Ci sono mille parole per descrivere i danni provocati dal disastro del Vajont. Ma non renderanno mai l’idea esatta che solo il confronto fotografico può offrire.

Questa “stanza” è dedicata proprio a questo.

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codissago

Il confronto tra l'ingrandimento di una cartolina viaggiata (credits Lorenzo Dal Cortivo) e la medesima area ritratta in una foto del "dopo" (credits Leone Sandrino) permette di capire la forza dell'ondata di risalita lungo il Piave verso nord: la casa evidenziata dal circoletto rosso nella foto di sinistra è stata completamente distrutta; nella foto di destra si nota anche la potente azione disgregatrice della roccia su cui sorge la frazione, che è stata portata a nudo.

 

madonna

Ci sono storie che hanno dell'incredibile: per chi è credente, costituiscono un miracolo; per chi non lo è...non lo so.

Quella che vedete in foto è la statua della Beata Vergine Immacolata che si trovava all'interno della chiesa parrocchiale di Longarone, interamente spazzata via dall'ondata del 9 ottobre.

La statua fu trascinata dal Piave tra macerie e detriti per quasi sessanta chilometri, fino all'abitato di Fossalta di Piave ove fu raccolta e collocata nella chiesa locale, dedicata anch'essa alla Beata Vergine Maria.

Nel 1964, con una solenne processione, fu di nuovo trasportata a Longarone e in seguito ricollocata nella nuova chiesa parrocchiale.

Fermatevi a guardarla. Guardatene il volto segnato, l'assenza delle mani andate perdute nel disastro.

Poi, ognuno faccia le sue riflessioni.

 

longa20

Longarone prima e dopo il disastro. La foto è stata scattata dalla medesima angolazione e permette di vedere tutta la potenza distruttrice dell'ondata di tracimazione e della successiva onda di discesa che, dopo avere risalito controcorrente il Piave per circa un paio di chilometri, rese quella valle una spianata brulla. Credits foto: Comitato Sopravvissuti del Vajont

 

DIGA PRIMADOPO

Le foto (credits ProgettoDighe) prese dalla sponda sinistra praticamente dalla stessa posizione, all'altezza del luogo ove si trovava il piccolo piazzale antistante la cabina comandi centralizzati, danno esattamente l'idea della portata della catastrofe.

Oltre la diga, si notano gli ingressi delle due gallerie che portavano a Dogna e a Codissago - Longarone, oggi non più esistenti. Longitudinalmente si intravvede il tracciato del vecchio sentiero di cantiere che collegava la diga a Moliesa, i cui resti si vedono subito sopra. Sull'estrema sinistra della foto del "dopo" si notano le strutture di consolidamento della spalla destra, che aveva denunciato particolari criticità durante le prove di invaso, costringendo la SADE a ulteriori lavori di rinforzo mediante apposizione di piastroni metallici tirantati.

parcoprotti

Un'altro confronto della medesima area vista dall'alto: ritrae il parco della villa Protti e la fabbrica della Faesite dopo e prima del disastro. Nella foto a colori, si nota la gigantesca sequoia sopravvissuta all'apocalisse, indicata dalla freccia rossa nella foto in b/n.

 

lespesse

Le Spesse, prima e dopo.

Il confronto tra il prima e il dopo apocalisse in una delle frazioni maggiormente colpite dall'ondata di risalita che andò a infrangersi sul centri abitati più a oriente, causando morte e devastazione.

L'ondata di risalita fu uno tsunami di altezza stimata sull'ordine dei 40 metri (studio Hendron e Patton) che rimbalzò da una sponda all'altra dell'invaso infrangendosi contro ciascuna di esse, cancellando tutto ciò che trovava sul suo cammino. Arrivata all'immissione del torrente Vajont, ne distrusse il ponte Therenton che lo sovrapassava.

Credits foto: EcoMuseo Vajont.

 

sanmartino

San Martino, prima e dopo il disastro.

Ci troviamo nella frazione più lontana rispetto alla frana. Ciò nonostante, la potenza dell'ondata di risalita (stimata di un'altezza di circa 40 metri) ha fatto tabula rasa delle strutture che si trovavano a quota più bassa.

A differenza delle altre località poste in sponda sinistra (che erano quasi tutte abitate saltuariamente), San Martino costituisce una vera e propria frazione poichè fittamente abitata, tanto da disporre della propria scuola elementare e di una latteria sociale; vi era edificata anche una vecchia chiesetta di epoca longobarda, la chiesetta di San Martino, che fu parimenti distrutta dall'onda: sui suoi ruderi sorge oggi un Memoriale della tragedia, all'interno del quale sono stati iscritti i nomi di tutti i caduti di Erto e Casso e delle aree limitrofe.

