
Il sismogramma della centrale di Pieve di Cadore (credits Davide Serpagli, Vajont la cronistoria)
Uno degli aspetti più dibattuti anche in tempi recenti è l'interpretazione data dai vari studiosi al tracciato rilevato dal sismografo della centrale di Pieve di Cadore la notte del 9 ottobre 1963, questo in relazione alla ricostruzione della dinamica della frana.
La questione fu affrontata fin dai primi momenti dell'istruttoria, entrando nella fase dibattimentale e quindi nei libri che nel corso degli anni si sono susseguiti sulla vicenda. Senza alcuna pretesa di esaustività, vogliamo in questa sede proporre al lettore le varie chiavi interpretative, incrociandole con le pochissime testimonianze degne di nota rese da chi vide la frana e riuscì a sopravvivere. Alla base delle controversie rimane l'incognita se la frana si sia staccata in un unico blocco o se - come più verosimile - si sia staccata in due momenti diversi ancorchè contigui. Tutti gli autori che si sono cimentati su queste interpretazioni sono invece concordi nello stimare la velocità di caduta della frana in un tempo compreso tra i 20 e i 30 secondi, quindi una velocità elevatissima mai vista prima di allora.
ANALISI OBIETTIVA DEL TRACCIATO (dalle ore 22:39:00 alle ore 22:47:00)
- ore 22:39:20. Viene rilevata una prima impercettibile increspatura del tracciato, con una accentuazione alle 22:39:50.
- ore 22:40:00. Il tracciato rileva un aumento costante nell'intensità del sisma, e ciò fino alle 22:41:11.
- ore 22:41:11. Il tracciato rileva un primo parossismo della durata di 29 secondi fino alle ore 22:41:30, parossismo che sembra regredire per soli 6 secondi fino alle ore 22:41:36.
- ore 22:41:36. Il tracciato ha un secondo e ben più marcato parossismo che raggiunge il suo apice alle ore 22:42:12 con il pennino che quasi va fuori scala.
- ore 22:42:13. Il parossismo comincia a rientrare segnando una lenta e progressiva attenuazione senza però tornare più nella posizione di quiete almeno fino alle ore 22:47:00, orario di fine rilevamento.
INTERPRETAZIONE DEL PROF. CALOI
In qualità di geofisico specializzato in geosismica, che già in precedenza si era interessato alla frana del Toc con perizie tra loro tanto ravvicinate quanto discordanti [1], egli apparve fin da subito la persona maggiormente titolata a fornire una corretta interpretazione del tracciato. La teoria sostenuta da Caloi è quella di un'unica frana, staccatasi contemporaneamente senza soluzione di continuità. Il suo studio si può così sintetizzare:
- le prime onde sismiche preparatorie dell'evento di frana sono rilevate già alle 22:38, dapprima sporadiche e poi sempre più ravvicinate. Tali onde sismiche preparatorie sono da considerarsi almeno fino alle ore 22:41:11, momento esatto del reale distacco della frana;
- la frana scende nel bacino in 29 secondi (nel sismogramma è ricompresa tra i due segni rossi): l'intero ammasso di frana "stacca" la parte più bassa della stessa (pian del Toc, pian de la Paùsa, pian de Sot e zone pianeggianti limitrofe) spingendola in avanti verso la sponda opposta e facendola ruotare sul suo asse orizzontale, ribaltandola;
- i 6 secondi compresi tra le ore 22:41:30 e le ore 22:41:36 riguardano il momento di rimbalzo dell'ondata e la sua separazione nelle tre direzioni conosciute: la sua parte principale rimbalza nuovamente verso il Toc andando a dilavare la frana appena caduta e creando il lago B alla base del piano di scivolamento; una seconda parte, dopo essersi infranta contro lo sperone che protegge Erto, risale il lago controcorrente dilavando le sponde e andando a infrangersi nel margine più orientale; una terza parte, a sua volta infrantasi contro un altro sperone roccioso a sinistra di Casso, scavalca per metà la diga e si incunea nella forra verso Longarone;
- i parossismi più marcati (a partire dalle ore 22:41:36 e fino alle 22:42:30) sono dovuti invece alla caduta dei 25 milioni di mc di acque e detriti nella forra del Vajont e alla loro progressiva compressione nella forra stessa;
- tutti i parossismi successivi alle ore 22:42:30 e in fase di attenuazione sono invece ascrivibili a una serie di concause: la continua parziale tracimazione di acqua e detriti dal coronamento della diga [2], il continuo franamento di materiale dal Toc e il progressivo assestamento della frana appena caduta.
