E' una pagina tra le più antipatiche e l'argomento è sicuramente tra i più impopolari.

L'arrivo della SADE nella valle del Vajont inizia in sordina alla fine degli anni Venti, con i primi sopralluoghi alla ricerca di un luogo ideale in cui costruire una diga a scopi idroelettrici, in una zona - quella del medio Piave - già punteggiata da progetti simili. Va detto che la valle non era comunque immune da interventi di derivazione delle acque del torrente Vajont perchè già a inizio secolo un piccolo sbarramento realizzato al ponte di Casso aveva deviato le acque attraverso la "canaletta Protti" fino all'omonimo cartonificio di Codissago. Ma si trattava comunque di poca roba, scarsamente invasiva e che sostanzialmente non aveva toccato la geologia della valle e la struttura delle frazioni più vicine al torrente. Sulla canaletta Protti leggi questa discussione: viewtopic.php?t=11

L'idea iniziale della SADE è ancora lontana da quell'ambizioso progetto che andrà sotto il nome di "Grande Vajont", che si svilupperà più avanti, quando si vollero collegare al Vajont gli altri bacini artificiali della zona, in una gigantesca interconnessione tale da garantire sempre il massimo approvvigionamento idrico per finalità idroelettriche e irrigue.

Negli anni Venti e Trenta si pensava ancora a uno sbarramento di medie dimensioni, tra l'altro collocato ben più a est rispetto al Colomber, cioè all'altezza di ponte di Casso dove già esisteva il piccolo sbarramento voluto da Protti, con un lago dal volume compreso tra i 55 e i 58 milioni di mc d'acqua. I primi progetti depositati nel 1929 al Ministero LL.PP. prevedono giocoforza alcuni espropri in quanto il terreno interessato dal progetto è adibito a pascolo, fienagione e raccolta di legname: da tempo immemore l'area è suddivisa in appezzamenti di proprietà degli abitanti di Erto e Casso che hanno edificato anche le strutture di supporto alle loro attività: mulini, casère, piccole case in pietra dove trascorrere il periodo estivo, spesso dotate di altrettanto piccole stalle. In sinistra orografica erano state concepite anche piccole latterie turnarie dove conferire il latte munto dalle mucche durante il periodo dell'alpeggio.

Di espropri si inizia a parlare ancora nel 1943, quando è addirittura il Podestà di Erto-Casso a offrire alla SADE i terreni rinunciando addirittura ai rimborsi, a patto che la società terminasse i lavori di costruzione dell'acquedotto iniziati poco prima e interrotti a causa dell'insufficienza dei fondi stanziati; ma solo con il deposito del primo progetto esecutivo (11 maggio 1949) il Genio Civile di Belluno inizia una prima serie di mandati esplorativi con le amministrazioni locali, trovando subito ferma opposizione che si concretizza sei seguenti passaggi:
• 11 luglio 1949: richiesta del riconoscimento di un rimborso per i comuni rivieraschi; della conservazione dei sistemi di comunicazione tra una sponda e l'altra del futuro invaso; della predisposizione di opere di difesa e contenimento delle sponde;
• 30 luglio 1949: opposizione in ordine ai timori per una paventata deviazione del corso del Piave che, non ricevendo più il Vajont come suo affluente in sinistra poichè interrotto causa lavori, avrebbe potuto arrivare a erodere i terreni sottostanti le frazioni di Dogna e Provagna; si lamenta inoltre la sommersione di oltre 3000 ettari del miglior terreno e di circa 170 abitazioni stagionali e non, oltre all'isolamento della frazione di Pineda.

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La SADE temporeggiò sulle concessioni ma dette il via agli espropri che si conclusero con alterne vicende nel 1959: lungaggini burocratiche, sottostima del valore dei terreni, spaccature in seno agli stessi espropriati, alcuni dei quali presero ciò che veniva loro dato e altri che cercarono di opporsi per ottenere di più.

Ne nacque un periodo di lotte accesissime tra la SADE e gli abitanti, tra questi e il comune di Erto - Casso, tra gli stessi abitanti, molti dei quali nel maggio del 1959 costituirono il famoso "Consorzio per la difesa e la rinascita della Val Ertana" come ultimo baluardo alla prepotenza dei committenti. Di questo periodo il famoso articolo di Tina Merlin intitolato: "La SADE spadroneggia ma i montanari si difendono".

