E' la frazione più lontana dall'area del disastro, posta nella propaggine più orientale del lago, ai piedi del monte Porgeit.

Proprio perchè la più lontana, a torto la si crede la meno colpita: in realtà, trovandosi nella punta estrema del lago, assorbì la forza d'urto dell'ondata che lo risalì per la sua interezza (quasi 6 km) e che poco più a valle aveva danneggiato manufatti in calcestruzzo quali il ponte Therenton. Le foto sottostanti evidenziano la forza d'urto dell'ondata.

A differenza delle altre località poste in sponda sinistra (che erano quasi tutte abitate saltuariamente), San Martino costituisce una vera e propria frazione poichè fittamente abitata, tanto da disporre della propria scuola elementare e di una latteria sociale; vi era edificata anche una vecchia chiesetta di epoca longobarda, la chiesetta di San Martino, che fu parimenti distrutta dall'onda: sui suoi ruderi sorge oggi un Memoriale della tragedia, all'interno del quale sono stati iscritti i nomi di tutti i caduti di Erto e Casso e delle aree limitrofe.

Dalla fine del 1800 di qui passava la vecchia carrozzabile che collegava i paesi più occidentali alla val Cimoliana. L'occupazione principale degli abitanti era quella di cavatori e scalpellini, grazie alla presenza di cave di pietra rossa. Un'ulteriore particolarità era costituita da una teleferica per il trasporto del legname dalla valle del Vajont, che veniva azionata sfruttando la forza motrice dell'acqua del torrente.

Le vittime di questa frazione furono 24, delle quali solo 2 furono recuperate.

Testimonianza di Arcangela Pezzin:

“.. Quel lontano mercoledì 9 ottobre 1963, verso le sei di sera, mi trovavo ancora all’ospedale di Belluno perché 10 giorni prima, il 29 settembre, era nata la mia primogenita Luciana. Aspettavo il taxista Pierino il Móngol che mi venisse a prendere perché quel giorno mi dimettevano dall’ospedale con la mia piccola. Mio marito Bepi si trovava a Parigi per lavoro e non sarebbe tornato o almeno così credevo, che per le feste di Natale. Appena arrivati alle gallerie, trovammo dei cassani che portavano il loro bestiame dal Toc a Casso, chiesi il perché e il Móngol mi informò che li avevano fatti sgomberare perché temevano che il Toc venisse giù. Arrivai dai miei a San Martino. Per non stare da sola con la piccola fino a Natale sarei rimasta da loro. Stetti un po’ in casa, ma non mi dissero niente delle chiacchiere di paese sul Toc, forse non volevano agitarmi.Andai a letto presto perché avevo un po’ di febbre per il latte, ma verso le 10 e 40 sentii un gran boato, come un gran vento. Pensai subito: – Questo è il Toc. Mi chiamarono da fuori, era Tita dal Bir che vedendo la luce accesa in camera voleva rassicurarmi e mi disse: – Arcangela, non spaventarti è solo un temporale. Ma non ci credetti perché era una bella serata piena di stelle. Cessato il gran boato, mio padre Sép de Ambròsio andò a vedere a San Martino basso. Quando tornò mezz’ora dopo, esclamò: – Non c’è più niente – e lo ripeteva – Non c’è più niente. Io pensavo che con quel niente intendesse gli alberi, le strade, ma quando mi riferì che non c’erano più né le case né la nostra bella chiesa, feci fatica ad immaginarlo. Mio padre aggiunse: – Ho trovato il secchio con il latte nella stalla di Meneghìn, ma la loro casa non c’è più. Probabilmente Giuseppe de Meneghìn era andato a casa a vedere della moglie che era in attesa del loro primo figlio. Quel breve tragitto dalla stalla alla casa gli era bastato per morire insieme a lei. Se fosse rimasto nella stalla forse si sarebbe salvato, visto che c’è ancora.
Dopo un po’ che ci si chiedeva quale fosse stata la gravità dei danni verso Erto, arrivò Maria Maucàn che cercava sua figlia Italia. Quello che rimase impresso a tutti, a tutti quelli che erano lì, la maggior parte delle persone di San Martino, fu che arrivò nuda. L’acqua l’aveva spogliata completamente di tutto.”

Fonte: associazione ONLUS EcoMuseo Vajont

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(credits sito EcoMuseo Vajont)