La successione cronologica degli eventi che portarono al disastro del 9 ottobre passa anche attraverso le cosiddette tre prove "di invaso sperimentale" del bacino. Si trattava di prove tecniche di tenuta e stabilità dell'intero impianto, finalizzate al collaudo finale, cui non si arrivò mai.
Ogni prova doveva essere preliminarmente autorizzata dal Servizio Dighe, cui la SADE aveva l'obbligo di far pervenire - tramite il Genio Civile di Belluno - tutti gli atti e le relazioni tecniche sul buon andamento dell'impianto finora realizzato, con particolare riguardo agli esiti della prova di invaso precedente a quella per la quale si chiedeva l'autorizzazione.
Per essere chiari, diciamo subito che solo la prima prova di invaso fu propedeutica al collaudo. Essa venne realizzata nel 1960, partendo dal mese di febbraio e fino a una prima quota autorizzata di 590 metri s.l.m., aumentata nel giugno dello stesso anno a 660 senza svaso preliminare. Succede tuttavia che tra il giugno e l'inizio dell'autunno 1960 Edoardo Semenza scopre la prima traccia della paleofrana, partendo dallo scoscendimento del pian del Toc al lago, fino a risalire al punto di separazione del rio Massalezza nei suoi due rami. Il 4 novembre di quell'anno vi fu il primo grosso distacco di circa 800.000 mc di terra e roccia e di lì la scoperta dell'intera paleofrana in tutta la sua estensione di circa 250 milioni di mc.
Il 1961 trascorse improntato alla realizzazione della galleria di sorpasso frana e allo studio dei sistemi migliori per il contenimento della frana (cosa impossibile) o per il suo distacco, da provocarsi meccanicamente con successive operazioni di invaso e svaso (c.d. programma Pancini).
Ecco allora che le due successive prove di invaso (quella realizzata nel 1962 e quella oggetto di questo articolo) non furono più propedeutiche al collaudo dell'impianto, ma alla provocazione della frana che, nelle convinzioni più o meno concordi dei geologi, sarebbe dovuta avvenire per distacchi progressivi fino a riempimento della profonda forra del Colomber.
L'11 aprile 1963 inizia così la terza prova di invaso che avrebbe dovuto raggiungere quota 715, appena 6, 60 metri sotto gli sfioratori. Tutto ciò che accadde lo abbiamo visto anche in altri articoli di questo sito: la frana iniziò a muoversi molto rapidamente, non appena il livello dell'invaso superò quota 700 a causa della bagnatura di una porzione più alta del suo piede; tra quota 700 e quota 710 la situazione divenne incontrollabile e il 27 settembre 1963 Biadene ordina di iniziare lo svaso per rientrare a quota 700, ritenuta da Ghetti di assoluta sicurezza. Tuttavia i risultati restituiti dagli strumenti (in primis dai piezometri infissi nel corpo frana, ma anche dagli strumenti di rilevazione trigonometrica collocati in destra idrografica) furono assolutamente incompatibili con il comportamento che la frana aveva tenuto nelle operazioni di invaso/svaso precedenti. In particolare, mentre durante queste ultime i piezometri avevano evidenziato come il livello del lago seguisse lo stesso andamento di quello rilevato nei tubi, durante il terzo svaso l'acqua nei piezometri rimase costante anche quando la quota del lago venne abbassata, a testimoniare la completa imbibizione degli strati sotterranei del corpo frana.
E l'11 aprile 1963 può essere dunque considerato storicamente l'ultima occasione che ebbe la SADE per fermarsi. Come? Svasando completamente il lago e attendendo la naturale evoluzione degli eventi, considerato che la frana era già in movimento e che non si sarebbe più fermata fino alla sua nuova posizione di quiete, qualunque essa fosse stata.
Le foto che seguono, gentilmente concesse da Lorenzo Dal Cortivo, ritraggono la visita alla centrale di Soverzene e all'impianto del Vajont di un dirigente delle Aziende Industriali Municipale AIM di Vicenza effettuata proprio ai primi di aprile 1963, poco prima dell'inizio della terza, fatale prova di invaso. In queste foto il lago è a quota 650.
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Uno dei tecnici immortalato dal piazzale antistante la cabina comandi; sull'altra sponda, la casa del capo-diga

- Un particolare del paramento di monte della diga

- Il paramento di monte della diga preso dal cantiere di Moliesa

- Un gruppo di tecnici sul coronamento

- Il coronamento diga preso dalla cabina comandi

- Gli sfioratori sul coronamento; la casa in alto a sinistra è quella occupata dagli uffici SADE

- I tecnici sul coronamento, presi dalla cabina comandi

- I tecnici sul coronamento: viene immortalato anche il bacino retrostante, all'inizio della terza prova di invaso, a quota 650

- Il bacino del Vajont poco prima dell'inizio della terza prova di invaso


- La centrale di Soverzene
