"Nessuno ha parlato così a lungo con una frana come con quella del Vajont.." 
(M. Paolini, Orazione civile, 1997)

 

Quando credi di avere sentito tutto sul Vajont, ecco che emergono nuovi aspetti non di poco conto su quella maledetta frana.

Sì, certo... abbiamo parlato e stra-parlato della frana di Pontesei del 22 marzo 1959; ci siamo dilungati tantissimo anche su quella del 4 novembre 1960; grazie a Edoardo Semenza abbiamo avuto contezza già di un primo piccolo distacco addirittura nel marzo 1960, avvenuto nel silenzio più assoluto, probabilmente di notte, senza testimoni diretti. Ma da allora - tutti concentrati sulla gigantesca paleofrana che si stava palesando sul versante settentrionale del monte Toc - non avevamo più avuto riscontri su altri successivi distacchi.

Eppure, nel 1963 dai margini orientali della frana del 4 novembre 1960 ne viene evidenziato almeno un altro. Forse due. Entrambi nel giro di poco tempo. Questo a dimostrazione delle forze che sotto la montagna stavano lavorando in modo incessante e sempre più estremo.

Alla scuola elementare di Casso c'è un giovane maestro: si chiama Giovanni Sesso [1]. Classe 1931, nativo di Isola Vicentina, consegue il diploma magistrale e viene mandato a insegnare proprio lassù, in quel paesino sperduto in cui una classe assomigliava più a una "famiglia allargata".

giovannisesso

Una rara foto d'epoca del maestro Giovanni Sesso, presa proprio nei pressi di Casso ed estrapolata dalla copertina del suo libro

 

Giunge in paese nel 1958 e prende alloggio al piano di sopra di quella scuoletta che il 9 ottobre 1963 verrà lesionata dall'onda: una piccola stanzetta con il minimo indispensabile, un letto, un comodino con la lampada a carburo, uno stipetto dove riporre i vestiti.

Il maestro Sesso ha anche un'altra passione, oltre a quella dell'insegnamento. Nei momenti liberi ama girare per la splendida valle del Vajont "armato" della sua reflex che usa come una mitragliatrice per scattare tante fotografie, il cui numero aumenterà esponenzialmente con l'avanzare dei lavori della diga e il conseguente stravolgimento dei luoghi. Fissa sulla celluloide il "com'era" e il "come sta diventando" quella valle, cercando di prendere l'inquadratura per il confronto dallo stesso posto, metro più metro meno. Ma va oltre: la sua passione lo porta a usare in alcuni casi le prime pellicole a colori! Quelle che vedrete in calce a questo articolo sono foto ORIGINALI, non ricolorate.

Uomo giusto nel posto giusto, nel 1963 - a diga ormai finita e a terza prova d'invaso in corso d'opera - casualmente si trova a documentare un piccolo evento, che sarà tuttavia foriero di enormi preoccupazioni. Scatta due foto, prese dalla stessa angolazione:

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La prima foto è presa dalla sponda destra, verosimilmente da sotto la strada di circonvallazione del lago. L'intenzione è quella di immortalare il lago e la diga. Le montagne sullo sfondo sono ancora imbiancate, quindi si potrebbe trattare del tardo inverno - inizio primavera 1963. La freccia - applicata dopo - indica un pinnacolo di roccia che già risulta distaccato dalla montagna.

 

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A distanza di tempo, il giovane maestro si accorge però che quel pinnacolo non c'è più e scatta questa seconda foto che ne certifica non solo la sparizione, ma un nuovo inizio di distacco della struttura rocciosa su cui quel pinnacolo si addossava. Rispetto alla prima foto, qui probabilmente la terza prova d'invaso deve essere già cominciata, a giudicare dal confronto del diverso livello del lago in corrispondenza della diga. Evidentemente il suo innalzamento ha provocato un distacco del quale però finora non era esistita documentazione ufficiale.

Anche il secondo pinnacolo sarà destinato a cadere nel lago.

Tale distacco (o distacchi) può trovare corrispondenza in un franamento avvenuto la notte del 10 agosto 1963 alle ore 4:53, certificato da Pietro Caloi tramite i sismogrammi rilevati dalla terna di sismografi collocati all'interno della cabina comandi centralizzati già a partire dal 1959, di cui riportiamo il tracciato e la tabella esplicativa che fu allegata allo studio del geologo del 1964, dal titolo "L'evento del Vajont nei suoi aspetti geodinamici":

sismogramma1

sismogramma2

 

Certo, si deve essere trattato di distacchi ritenuti assolutamente prevedibili: la geologia dell'epoca riteneva normale che l'aumento della quota dell'acqua in un bacino artificiale provocasse piccoli smottamenti o distacchi superficiali, dovuti all'aumento della pressione idrostatica sulle sponde e all'insinuarsi dell'acqua negli interstizi rocciosi. Tuttavia, guardando queste foto col senno del poi e collegandole all'aumento di velocità dei capisaldi fissati in quota, tutto assume connotazioni completamente diverse, ben più drammatiche.

Il maestro Giovanni Sesso è quindi stato un testimone involontario in grado di documentare un ulteriore aspetto di questa tragedia. All'indomani del disastro, ha raccolto in un fotolibro [2] le foto più belle scattate in quella valle, mettendole a confronto tra il "prima" e il "dopo".

Seguono alcune splendide foto a colori, originali, tratte dall'opera.

1963cantieremoliesa

Dai prati del Toc (probabilmente località Pian de Sot - Pian del Canever) Giovanni Sesso prende la panoramica della diga, del cantiere di Moliesa, del paese di Casso e della frana di san Simone. Presso il cantiere è stata già smontata la torre di betonaggio: rimangono la casa del custode (a sinistra), gli uffici SADE, la mensa e gli alloggi degli operai. Tutto questo verrà spazzato via il 9 ottobre da quell'ondata che si infranse appena sotto il paese di Casso.

 

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Più o meno dalla stessa posizione della foto precedente, Giovanni Sesso immortala il lago che sta crescendo verso quota 710. Dall'altra parte dell'invaso, Frasein; sulla stessa riva della foto, in fondo, la località di Pineda.

 

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Una bella foto dell'estremità occidentale del lago. A destra, in corrispondenza della diga, il cantiere di Moliesa.

 

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Stupenda foto del primo ponte Therenton costruito l'anno precedente dalla ditta "Monti" e che sarà completamente distrutto la sera del 9 ottobre dall'ondata di risalita. Sul versante opposto, il paese di Erto, con le sue frazioni sottostanti Sot n'Ert, Le Rive, i Molini.

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[1] la sua storia viene riassunta in questo articolo del Messaggero Veneto, pubblicato il 22 settembre 2017
[2] Vajont - Immagini del Toc Prima e Dopo, ed. Campanotto