In questo frenetico terzo millennio, siamo ormai abituati alla condivisione delle notizie pressochè in tempo reale, da quelle importanti a quelle più leggere: è sufficiente un telefonino, una connessione internet e il gioco è fatto. Basti vedere il recente terremoto in Venezuela, con i video messi on line fin dai primi minuti e rimbalzati in tutto il mondo.

Ma come si diffondeva la notizia di un disastro nel 1963?

Vista con gli occhi di oggi, la diffusione di un fatto di cronaca era affidata a un sistema che si potrebbe definire preistorico. Soprattutto se una tragedia accadeva di notte, poteva capitare che il resto d'Italia non ne sapesse nulla per molte ore; e se ciò accadeva in un angolo sperduto del Paese, si doveva attendere addirittura la mattina dopo. Del resto, era passato poco più di mezzo secolo dal terremoto di Messina, ignorato dall'Italia addirittura per giorni.

Quelli dei primi anni Sessanta erano tempi in cui la RAI chiudeva le trasmissioni in tarda serata, e se accendevi la televisione di notte ti trovavi a fissare un monoscopio sullo schermo; le comunicazioni telefoniche erano affidate a un centralino provinciale in cui un operatore doveva mettere manualmente in connessione l'abbonato da contattare; se poi si trattava di un'interurbana, c'era da fare i conti con linee disturbate, spesso destinate a cadere. I giornali andavano in stampa alle 3, per cui le notizie dovevano essere trasmesse entro la mezzanotte, per consentire al capo redattore di stabilire l'impaginazione della testata, spesso ancora effettuata in modo manuale o con i primi compositori a blocchetti; dalle periferie, i corrispondenti locali dovevano chiamare la redazione per telefono e dettare il testo dell'articolo, spesso soffocando un rigurgito di bestemmie per via della linea telefonica molto precaria. Così, se un fatto di cronaca accadeva a impaginazione ormai ultimata, la notizia era destinata a slittare al giorno dopo, o al massimo venire pubblicata in quelle edizioni straordinarie che però solo alcune testate potevano permettersi.

Ecco perchè, sfogliando i giornali della prima ora dopo il Vajont, non deve stupire il livello estremamente approssimativo – quando addirittura errato – delle informazioni riportate. Infatti il disastro avvenne alle ore 22:39, quando ancora le rotative dei giornali dovevano essere messe in moto. Il primo segnale che qualcosa a Longarone non andava è delle ore 23 circa, quando un corrispondente locale del Gazzettino, Bepi Zanfron, apprende dell'interruzione di corrente e linee telefoniche con quel paese. Per mera intuizione – quel sesto senso che lo aveva sempre aiutato – vi si precipita con la sua macchina e con le sue “Reflex”: poco prima di mezzanotte è già con le mani nel fango ad aiutare i sopravvissuti e i primi soccorritori, ma anche a immortalare le prime scene del disastro.

Disastro di cui non si aveva alcuna certezza circa l'origine, se non quella di un problema capitato in diga.

Ma quale può essere la prima informazione da veicolare in redazione, in un mondo buio fatto di fango, macerie e morti? Quella che probabilmente noi tutti avremmo dato: se Longarone non c'è più, ma c'è solo acqua e fango, e lì vicino sorge la diga a doppio arco più grande del mondo, vuol dire una sola cosa: che la diga del Vajont è caduta!

E infatti questi sono i primi titoli cubitali mandati in stampa per l'edizione del mattino del 10 ottobre dalle principali testate, quelle almeno le cui redazioni sono riuscite a scompaginare e reimpaginare in tempo la prima pagina.

Nelle prime ore si parla di diga caduta, ma anche di “rottura di una condotta”; mai ancora di una montagna franata in un lago. Del resto, il crollo della diga fu anche la prima ipotesi urlata dai sopravvissuti: “L'è cascà la diga! L'è cascà la diga!”

C'è addirittura chi avanza ipotesi complottistiche, parlando apertamente di una diga crollata per un “sospetto sabotaggio”: chissà una simile interpretazione da dove è stata ricavata....

