
Foto tratta dal manuale di servizio della diga, depositato in atti processuali digitalizzati (di libero uso e consultazione)
La diga del Vajont è passata alla storia anche per le sue infrastrutture. Tra esse vi sono i due pozzi montacarichi ricavati in spalla sinistra, che permettevano al personale di accedere alle varie camere di manovra degli scarichi di alleggerimento, di mezzofondo e di fondo.
Entrambi erano di sezione ovoidale 5,15m x 4,30m, con montacarichi ad argano elettrico della capacità di 6 persone e con parallelo settore di salita/discesa manuale di emergenza con scala a gabbioni.
Il primo pozzo era profondo 55 metri e permetteva l'accesso alla camera di manovra dello scarico di alleggerimento.

Schema del primo pozzo fino alle prime camere di manovra dello scarico di alleggerimento e inizio discesa secondo pozzo (depositato in atti giudiziari)

Un ulteriore dettaglio della sezione mediana dei pozzi montacarichi che permette di confrontare il livello delle camere di manovra con la strada vecchia per Erto (schema depositato in atti giudiziari)
Il secondo pozzo, ancora più impressionante, era profondo ben 155 metri e permetteva l'accesso alle camere di manovra degli scarichi di mezzofondo e di fondo. Giunti nelle gallerie di quest'ultimo, le stesse erano state realizzate con volta a sesto acuto per offrire la maggiore resistenza alle sollecitazioni meccaniche e il migliore scarico sul tampone delle migliaia di tonnellate che premevano dall'alto.

Lo schema del secondo pozzo montacarichi che raggiungeva la camera di manovra più profonda, quella dello scarico di fondo (schema depositato in atti giudiziari)

Lo schema dimensionale del pozzo con la relativa sezione della gabbia ascensore (credits Lost Structures)
Questi pozzi venivano percorsi dal personale di servizio più volte al giorno anche nei turni di notte, non solo per le eventuali manovre degli scarichi, ma anche per il rilevamento dei valori registrati dagli impianti e che dovevano essere trasmessi alla cabina di controllo e da questa alla centrale di Soverzene.
Entrambe le strutture furono completamente distrutte prima dal risucchio di aria provocato dalla frana e poi dall'acqua e detriti che, distrutta la cabina di controllo, invasero tutte le strutture sottostanti.
Impressionante risulta la pesantissima porta della camera stagna della stanza di manovra dello scarico di fondo completamente divelta dai cardini e piena di detriti rocciosi portati giù dall'acqua.
Questi settori naturalmente sono interdetti al pubblico per la pericolosità dei siti; solo i ragazzi di Lost Structures (che - è bene ribadirlo - sono alpinisti provetti, con grande esperienza di speleo) hanno potuto accedervi realizzando così il ben noto documentario disponibile sul Tubo.
Ma come e da chi sono stati realizzati?
La risposta è stata trovata in alcuni schemi riepilogativi della ditta "Torno", che ha curato la realizzazione dei lavori. L'opera di realizzazione fu un concentrato di precisione e di calcoli e si sviluppò per gradi secondo il sistema "drill and blast" (perforazione e brillamento):
- PERFORAZIONE (DRILLING)
- CARICAMENTO E BRILLAMENTO (BLASTING)
- SGOMBERO DEI DETRITI (MUCKING)
- CONSOLIDAMENTO E RIVESTIMENTO
Si utilizzavano perforatrici ad aria compressa (spesso montate su piattaforme o bracci mobili) per creare una serie di fori verticali nella roccia.
- Schema di tiro: la dislocazione dei fori verticali seguiva una ben precisa geometria (c.d. pattern) per ottimizzare la frantumazione della roccia e convogliarne i detriti verso il centro del pozzo al fine di agevolarne lo smaltimento.
I fori venivano quindi riempiti di esplosivo a gradazione non uniforme, il cui calcolo di carica doveva tenere in considerazione la consistenza e fratturazione della roccia in posto.
- Cariche microritardate: venivano quindi utilizzati inneschi sincronizzati al millesimo di secondo al fine di non compromettere la stabilità delle rocce circostanti. La rapida sequenza delle esplosioni (al posto di un unico gigantesco boato) riduceva le vibrazioni d'urto e migliorava la precisione dello scavo.
Dopo l'esplosione e la ventilazione dei fumi, il materiale detritico veniva quindi rimosso.
- Metodi di trasporto: in caso di pozzi verticali i detriti venivano spesso caricati su benne e sollevati verso l'alto oppure fatti precipitare verso il basso in gallerie di servizio preesistenti da cui venivano rimossi tramite nastri trasportatori e autocarri.
Una volta completato lo scavo di una sezione, le pareti venivano messe in sicurezza.
- Armatura e calcestruzzo: si procedeva all'installazione di armature metalliche e al getto di calcestruzzo per formare il rivestimento finale del sifone, garantendo nel contempo l'impermeabilità all'acqua e la resistenza alle sue alte pressioni.
COMMENTA SUL FORUM QUI


Due frame tratti dal documentario di Lost Structures permettono di verificare le condizioni odierne dei due pozzi

Le condizioni attuali della camera di manovra dello scarico di fondo, con la porta stagna strappata dai cardini: sotto di essa, i detriti portati giù dall'acqua che ha distrutto i condotti. All'interno, il grosso pistone oleodinamico per la manovra dello scarico di fondo (credits Lost Structures)