Dalla fine del 1800 di qui passava la vecchia carrozzabile che collegava i paesi più occidentali alla val Cimoliana. L'occupazione principale degli abitanti era quella di cavatori e scalpellini, grazie alla presenza di cave di pietra rossa. Un'ulteriore particolarità era costituita da una teleferica per il trasporto del legname dalla valle del Vajont, che veniva azionata sfruttando la forza motrice dell'acqua del torrente.

Le vittime di questa frazione furono 24, delle quali solo 2 furono recuperate.

Credits foto: EcoMuseo Vajont

 

parrocchia

La chiesa parrocchiale di Longarone, prima e dopo il disastro.
Una delle campane fu recuperata sull'altro fronte della valle e ricollocata provvisoriamente dove sorgeva un tempo il campanile.
Credits: Lorenzo Dal Cortivo

 

pineda

Le foto sono state scattate quasi dalla stessa posizione, sebbene in tempi assai diversi tra loro: quella di sinistra immortala la località Pineda a inizio Novecento; quella di destra, la stessa area all'indomani del disastro.

Pineda occupava l'area ubicata in sponda sinistra, decentrata verso est e perciò appena al di fuori del movimento di frana.

Per la sua posizione era la zona maggiormente frequentata, anche per la particolare floridezza dei terreni, tanto che alcune famiglie decisero di stabilirsi definitivamente in loco. Era collegata all'altra sponda da un piccolo ponte in legno; da "la Pineda" partivano poi i sentieri che portavano sulla fiancata del Toc verso pascoli e boschi (località casera Vasèi).

La zona era talmente frequentata che i bambini frequentavano sul posto la scuola, trovandosi nelle case private. Appena l'anno prima del disastro la SADE aveva donato un piccolo stabile da adibire a scuola: vi si tenne un unico anno scolastico, il 1962/63. Oggi questa scuola - miracolosamente risparmiata - è un'abitazione privata.

Gli espropri colpirono prevalentemente la parte bassa dell'area, costringendo gli abitanti ad emigrare fuori dalla valle del Vajont.

La notte del 9 ottobre l'ondata causata dalla frana dilavò l'intera area e produsse 7 morti, 6 dei quali ritrovati nei giorni successivi.

Credits foto: EcoMuseo Vajont

 

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Il Cristo ("Al Crist") prima e dopo il disastro.

La borgata "Al Crist" (Il Cristo) non individua una vera e propria frazione, quanto piuttosto un'area collocata appena al di sotto della frazione Le Spesse e per questo spesso confusa con quest'ultima. Era costituita da un piccolo nucleo abitativo lungo la carrozzabile che da Erto andava verso Casso, lungo la forra del Vajont. Fu una delle prime zone ad essere espropriata.

Fu interamente dilavata dall'onda di risalita causata dalla frana del 9 ottobre.

Credits: EcoMuseo Vajont

 

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Frasein, prima e dopo il disastro.

La foto a sinistra (risalente all'inizio del Novecento) è scattata dalla sinistra idrografica (siamo sul versante del Toc, verso pian de la Pausa) e prende di infilata la valle del Vajont verso est: sull'estrema sinistra si vede parte della frana di San Simone, vicino al paese di Casso; seguendo il tracciato della strada vecchia per Erto, si vede il promontorio (loc. "Patata") che ha salvato il paese dall'onda di risalita; a destra, la mole imponente del monte Certen e delle cime dell'Ardotto.

La foto a destra è stata scattata dopo il disastro.

Frasein era una località di transito tra Erto e Casso per la transumanza dei bovini dal Toc ai paesi, era costituita da 9 casere in cui gli animali, al termine dell'alpeggio estivo, venivano provvisoriamente fatti svernare fino all'esaurimento del foraggio, per poi essere portati a Casso. A primavera si sarebbe fatto il percorso contrario.

Queste strutture erano dotate anche di una piccola latteria in cui lavorare il latte appena munto.

L'ondata provocata dalla frana del 9 ottobre uccise 14 persone appartenenti alle 8 famiglie che si trovavano nelle malghe.

Credits foto: EcoMuseo Vajont

 

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La chiesa di Pirago in una foto dell'inizio 1963 confrontata con ciò che resta ai giorni nostri. La foto è scattata dalla stessa posizione.

Credits: Lorenzo Dal Cortivo

 

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Un ulteriore confronto tra il "prima" e il "dopo" permette di capire la potenza dell'onda all'interno della forra verso Longarone.

La prima foto è stata scattata da Paolo Bonassin nell'estate del 1963 e ritrae i baraccamenti Consonda-Icos con il piccolo impianto di betonaggio per il consolidamento delle imposte della diga.

La seconda foto è stata scattata da Massimo Collodel e permette di constatare la completa asportazione della cengia su cui sorgevano i baraccamenti nonchè la profonda azione di dilavamento dei versanti profondamente modificati. La passerella e il ponte SACAIM sono stati disintegrati.