Anche sul numero di morti, i giornali della prima ora non sono certi, limitandosi a parlare dapprima di “centinaia” e di “due paesi distrutti” e poi arrivando a parlare addirittura di “tremila”: ma anche in questo caso è il rincorrersi di notizie impossibili da confermare con esattezza a creare i margini dell'apocalisse. Del resto, nel 1963 Longarone faceva 4200 abitanti; ti trovi a scrivere il tuo articolo da un paese che non c'è più, cosa vuoi pensare?

Ovviamente molto spesso si è trattato di notizie apprese di seconda, terza o addirittura quarta mano e, come nel gioco del telefono senza fili, la notizia cambia passando da A a B, viene aggiunta di particolari passando a C fino ad arrivare distorta a D. Non è una critica a quel tipo di giornalismo; è viceversa l'analisi di un sistema molto fallace – ma l'unico allora possibile – per la veicolazione delle notizie.

C'è un ultimo particolare, che mi risulta essere emerso solo una volta in una trasmissione di Sergio Zavoli, mandata in onda molti anni fa, probabilmente in occasione di uno degli anniversari: riguardava un radioamatore che – pare per primo – abbia chiesto aiuto per capire perchè i contatti con Longarone erano interrotti. In quell'occasione fu citata una trasmissione radio in telegrafia sui 40 Metri con cui questo signore tempestò l'etere alla ricerca di notizie. Di lui non si seppe altro, ma quell'accenno lo ricordo perfettamente...

Solo a partire dalla mattina del 10 ottobre, con l'arrivo dell'alba, dei soccorritori, degli elicotteri, la visione e la dinamica del disastro furono chiare in tutta la loro drammaticità: guardando nella forra, si vede che la diga aveva tenuto.... sorvolandola con gli elicotteri si nota che alle sue spalle il lago non c'era più, sostituito da una montagna immensa di terra, rocce e alberi che si era “semplicemente” addossata allo sbarramento e alla sponda opposta. Uno scenario tra i più difficili da assimilare, anche da chi ne aveva viste di tutti i colori: mi riferisco a Vigili del Fuoco, Polizia, Carabinieri, militari, Croce Rossa Italiana....

Ci vorrà ancora almeno un anno per la ricostruzione esatta della cinematica dell'evento [1]: e con essa arrivò uno strascico infinito di polemiche e di diatribe geologiche, ingegneristiche e giudiziarie di fronte a una dinamica di frana assolutamente nuova, mai vista o studiata prima; e ci vorranno più di 20 anni [2] perchè vengano chiariti anche gli aspetti solo apparentemente secondari, ma che ebbero la loro parte nella creazione della “tempesta perfetta” del 9 ottobre 1963: l'individuazione postuma di un secondo acquifero molto profondo, l'importanza dell'estrema piovosità dell'agosto 1963, con l'accumulo di immense quantità di acqua piovana sotto la zona del “sedile” di frana (pian del Toc – pian de la Pausa) e l'incapacità degli strati sottostanti di Calcare del Vajont di drenarla, anche per la presenza di un bacino giunto a quote pericolosamente elevate; l'azione simultanea di scivolamento del versante settentrionale del monte Toc e di sollevamento di tutta la zona pianeggiante sottostante, che venne ribaltata sul suo asse longitudinale fino ad ostruire completamente la forra....

Ma quando le rotative andarono in stampa, alle 3 del 10 ottobre, l'unica notizia plausibile era quella: il crollo della diga.

Gianmarco Calore

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[1] Studio Selli – Trevisan del 1964

[2] Studio Hendron e Patton del 1985

 

A SEGUIRE, ALCUNE DELLE PRINCIPALI TESTATE.

LA STAMPA1

 

LA STAMPA2

 

PAESESERA

 

UNITA

 

ECOBG

 

ESPRESSO

 

AMICOPOPOLO

 

CORRIERE

 

GAZZETTINO

 

CARLINO

 

GIORNALEBS