Questo breve scritto vuole essere un ricordo verso tutti coloro che immolarono la propria vita nella costruzione della diga del Vajont.

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Il disastro del Vajont racchiude in sé una molteplicità di temi: dalla tecnica all’ambito giuridico, dalla psicologia fino all’aspetto più rilevante di tutti, quello umano. 

In un evento così complesso, tra le sue pieghe si celano storie e legami che, con il passare del tempo, rischiano di essere trascurati o dimenticati. Tra queste, vi è la vicenda che vogliamo raccontare oggi.

È l’estate del 1957 quando, al confine tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, iniziano i lavori per la costruzione della diga del Vajont. Tra gli operai impiegati nel cantiere vi è anche un numeroso gruppo di uomini provenienti da centinaia di chilometri di distanza: arrivano dall’Abruzzo, da un piccolo paese in provincia di Pescara chiamato Lettomanoppello. Si tratta di un borgo umile, ma capace di formare uomini duri e tenaci, simili alla roccia che scavano nelle viscere della terra.

Uomini silenziosi, profondamente legati al lavoro, che li porta dalle miniere di asfalto di Manoppello fino all’estero, in Francia e in Belgio, dove solo l’anno precedente decine di compaesani avevano perso la vita nella tragedia di Marcinelle.

Fu Antonio Nicolai, affiancato da Giacinto Di Mascio, ad avviare il trasferimento dei lavoratori lettesi verso il cantiere del Vajont, alle dipendenze della ditta Torno. Di Mascio continuò a lavorare per la stessa azienda anche dopo la conclusione dei lavori, partecipando, insieme al fratello Angelo, alla costruzione della diga di Khashm El Girba, in Sudan.

Ben più tragico fu il destino di Antonio Nicolai: il 4 agosto 1959 perse la vita a causa del crollo di un ponteggio, travolto dal materiale di cantiere. Oggi riposa nel cimitero di Lettomanoppello.

Gli operai lettesi erano specialisti esperti, in particolare nell’uso delle mine. Le loro competenze, la straordinaria capacità di adattamento e l’abilità di lavorare sospesi su pareti rocciose a grandi altezze valsero loro il soprannome di “acrobati delle dighe”. La presenza di lavoratori abruzzesi nel cantiere è documentata anche nel filmato “Uomini sul Vajont”, realizzato dalla SADE.

Non esistono dati ufficiali sul numero esatto di lettesi coinvolti nei lavori: alcune fonti parlano di una sessantina di uomini, altre arrivano a stimarne un centinaio. Ciò che è certo è che, ancora oggi, a Lettomanoppello, dove vivono ancora due ex operai del Vajont, la memoria di quegli “acrobati delle dighe” è viva e viene tramandata con orgoglio.

Sono poche le famiglie del paese che non abbiano avuto almeno un parente (un padre, un nonno, uno zio o un suocero) impegnato nel cantiere della diga. Il legame con i luoghi segnati dal disastro resta profondo, alimentato non solo dal contributo dato alla costruzione dell’opera, ma anche dal ricordo dell’amara esperienza di lutto collettivo. 

Andrea Di Antonio

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Antonio Nicolai

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La tomba di Antonio Nicolai, in cui riposa con la sua consorte

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Lo stendardo del Comune di Lettomanoppello