INTERPRETAZIONE DI AGOSTINO SACCHET [3]
L'autore - che ha studiato il disastro del Vajont in tutti i suoi aspetti, compreso quello tecnico - sostiene invece che la frana si sia staccata in due momenti diversi, con la discesa di una prima zolla (identificata con quella più prossimale alla diga) subito seguita dalla seconda (identificata con la zolla subito a est del torrente Massalezza), "sposando" quindi i risultati della perizia Selli - Trevisan del 1964. Ne sintetizziamo il contenuto:
- le increspature evidenziate nel sismogramma a partire dalle 22:39:00 sono attribuite la movimento della prima zolla di frana, ricompresa tra il rio Massalezza e la località pian de Sot, a ridosso della diga. Tale teoria vede la discesa di questa frana in un progressivo caricarsi di energia cinetica fino al distacco anche della seconda zolla;
- la prima ondata è quindi localizzata sul sismogramma alle ore 22:40:45, con l'impatto dell'onda contro la parete verticale appena sotto Casso;
- l'ondata arriva a Longarone alle ore 22:41:30;
- i parossismi più marcati (compresi tra le ore 22:41:36 e le successive 22:42:30) sono dovuti all'impatto del baricentro della massa della seconda frana contro il materiale che aveva già raggiunto la sponda opposta, alla massima velocità (così in A. Sacchet, Vajont, le frane e le onde, pag. 198).
TESTIMONIANZE
Pochissimi furono i testimoni oculari della frana che riuscirono a sopravvivere e a raccontare ciò che videro quella notte. Ancora meno sono quelli sentiti a sommarie informazioni in istruttoria.
- don Carlo Onorini, parroco di Casso in una intervista del 2013 parlò come primo segnale di un "leggerissimo rumore, come di polvericcio che cadeva" che attirò la sua attenzione mentre si trovava al secondo piano della canonica facendogli aprire la finestra; vide il Toc illuminato dalle fotoelettriche posizionate a Moliesa e quasi contemporaneamente anche dal corto circuito dei cavi di media tensione (che il prelato è sicuro essere stati quelli del trasformatore posto alle spalle della cabina comandi centralizzati); notò poi "due immense colonne di acqua" seguite da una "pioggia di sassi e di acqua", con un rumore per cui "ha tremato anche la canonica". Si è trovato "aggrappato alla finestra, che gridavo". Parlò poi di un "silenzio glaciale" mentre si stava recando a prestare soccorso ai paesani, e del solo "rumore dell'acqua che usciva dalla diga".
- Benito Castellano, operaio elettromeccanico che all'epoca lavorava alla centrale del Colomber. Quella sera salì a Casso assieme a un amico (Bernardino De Lorenzi, che invece si fermò al bar K2 rientrando autonomamente alla diga trovandovi la morte) e andò a trovare don Carlo Onorini, salvandosi pur restando ferito. Castellano (leggi e commenta le sue dichiarazioni QUI) parlò di un fortissimo rumore "simile a quello che si ode al passaggio di una formazione di reattori" descrivendo anche "un'enorme onda verticale che si alzava verso il cielo valutata da me alta circa 80 metri al di sopra della quota dove mi trovavo". Cercò di raggiungere una casa rimanendo ferito alla testa da un sasso caduto dall'alto.
- Augusto Specia e Teonisto Roman, operai della ditta "Monti" quella sera furono mandati sulla strada appena dopo Erto per impedire il transito di veicoli provenienti dalla Val Cellina, salvandosi miracolosamente poichè appena sfiorati dall'ondata. Leggi e commenta le loro dichiarazioni QUI. Soprattutto Augusto Specia è molto chiaro nel ricordare, dopo alcune piccole scosse di terremoto, due distinti boati: il primo più contenuto, il secondo molto più violento e seguito da un fortissimo spostamento d'aria che li fece cadere a terra. La circostanza dei due boati concorda con la dinamica del doppio distacco della frana così come ricostruito dalla perizia Selli - Trevisan e come sostenuto anche da Agostino Sacchet. Teonisto Roman parlò invece di un unico boato.
Articolo di Gianmarco Calore
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[1] la prima perizia geosismica del 4 febbraio 1960, basata sui rilievi eseguiti l'anno prima attraverso indagini basate sul metodo sismico a rifrazione, aveva fatto concludere al prof. Caloi che la zona del Toc - tolto uno strato superficiale di materiale incoerente compreso tra i 10 e i 12 metri - poggiava su un "potente supporto roccioso autoctono", vale a dire su solida roccia compatta; tuttavia, a seguito del distacco della frana del 4 novembre 1960 e all'individuazione della gigantesca paleofrana, Caloi aveva effettuato nuovi approfonditi studi che lo avevano portato a una quasi totale ritrattazione di quanto già certificato nella prima perizia: il 10 febbraio 1961 lo specialista presenta un secondo rapporto dove si individua uno strato di roccia incoerente e fortemente fratturata la cui profondità superava addirittura i 150 metri. Come spiegare questo sfacelo geologico avvenuto apparentemente in neanche un anno? La colpa viene data alle sollecitazioni meccaniche provocate dall'acqua del lago nel corso della prima prova di invaso che hanno avuto come "indubbia conseguenza un'azione di frantumamento del setto di roccia robustissima che reggeva - almeno fino al 1959 - il sovrastante carico di materiale di frana".
[2] ricordiamo la aerofoto scattata dal fotoreporter Bepi Zanfron verso le ore 8 del 10 ottobre (pubblicata in altra area del sito) in cui si vede sopra il coronamento della diga la nube di acqua nebulizzata che evidenziava come ancora in quel momento stesse tracimando materiale in forra.
[3] Agostino Sacchet, laureato in scienze forestali, docente e scrittore. Attento osservatore e profondo conoscitore delle vicende del Vajont è autore di molti saggi sull'argomento, tra i quali segnaliamo Vajont, le frane e le onde e Vajont, la diga.