Scopi del consorzio erano:
1) rappresentare i consorziati nei confronti della SADE e nella tutela dei loro interessi contro la detta Società in dipendenza delle opere che questa eseguirà, per i danni che a causa dei medesimi andranno a subire le loro proprietà immobiliari lungo le sponde del nuovo bacino, nonché per tutti quegli altri danni che potranno comunque derivare alla economia silvo-agraria-turistica della zona;
2) adottare tutti quei provvedimenti che si renderanno necessari per tutelare e difendere nel migliore dei modi i diritti e gli interessi loro nei riguardi delle opere di cui è cenno in premessa, d’intesa ed eventualmente contro la società promotrice delle opere stesse;
3) chiedere la costruzione di buone vie di comunicazione tra le due sponde con le opportune difese per eventuali franamenti o slavine e con la costruzione di ponti e di altri manufatti che consentano l’accesso a tutte le aree coltivate o comunque coltivabili;
4) chiedere la attuazione di tutte quelle opere e quei manufatti che si renderanno necessari per la protezione e la difesa delle costruzioni e dei terreni;
5) avvalersi dell’opera di tecnici, periti e legali per approntare tutti quegli studi e quelle pratiche che si renderanno necessari ed utili per tutelare il più efficacemente possibile i diritti e gli interessi comunque configurabili per i quali viene costituito il Consorzio;
6) adire le vie giudiziarie avanti a qualsiasi Organo della Giustizia ordinaria ed amministrativa ed in qualunque grado di giurisdizione, per la tutela dei diritti e degli interessi dei consorziati, ove e qualora non sia possibile addivenire ad accordi ed intese bonari;
7) affiancare l’opera dell’Amministrazione Comunale, nonchè di tutti quegli altri Enti ed Organismi che dovessero o volessero interessarsi dei vari problemi che andranno a sorgere con i lavori più sopra e più volte menzionati;
8) Nominare Commissioni e Comitati fra i consorziati chiamando a farne parte anche estranei, quali tecnici, legali o persone che per capacità. esperienza e posizione, diano affidamento di ben rappresentare e tutelare i consorziati nei loro rapporti con la SADE, sempre in relazione alla costruzione del nuovo bacino idroelettrico, come pure per lo studio e l’esame del problema in generale e di quelli particolari ad esso connessi e da essi derivanti;
9) promuovere, appoggiare e sorvegliare tutte quelle azioni che riterranno di attuare e compiere, perché i diritti delle popolazioni rivierasche sanciti da norme di legge vigenti ed emanande, trovino piena, efficace e tempestiva applicazione in ogni loro parte;
10) promuovere e stimolare iniziative rivolte al potenziamento ed allo sviluppo dell’economia locale in senso industriale, artigiano, agricolo e turistico con il ricorso alle leggi dello Stato per l’erogazione di contributi e la concessione di mutui nonchè per la migliore utilizzazione dei sovracanoni dovuti dalla concessionarie di acque pubbliche;
11) fare e compiere in breve quanto sarà ritenuto necessario od anche solo utile dai consorziati per la migliore difesa e tutela dei loro diritti e dei loro interessi nei confronti della Società Adriatica di Elettricità in relazione alle opere che questa va attuando lungo il torrente Vajont.
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A rimarcare il vincolo associativo, nell'agosto 1959 nasce un secondo comitato, chiamato "Comitato per la difesa del comune di Erto", con scopi più "mirati" alle esigenze del paese con particolare riguardo alla risoluzione dei problemi di collegamento con la sponda opposta: è di questo comitato la proposta di costruzione di una passerella, "deciso, in caso contrario, ad intraprendere la più tenace e risoluta azione di difesa". [2]

Il resto è storia nota: la SADE liquidò a prezzo di costo terreni e strutture espropriate; a chi non accettava la liquidazione offerta, il denaro veniva depositato in una banca: per riscattarlo, i beneficiari avrebbero dovuto dimostrare la titolarità del diritto di proprietà sui terreni, spesso tramandati a livello familiare di generazione in generazione sulla base di un antico sistema tabulare di origini medievali, privo di trascrizioni catastali. Ci si sarebbe dovuti quindi rivolgere a un notaio, il cui onorario molto spesso avrebbe superato quello del valore dei soldi depositati...

Le foto che seguono fanno parte di un registro di ben 48 pagine, confluito nell'istruttoria dibattimentale consultabile alla busta 207, fasc. 2 4808. Nella fredda elencazione burocratica passano le storie di interi nuclei familiari ai quali venne sottratto in taluni casi tutto ciò che serviva loro per il sostentamento. A seguito di tali espropri, molti abitanti furono costretti a emigrare altrove perdendo i loro averi ma guadagnandoci in compenso la vita....

(Articolo di Gianmarco Calore)

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(Documentazione estratta dall'archivio atti processuali digitalizzati, di libero uso e consultazione)

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[1] dallo statuto costitutivo depositato in atti processuali
[2] dalla lettera del 19 agosto 1959 inviata ai committenti e alle autorità locali e provinciali