
Il loro ruolo al Vajont.
Un grande contributo alla comprensione del fenomeno franoso verificatosi nella valle del Vajont è fornito dallo studio dei due geologi e ingegneri del Dipartimento dell’Esercito degli Stati Uniti d’America, Alfred J. Hendron e Franklyn Patton avvenuto nel 1985. Le analisi idrogeologiche effettuate successivamente alla frana hanno portano gli Autori a confermare l’esistenza della paleofrana, la presenza in più luoghi, lungo la superficie di rottura di strati di argilla fino a 10 cm di spessore e l’esistenza di due falde acquifere separate dal livello argilloso. La presenza delle argille era stata tendenzialmente negata sino al 1985. Il prof. Selli (membro della commissione ministeria d’inchiesta del 1964) negava la loro esistenza e quindi la funzione. Müller anche dopo la frana riteneva che le argille, se presenti, non avessero avuto un ruolo determinante nel movimento.

argille presenti sotto gli strati di roccia. Tratto da: The vaiont slide,a geotechincal analys based on new geologic observations oh the failure surface (Hendron e Patton 1985)
Questo studio, grazie all’analisi dei rilievi piezometrici del 1961, mette in evidenza per la prima volta l’esistenza di una falda acquifera superiore, corrispondente alla massa della paleofrana, il cui livello è influenzato dal livello dell’invaso, e di una falda inferiore, contenuta nel Calcare del Vajont, alimentata principalmente dalle acque meteoriche.

Questa scoperta è suffragata da varie considerazioni sulle misure fatte negli anni 1961-1963 nei tre dei 4 piezometri fatti installare nell’autunno del 1961. L’oscillazione del livello della falda nei due acquiferi ha un comportamento diverso nei primi nove mesi di misurazioni: i piezometri p1 e p3 seguono il livello del lago, il piezometro P2 evidentemente incontra il livello dell’acquifero inferiore e misura livelli diversi rispetto agli altri due, il piezometro p4 invece va subito fuori uso. Nell’acquifero superiore il livello della falda è uguale a quello del lago, in quanto per l’altissima permeabilità, le precipitazioni piovose penetrano velocemente, trasferendosi quindi nel lago, e ovviamente anche le acque del lago possono altrettanto velocemente penetrare nella massa quando il livello s’innalza. Le variazioni del livello della falda nell’acquifero inferiore dipendono invece quasi esclusivamente dalle precipitazioni che penetrano in tutto il versante settentrionale del Monte Toc a monte della massa della paleofrana.

Grafico dei livelli piezometrici sulla sulla sponda del Toc.
Hendron e Patton evidenziano una correlazione tra il livello del bacino, le precipitazioni e i movimenti della massa. Le diverse pressioni delle masse di acqua influenzate l’una principalmente dall’invaso e l’altra anche dalle acque meteoriche destabilizzavano continuamente il fragile equilibrio della paleofrana. Dopo abbondanti piogge la falda inferiore “spingeva” verso l’alto destabilizzando la massa sovrastante. Questo complesso sistema geologico-idrogeologico era in equilibrio precario; la decisione finale di svuotare velocemente il lago ebbe un impatto decisivo su tale equilibrio basato sul bilanciamento delle pressioni interstiziali. Ciò venne fatto perché si pensava che la stabilità della frana fosse unicamente legata al livello d’invaso, ignorando completamente l’esistenza di una falda più profonda. L’entità delle precipitazioni incideva direttamente sulla quantità d’acqua che si infiltrava nel versante, andando ad aumentare il livello nella falda superiore e la pressione nella falda imprigionata; Rileggendo dunque con il senno di poi i dati scaturiti dai piezometri installati nel 1961, si poteva avere un quadro esatto della situazione: P1 e P3 erano posizionati nella falda libera, il cui andamento rifletteva quindi le oscillazioni del livello dell’invaso, mentre il piezometro P2 era posizionato nella formazione calcarea che ospitava la falda imprigionata, sotto la superficie di scorrimento della frana: esso registrava quindi un livello superiore rispetto a P1 e P3, ma solo fino a metà del 1962, quando l’entità delle deformazioni fu tale da tranciare il tubo, e P2 iniziò a misurare come gli altri il livello della falda superiore.

rappresentazione schematica del posizionamento dei piezometri (Vajont La cronistoria).
Sfortunatamente all’epoca i dati dei piezometri e le implicazioni della presenza di questa falda imprigionata non furono opportunamente compresi. dallo studio di Hendron e Patton risulta inoltre che si sarebbe potuta ugualmente verificare lo scollamento della massa e quindi una possibile frana anche nei casi di: assenza di precipitazioni, con l’invaso a quota 710 m; e con precipitazioni cumulate di 700 mm in trenta giorni con invaso sotto quota 500 metri. Lo schema riportato mostra la linea di inviluppo di rottura che rappresenta le condizioni in cui la rottura si sarebbe potuta verificare, mettendo in relazione il livello del lago con le precipitazioni avvenute nei trenta giorni precedenti; inoltre evidenzia come i movimenti maggiori si siano verificati quando le condizioni erano al di sopra della linea di inviluppo, mentre movimenti più lenti o nulli si siano avuti in concomitanza di condizioni al di sotto della linea.

Schema linea inviluppo di rottura. (Vajont La cronistoria)
La scoperta dei due geologi americani ha permesso di capire che : Lo svaso rapido avvenuto negli ultimi giorni prima della frana non ha consentito alla falda interna, influenzata dall’acqua del lago, di scaricarsi altrettanto rapidamente lasciando appesantita la massa in movimento e facendo mancare contemporaneamente il sostegno stesso dell’acqua, inoltre le intense piogge cadute da agosto in avanti hanno creato una pressione nella falda imprigionata che ha dato un’ulteriore e decisiva spinta al movimento già in atto. La combinazione di queste due componenti ha determinato il crollo veloce ed improvviso dell’intera massa.

Grafico dei movimenti in base al livello del lago e alle precipitazioni meteoriche. (Vajont. La cronistoria).
Davide Serpagli.
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