Una delle tante "verità infuse" da smentire riguarda la presunta "corsa" al collaudo dell'impianto Vajont da parte della SADE prima che esso venisse ceduto a ENEL a seguito della nazionalizzazione del settore avvenuta con L. n° 1643 del 6 dicembre 1962.

In sostanza, la vulgata dice: SADE doveva collaudare sennò ENEL non avrebbe pagato.

Tale opinione è stata peraltro ripresa da Marco Paolini nella sua Orazione civile del 1997 (timing 1h58min) nella quale mise in bocca a Biadene una miscellanea di parole in parte prese da un colloquio informale con il geom Rossi (fatto peraltro la mattina dell'8 ottobre 1963...) e in parte mai pronunciate o scritte: "Ma per piacere, questo casca domani come tra 20 anni [effettivamente risultanti in istruttoria, n.d.a.], noi facciamo un collaudo un giorno a quota 715 e chi si è visto si è visto, tanto ormai la responsabilità penale per i diritti attivi e passivi pregressi sta all'ENEL...[parole mai riscontrate nemmeno in istruttoria, n.d.a.]. E ancora: "Ma siccome bisogna vendere, bisogna liquidare al miglior prezzo possibile l'impianto, dunque si rischia".

Bisogna fare chiarezza.

L'impianto Vajont passa da SADE a ENEL il 27 luglio 1963, ceduto come impianto funzionante, non come impianto collaudato. Tra le due cose ci passa un'enormità.
Di più. La stessa legge istituti va di ENEL del 1962 (che riguardava TUTTI i concessionari privati, non solo la SADE) stabiliva che le società espropriate sarebbero state indennizzate "in misura pari alla media dei valori del capitale delle società quale risulta dai prezzi di compenso delle azioni [...] nel periodo dal 1° gennaio 1959 al 31 dicembre 1961". Non si parla mai di valore del singolo impianto (dove il collaudo avrebbe fatto sì la differenza), ma di una semplice media aritmetica di valori di capitale sociale già cristallizzati. Quindi il collaudo dell'impianto Vajont non avrebbe influito in alcun modo sull'indennizzo che la SADE doveva ricevere. [1]

Tale assunto è formalmente certificato anche dalla sentenza del 3 ottobre 1970 pronunciata dalla Corte d'Appello dell'Aquila in cui si dice: "Non è agevole rilevare del resto quali vantaggi patrimoniali la SADE avrebbe potuto trarre dal collaudo dell'opera, dato che il contributo statale non ancora corrisposto, per il sistema adottato dalla legge, sarebbe entrato nelle casse dell'ENEL, e che l'indennità di espropriazione era stata determinata dalla stessa legge in modo forfettario, senza alcun riferimento al valore o alla funzionalità degli impianti ceduti".[2]

Per inciso, il valore del contributo statale non ancora corrisposto ammontava a "soli" 283 milioni di lire circa.

 

quota710

Questo collage di foto scattate da Edoardo Semenza prende il bacino alla massima quota di invaso raggiunta il 4 settembre 1963. Il lago porta circa 135 milioni di mc di acqua. Tuttavia i capisaldi fissati sulla frana rilevano una costante accelerazione che spingerà Biadene a ordinare lo svaso fino a quota 695, per creare una ulteriore fascia di sicurezza rispetto a quota 700, indicata da Ghetti come di assoluta sicurezza, nella speranza che la frana torni ad arrestarsi: non sarà così. Da quel momento (è il 27 settembre) inizia una corsa contro il tempo che si fermerà solo alle 22:39 del 9 ottobre, con il lago a quota 700,30 circa.



Due parole infine sui criteri di collaudo di un impianto.
Dire "noi facciamo un collaudo un giorno a quota 715 e chi si è visto si è visto" è tecnicamente un grosso errore, addirittura un non-senso che perdoniamo a Paolini considerandolo un passaggio "ad effetto" per esigenze di copione [3]. Infatti la quota 715 era solo un altro tassello intermedio delle prove di collaudo, che avrebbero dovuto prevedere un successivo svaso dopo che tale quota fosse stata mantenuta per diversi giorni (non per uno solo), al fine di valutare l'impatto sulle sponde del bacino, se le sollecitazioni elastiche alla diga avessero arrecato qualche criticità alla struttura e se i relativi valori fossero rientrati a svaso ultimato.
Il passaggio definitivo sarebbe poi stato un nuovo invaso fino allo sfioro della diga, quindi fino a quota 722,50, con relativa tracimazione in forra. Anche tale livello sarebbe dovuto essere mantenuto per alcuni giorni, fino all'ultimo svaso sotto quota coronamento, con relativa analisi dei valori di sollecitazione del manufatto e degli esiti sulle sponde.
Il tutto naturalmente sotto la supervisione della Commissione di collaudo, che invece al Vajont non mise più piede dal 1961.

Quindi, alla data del disastro il concetto di collaudo era ancora molto lontano.

Rimane invece ingiustificabile la decisione di Biadene di invasare fino a quota 715 (cui peraltro non arriverà mai) a fronte di una perizia Ghetti che considerava (seppur erroneamente) quota 700 come di assoluta sicurezza. Le uniche spiegazioni date dall'imputato in istruttoria dicono: "La prima relativa alle riduzioni della velocità degli spostamenti per le stesse quote,di mano in mano che tornavo a bagnarle dopo un precedente svaso per cui mi convinsi che il movimento non era legato all'altezza dell'invaso. [...] La seconda osservazione concerne il fatto che in discesa lo spostamento dei capisaldi era minore che in salita e che le velocità si riducevano nettamente; anche tale elemento mi confortava nel pensare che, venendomi a trovare nella necessità di scendere non mi sarei trovato di fronte a sorprese". [4]

(Articolo di Gianmarco Calore)

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Fonti primarie:
[1] L. Rivis, "La storia idraulica del Grande Vajont", pagg. 122-123
[2] M. Reberschak, "Il Grande Vajont", pag 474
[3] lo stesso attore correggerà questo passaggio nel suo secondo monologo "V come Vajont", parlando correttamente di 722,60 come quota di massimo invaso utile ai fini del collaudo
[4] M. Reberschak, S. Miscellaneo, E. Bacchetti, "Vajont, La prima sentenza", pag. 511 e segg.