Il Vajont secoli prima del Vajont
di Roberto Minardi
 
fluitazione
(credits Caseificio Primiero, torrente Cismon)
 
Fino a 150 anni prima che il Vajont diventasse sinonimo di tragedia e memoria, era acqua viva; una via antica e silenziosa del lavoro umano.
Molto prima della diga in calcestruzzo, quando il Conte Giuseppe Volpi ancora nemmeno era nato, quando "corrente elettrica" sarebbe stato un binomio incomprensibile per metà, le sue acque conoscevano un’altra forma di sbarramento: non quello definitivo e immobile dell’ingegneria moderna, ma quello temporaneo e pulsante del legno. C'erano già i mulini ad acqua che trasformavano l'energia dell'acqua in lavoro, e consentivano agli artigiani di svolgere i propri mestieri per quasi tutto l'anno, ed era quella la forza motrice che mandava avanti la vita dei valligiani a ritmi vincolati al periodo dell'anno e dei disgeli, o siccità.
 
I corsi d'acqua si trasformavano da semplici rigagnoli estivi, a torrenti in piena autunnali, da silenziosi ed apparentemente immobili blocchi di ghiaccio invernali a rigogliose sorgenti di vita in primavera.
 
Nel periodo del taglio degli alberi invece i corsi d'acqua diventavano ... autostrade.
 
Nei fitti boschi delle montagne circostanti, mani sapienti e rispettose del ciclo di ricrescita di un bosco abbattevano i fusti adatti seguendo rituali tramandati di generazione in generazione, con uno sguardo attento alle fasi lunari. I tronchi, una volta a terra, non restavano a lungo immobili: a loro loro, di lì a poco, era riservato un particolare viaggio.
 
Attraverso la tecnica della fluitazione venivano affidati ai torrenti minori, che li accoglievano e li trascinavano a valle. Era un movimento guidato, ma mai del tutto domato: un equilibrio fragile tra la forza dell’acqua e l’ingegno umano.
Praticamente in tutti gli affluenti del Piave veniva praticata questa tecnica, oggi patrimonio dell'UNESCO.
In questo importante sistema di movimentazione, torrenti come il Vajont, il Maè, ma anche i corsi d'acqua sul versante opposto delle Dolomiti bellunesi, come il torrente Cismon - da cui è tratta la foto del post - rappresentavano un passaggio fondamentale.
 
Il loro corso veniva temporaneamente sbarrato dal legno stesso: una diga viva, (nella valle di Erto e Casso era chiamata “stua”), fatta di tronchi accumulati, incastrati tra loro e mantenuti in posizione statica da un gioco di equilibrio tra la corrente che spingeva e la posizione della stua che resisteva, capace di organizzare e regolare il flusso d'acqua senza arrestarlo. Non una barriera definitiva, ma un respiro: trattenere, raccogliere, poi lasciare andare.
Alla stregua dei castori, gli Ertocassani tiravano su una barriera resistentissima con un singolo "punto debole", una chiave di volta senza la quale l'intero impalcato sarebbe crollato.
L’acqua, rallentata nella sua corsa, si sollevava poco a poco formando piccoli laghi, e con l’innalzarsi del livello le cataste formate nei mesi precedenti iniziavano a galleggiare, pronte a muoversi.
 
Quando il momento era quello giusto, i tronchi riprendevano il loro cammino verso il Piave. Lì, nelle correnti più ampie, avveniva una nuova trasformazione: i legni venivano legati in zattere, ordinate e compatte, pronte ad affrontare un viaggio più lungo. Scivolavano lungo il fiume attraversando paesaggi e comunità, portando con sé il lavoro dei boschi e la promessa di nuove forme. Perarolo di Cadore era per così dire il casello autostradale, dove i tronchi venivano legati insieme.
Il loro destino era Venezia, dove quel legno trovava una seconda vita. Diventava struttura, sostegno, movimento: gondole, palafitte, imbarcazioni, architetture che ancora oggi raccontano un legame profondo tra montagna e laguna. Ogni trave, ogni tavola custodiva il ricordo dell’acqua che l’aveva condotta fin lì.
 
L’avvio della prima fluitazione, nei torrenti più alti, era un rito che metteva alla prova il coraggio dei più giovani. Per dimostrare il proprio valore, scendevano quasi sul greto del fiume, alle spalle della diga di legno, per compiere un gesto che non ammetteva errori né seconde possibilità.
Un singolo cuneo spesso ricavato dal legno di maggiociondolo, quella "chiave di volta" di cui parlavo prima, teneva ferma la catasta finché il “battitore” non lo colpiva con forza, facendolo saltare via. Da quell’istante iniziava una corsa contro il tempo: il castello di tronchi, ormai instabile, cedeva sotto la spinta dell’acqua e si metteva in movimento.
Il battitore doveva arrampicarsi con rapidità, agile come uno scoiattolo, per raggiungere la sponda e mettersi in salvo prima che la massa lo travolgesse. A volte ci riusciva per un soffio, in una manciata di istanti. Altre volte no, e allora qualcuno restava a piangerne la perdita.
 
Verso la metà degli anni Cinquanta, in val Vajont si iniziò a tirare su un muro di calcestruzzo, meraviglioso, uno sbarramento più stabile e definitivo di quelli in legno, che portava in sé una promessa di benessere e prosperità per tutti. Con questa enorme 𝑆𝑡𝑢𝑎, con il suo cuneo di 240 milioni di m³ in bella mostra, qualcosa andò storto, e a perdere la vita furono 2000 persone in un colpo solo. A piangere quelle duemila persone ci siamo ancora noi.
 
Crediti:
-foto: Caseificio Primiero, torrente Cismon
-testo: Roberto Minardi
 
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