Spesso si dibatte sul perchè, nonostante tutte le previsioni dessero come certa la caduta di una frana di proporzioni enormi, Biadene si sia ostinato a voler raggiungere quota 710 [1] nel settembre 1963.
Non certo per agevolare/accelerare il collaudo dell'impianto, visto che esso sarebbe sopraggiunto in tempi più lunghi e raggiungendo addirittura lo sfioro della diga.
Da quanto ho potuto leggere - a partire dai documenti in istruttoria processuale - l'errore fatale di valutazione parte da più lontano, cioè dalla convinzione di poter comunque controllare una frana così grande. Non certo per sollevare da responsabilità chi commise un simile deprecabile errore, ma vanno valutati a mio avviso i seguenti aspetti:
- la valutazione come modello di frana dell'evento di Pontesei.
Come ho già avuto modo di sostenere, la frana di Pontesei fu LENTA, con discesa valutata sull'ordine dei minuti. Se solo fosse stata RAPIDA, le cose sarebbero potute andare in modo differente..
- la valutazione della frana del Toc come frana di tipo glaciale.
Leopold Muller aveva bene individuato i margini e le dimensioni della paleofrana. Era tuttavia convinto di un suo distacco a creep, come fanno i ghiacciai, non considerandola un possibile blocco unico. La stessa frana del 4 novembre 1960 contribuì a metterlo fuori strada, poichè quel distacco appariva confermare la sua teoria.
- l'estrema piovosità dell'agosto 1963.
Il mancato drenaggio dell'acqua piovana accumulatasi negli strati profondi della frana fece sì che essa si comportasse come un gigantesco cric: cercando l'unica via di uscita possibile (verso l'alto), l'acqua sollevò il margine di frana più prospiciente l'invaso, sommandosi all'acqua già assorbita dal terreno e che già aveva bagnato gli strati argillosi sul piano di scivolamento.
Al riguardo del raggiungimento di quota 710 cito le parole di Biadene, rese in istruttoria:
"La prima [ragione] relativa alle riduzioni di velocità degli spostamenti per le stesse quote, di mano in mano che tornavo a bagnarle dopo un precedente svaso, per cui mi convinsi che il movimento non era legato all'altezza dell'invaso; richiamo al riguardo i diagrammi in atti per le quote toccate nei diversi invasi, 650-700. La seconda osservazione concerne il fatto che in discesa lo spostamento dei capisaldi era minore che in salita e che la velocità si riduceva nettamente; anche tale elemento mi confortava nel pensare che, venendomi a trovare nella necessità di scendere, non mi sarei trovato di fronte a sorprese. Ulteriore ragione era costituita dall'osservazione dei piezometri che avrebbero dovuto denunciare una salita proporzionale direttamente all'elevazione dell'invaso, spostandosi parallelamente a se stessi. Viceversa i piezometri seguivano pedissequamente i livelli dell'invaso onde rimaneva esclusa la spinta verso l'esterno. Su tali argomenti fondai il mio convincimento di essere in presenza di un fenomeno di assestamento della sponda sinistra che avrebbe potuto dar luogo a frane più o meno grosse, non di carattere generale [...] E' per tale ragione che - tenendo presenti le conclusioni del prof. Ghetti - mi affidai a salire alla quota 710, sicuro di poter rientrare agevolmente nella quota di sicurezza"
(cfr. pag. 510 e segg. Reberschack - Miscellaneo - Bacchetti, Vajont la sentenza)
Gianmarco Calore
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[1] La quota da raggiungere sarebbe dovuta essere in realtà 715, come da richiesta al Servizio Dighe. Biadene si fermò a 710 a causa dell'aumento considerevole dei movimenti franosi, con un allargamento che da pochi millimetri superava ormai i 2 cm al giorno. Di qui la decisione di svasare a partire dal 27 settembre.
