La questione è stata involontariamente accesa da Marco Paolini nella sua orazione del 1997.
Beninteso, all'attore va il merito indiscusso di avere riportato nelle case degli Italiani una tragedia che stava correndo il rischio di venire dimenticata a causa del trascorrere del tempo. Se oggi l'argomento è così sentito lo si deve sicuramente a lui.
Quello che non va confuso sono tuttavia le esigenze di copione di una qualsiasi piece teatrale e i riscontri storici basati sullo studio della documentazione considerata fonte primaria. Lo stesso Paolini in tempi successivi ha ammesso alcune inesattezze nella stesura di quel copione, tanto che nella seconda orazione "V come Vajont" tali aspetti sono stati in parte corretti.
Quello che a tutt'oggi risulta maggiormente radicato nella testa della gente è l'equivalenza Toc = pezzo marcio, acquisita ormai come verità assoluta, ma che in realtà va rivista nelle sue fondamenta.
La premessa è d'obbligo: tutti i dialetti sono qualcosa di inestricabile nelle loro sfumature, tanto che differenze interpretative sulla stessa parola si hanno addirittura tra abitanti della destra e della sinistra Piave... Figuriamoci riuscire a mettere d'accordo un bellunese con un trevigiano e ancor più un veneto con un friulano... Ma è proprio in questo solco che l'equivalenza Toc = pezzo marcio ha trovato terreno fertile.
Il passaggio "incriminato" di Paolini è il seguente:
La parete che si alza al sole dal torrente Vajont si chiama monte Salta.
La parete di fronte, quella all’ombra, si chiama monte Toc.
«Toc» in tutto il Veneto vuoi dire pezzo.
I nomi non sono simboli arbitrari. Vale per le persone, vale per le cose.
«Toc» in veneto vuol dire «pezzo», ma in Friuli «patòc» vuol dir «marcio».
Stanno costruendo una diga tra il monte che salta e il monte pezzo marcio,
addosso a un torrente che si chiama Vajont.
Sai cosa vuoi dire in ladino «Vajont»? Vuol dire «va giù!».
Superstizioni, tabù, pregiudizi etnico-culturali…
Ma ti pare che la scienza moderna può considerare ‘ste sciocchezze?
(tratto da “il racconto del Vajont” di Marco Paolini e Gabriele Vacis)
Senza addentrarmi negli aspetti semantici dialettali, da buon veneto, posso dire solo che "patòc" (o "patocco") è un semplice rafforzativo con connotazioni peggiorative o denigratorie di un qualsiasi sostantivo cui viene abbinato:
- el ze marso patocco! = è completamente marcio
- ti ze mato patocco! = sei del tutto pazzo
Anche in Friuli "toc" vuol dire semplicemente pezzo:
- dami un toc de formadj = dammi un pezzo di formaggio
Come dunque si sia passati a un abbinamento toc-patòc resta un mistero.
Ma quali possono essere le fornti primarie, in grado di smentire o quantomeno di ridimensionare tale questione?
Il primo indizio lo troviamo in alcune cartine topografiche della zona del Vajont del 1600, in cui il monte Toc viene indicato come "Toch".
Andando a "scavare" in questo senso "la parola toch, in dialetto cassano, si utilizzava prevalentemente per indicare un appezzamento di terreno. Siccome il territorio del Toc è stato attribuito al paese di Casso, in tempi successivi (Secolo Diciottesimo), è plausibile che il nome Toc indicasse specificatamente il nuovo territorio acquisito, che antecedentemente si chiamava Ranž, Ranf in cassano". (fonte: EcoMuseo Vajont che si ringrazia per la collaborazione).
Ulteriori riferimenti storici del 1608 denominano alcune località in sponda sinistra come "bosco del Toccho" e "monte del Toccho", in cui il riferimento torna a essere quello della ripartizione territoriale di quell'area: infatti anche altri riferimenti toponomastici coevi ci parlano di "Toc de Cass", "Toccho de Cas" e "Toc de Chias".
Sembra dunque che il significato più esatto sia proprio quello di una divisione di appezzamenti di terreno coltivabile stabilita dalle autorità cassane in tempi remoti e non quello di una qualificazione geologica della montagna. Oltretutto, non è che nemmeno a Casso fossero particolarmente tranquilli quanto a caduta di frane, dal momento che l'accumulo detritico che si vede in alcune foto alle spalle del paese, a ridosso del monte Salta, è proprio l'esito di una frana staccatasi nel 1674 e certificata nelle cronache parrocchiali dell'epoca.
Ulteriori elementi possono aiutare a circoscrivere la questione:
- nessuno prima della frana del 4 novembre 1960 ha mai fatto riferimento all'instabilità del versante sinistro;
- prima di allora non c'è traccia oggettiva nemmeno nelle cronache di paese di una frana in movimento su tale versante;
- sempre prima del 4 novembre 1960 la stessa Tina Merlin non parla mai di frane in movimento sul versante del Toc, iniziando a farlo solo a partire dal 21 marzo 1961 in quel famoso articolo intitolato “Una enorme massa di 50 milioni di metri cubi minaccia la vita e gli averi degli abitanti di Erto” scritto a seguito del distacco nel 4 novembre 1960.
Infine, un cenno anche sulla parola Vajont (talvolta scritta Vaiont [1] e almeno in un caso Vayont) [2]: essa non significa "va giù", come sostenuto da Paolini, o almeno non lo significa nei termini apocalittici di una frana. Vajont - di derivazione latina "vallis" ( = la valle) cui viene aggiunta la T finale come rafforzativo - significa piuttosto "grande valle", "vallone" e fa riferimento alla valle omonima, oggi completamente sommersa dal lago residuo ma che prima era una vallata apertissima divisa a metà dal torrente che solo più a valle si infilava nella forra del Colomber, scendendo (di qui il riferimento al "va giù") verso la valle del Piave.
Questa accezione viene rinvenuta anche in documenti storici fin dal 1300 con vari tipi di scrittura: Vaiont, Vagion, Vayont, Vajont. [3]
(Articolo di Gianmarco Calore)
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[1] Così Edoardo Semenza nel suo testo "La storia del Vaiont" in cui predilige questo tipo di forma scritta poichè meglio aderente alla sua corretta pronuncia. Un inglese che sia chiamato a leggere la parola Vajont (scritta con la j) la pronuncerebbe "Vagiònt".
[2] Così nel titolo del libro scritto da Osvaldo Martinelli, "Il mio Vayont".
[3] A. Sacchet, Vajont le frane e le onde
