La storia del Vajont passa anche attraverso un'infinità di documentazione cartacea fatta di telegrammi, lettere, verbali, perizie, articoli di giornale e molto altro ancora.
In questa sezione cerchiamo di muoverci in questo gigantesco labirinto burocratico.
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Gli spostamenti del corpo diga durante le ultime fasi del terzo invaso. Nel suo libro, Edoardo Semenza dice che i tecnici Enel-Sade erano più preoccupati degli effetti di questi movimenti sulle spalle della diga che di quelli del Toc. Come si nota, la diga è già stata intitolata a Carlo Semenza.
Tratta dall'archivio di Stato di Belluno. Credits: Francesco Cecconi

Una pagina dei quaderni di Carlo Semenza, del 4 febbraio 1960. Edoardo non ha ancora presentato la sua famosa relazione, lo farà in giugno, ma parla con il padre, che disegna la frana.
Tratta dall'archivio di Stato di Belluno. Credits Francesco Cecconi

28 novembre 1960, le preoccupazioni e decisioni di Carlo Semenza, tra cui il promemoria del famoso chiarimento tra dal Piaz ed il figlio Edoardo. Pare incredibile che solo 5 mesi dopo, l'ultima relazione geologica dei consulenti non avrà seguito e non verranno più consultati esperti.
Tratta dall'archivio di Stato di Belluno. Credits: Francesco Cecconi

Il passaggio chiave della originale relazione Giudici-Semenza del giugno 1960. Nel libro, il professor Semenza dice, riferendosi alla sua prima ipotesi del 1959, che la frana avrebbe potuto muoversi "specialmente se il piano di movimento fosse stato inclinato notevolemente verso Nord", traendo però successivamente una ipotesi più tranquillizzante dai sondaggi fatti. Queste due versioni, ufficiale del 1960 e del libro del 2001, non concordano appieno.
Tratta dall'archivio di Stato di Belluno. (Credits Francesco Cecconi)

8 ottobre 1963, ore 12:25
La situazione è già fuori controllo. Quel giorno la frana si muove a vista d'occhio e dalle sue propaggini più vicine all'invaso cominciano a cadere in acqua massi di roccia.
Cronologia degli eventi:
- ore 7:45: vengono impartiti ordini alle maestranze di non svolgere alcun lavoro in fondo alla valle a causa dell'accentuato movimento franoso;
- ore 10:00: l'ingegner Caruso informa del peggioramento il Genio Civile di Belluno esibendo i diagrammi degli spostamenti della frana; parla con l'ing. Violin dell'opportunità di fare evacuare la zona del Toc. I toni di Caruso - come da testimonianza dell'ing. Beghelli presente all'incontro - non sono preoccupanti perchè da modello Ghetti si era quasi arrivati alla quota di sicurezza; rifiuta di aumentare il volume di svaso per non accelerare la discesa della frana. Alla fine della riunione conclude: "La pregherei di non spargere voci allarmistiche perchè per quello che c'è di pericoloso abbiamo già provveduto". Viene inviato un telegramma alla prefettura di Udine e al Comune di Erto perchè venissero sfollate trenta case stagionali in prossimità della diga.
- quasi contemporaneamente: durante i lavori sulla strada in sponda sinistra l'operaio Felice Corona, il suo collega Giuseppe De Marta e i geometri Baccichetto e Pesavento (periti nel disastro) notano che la carreggiata subiva notevoli mutamenti ora dopo ora; in località Pineda si accorgono che la massa franosa si muove a vista d'occhio, con gli alberi che si inclinano sempre di più;
- ore 10:30: Biadene è presente al Vajont dove incontra Caruso. Conferiscono con i geometri Rittmeyer, Rossi e con l'assistente De Prà (tutti periti nella sciagura) per istituire un divieto di transito in tutta la sponda sinistra, con ordinanza di sgombero della zona di frana: è il telegramma postato qui sotto. Ispezionano personalmente la zona della Pausa e notano che la strada presenta profonde fessurazioni dove di primo mattino non erano ancora comparse. Verificano i piezometri e notano la completa concordanza tra la loro quota e quella del serbatoio;
- ore 12:20: telegramma alla prefettura di Udine con cui la SADE inoltra il sotto riportato telegramma; nessuno parla di sgombero di Erto e Casso, tantomeno si parla di Longarone;
- ore 13:30: gli ingegneri incontrano il brigadiere dei Carabinieri di Erto, già a conoscenza dell'ordinanza di sgombero. Alla diga vengono impartiti gli ordini di utilizzo delle fotoelettriche durante la notte, con accensione ogni mezz'ora. Interpellato nel merito dal geom. Rossi, Biadene risponde: "Il Toc potrebbe cadere stasera come tra trent'anni".
- ore 15:30: l'assistente governativo Bertolissi si reca al Vajont con il compito di accertamenti urgenti e successiva relazione. Accerta uno spostamento del margine di frana di circa 10 cm rispetto al giorno prima; il geom. Rossi lo rassicura poichè si era prossimi al raggiungimento della quota 700 ritenuta di assoluta sicurezza;
- pomeriggio-sera: vengono installate in sponda destra altre paline di misurazione per rilevare la quota raggiunta dall'onda sollevata dalla frana. Ancora si crede a una caduta lenta e per fette, nessuno pensa a una caduta veloce e in blocco;
- ore 18:30-19:00: l'ing. Beghelli riceve una telefonata da Bertolissi che dal Vajont gli comunica che i diagrammi di frana risultano essere "allarmanti"; si dispone che l'ing. Baroncini raggiunga il Vajont la mattina dell'11 ottobre. Invano. Viene disposto l'abbassamento dell'invaso a quota 695 per creare un'ulteriore fascia di sicurezza: non vi si arrivò mai;
- ore 20:30: Osvaldo Clemente Corona e Giuseppe Martinelli (perito nel disastro) accompagnano il brigadiere dei CC di Erto Antonio Zuccalà e un altro militare sul fianco sinistro del bacino: già a Prada, Liron e Pineda la strada risulta molto dissestata, vengono rilevati allargamenti delle crepe già rilevati sui muri di sostegno della strada; preoccupa in particolare uno squarcio obliquo che interessa l'intera carreggiata, con un dislivello di oltre 30 cm. che rende la marcia non proseguibile.
Il giorno dopo, l'inferno.
Fonte: Reberschak, Miscellaneo, Bacchetti, Vajont. La prima sentenza, pagg. 379 e segg..



