case e le stalle erano sparite. Trovai mia sorella Milia, morta, coperta dalle macerie, nello stesso posto dove prima sorgeva la sua casa. Era rimasta una parte di muro nel quale c’era una piccola nicchia dove la sveglia di mia sorella funzionava ancora: non era stata nemmeno sfiorata dall’onda“
Fonte testo e foto: associazione ONLUS EcoMuseo Vajont
COMMENTA SUL FORUM QUI

La freccia indica la casa dei coniugi De Lorenzi

La foto presa dalla stessa angolazione dopo la frana
(credits sito EcoMuseo Vajont)