Nella prima striscia abbiamo la quantità delle precipitazioni;
Nella seconda il livello del bacino;
Nella terza i movimenti della montagna;
Nella quarta le indicazioni dei piezometri.

Arrivano le sommersioni dei manufatti più bassi in zona "Mulini".

Con questa comunicazione Pancini rende noti i nuovi percorsi in vista del primo riempimento del bacino e della conseguente sommersione dei vari manufatti in fondo alla valle.
Ironia della sorte, la comunicazione porta la data del 13 giugno, S. Antonio da Padova.....






A volte un singolo foglio ingiallito dal tempo racconta più di un intero libro di storia.
Questa lettera, datata 8 maggio 1967, è uno di quei documenti capaci, a mio modo di intendere, di aprire uno spiraglio diretto nel cuore dell’inchiesta sul Vajont.
A scriverla è Alfred Stucky, uno dei più autorevoli ingegneri europei dell’epoca e che anche qualche giorno fa avevo citato, incaricato di redigere una perizia indipendente sul disastro del 9 ottobre 1963.
Il destinatario è Mario Fabbri, il giudice istruttore di Belluno che per anni ha raccolto testimonianze, perizie e prove con un rigore, anche di tipo metodologico, raro.
Nella lettera Stucky racconta i suoi incontri con altri grandi esperti internazionali – da Gridel a Roubault, da Calvino a Nonveiller – e chiede urgentemente materiali tecnici mancanti, necessari per concludere il suo rapporto.
Un lavoro complesso, fatto di confronti, traduzioni, analisi geologiche e ingegneristiche, che doveva mettere ordine in una delle vicende più drammatiche della storia italiana.
È la fotografia di un momento cruciale: Stucky si prepara a redigere le conclusioni che contribuiranno a individuare le responsabilità tecniche della tragedia (strage).
Questa lettera ricorda che il Vajont non fu solo un disastro naturale, ma anche un’enorme battaglia di verità, portata avanti da professionisti e magistrati che non si sono arresi all’idea dell’“imprevedibile”.
Un piccolo documento, una grande storia: la storia di chi ha lavorato per dare giustizia a migliaia di vittime.
Foto e testo: Fabio Bristot Rufus
