
Il suo ruolo al Vajont.
Laureato in Ingegneria idraulica e docente presso l’Università di Padova, Augusto Ghetti è colui che supervisiona la serie di esperimenti commissionati dalla SADE, ed in particolare da Carlo Semenza, sul modello della valle del Vajont al fine di valutare il comportamento dell’onda che dovesse generarsi a seguito della caduta di un’imponente frana. In particolare si vuole esaminare le ripercussioni dell’onda sulla diga, gli effetti all’interno del serbatoio ed eventuali pericoli per le località vicine e l’ipotesi di parziale rottura dell’opera e conseguente esame della propagazione dell’onda di rotta a valle, lungo il Piave e fino a Soverzene. Stabilire dunque anche una possibile quota di sicurezza del lago per evitare qualsiasi tipo di danno grave a cose e persone.
Nel luglio del 1961 il Professor Ghetti riceve una comunicazione dal professor Indri, ingegnere della SADE, contenente i criteri e le modalità con cui devono essere condotte le prove sul modello. In questa missiva la società vuole conoscere l’entità del crollo di una frana dell’ordine di 40-50 milioni di metri cubi con invaso compreso tra le quote di 680 e 720 metri di due differenti masse, in base alla suddivisione indicata da Muller nel suo rapporto del 3 febbraio 1961. I tempi di caduta indicati sono dell’ordine di qualche minuto fino ad un tempo massimo di 8 minuti.


Ghetti, di sua iniziativa, sperimenterà anche con il tempo eccezionalmente breve di un minuto pari a 4,24 secondi rapportati al modello. Da precisare che in questo momento storico la SADE aveva già in mano la stima di Muller e di Edoardo Semenza di una frana da 200 milioni di metri cubi consegnata alla società nel febbraio del 1961. Allora perchè sperimentare con un a volumetria massima da 50 milioni? Come riporta Carlo Semenza a corredo della comunicazione: “maggiori volumi non dovrebbero incrementare il movimento ondoso”, in effetti dei 260 milioni di metri cubi reali precipitati nel 1963 proprio circa 50 milioni hanno provocato lo spostamento di pari volume di acqua all’interno del bacino. Quindi la volumetria utilizzata nel modello poteva considerarsi corretta.

Le prime prove partono dal 18 agosto 1961. Il 30 agosto 1961 si svolge uno degli esperimenti alla presenza di Edoardo Semenza. La prova viene eseguita facendo cadere per gravità della ghiaia trattenuta con reti metalliche su un piano inclinato uniformemente a 30 gradi. Edoardo Semenza esprime perplessità sia sulla superfice di movimento sia sull’impatto della ghiaia con l’acqua, non paragonabile secondo lui all’impatto di dei fronti rocciosi compatti del Toc.

Il modello pronto per gli esperimenti (agosto 1961).
A settembre vengono effettuate altre prove, sempre con ghiaia ma con pendenze anche fino a 42 gradi. Ad Edoardo viene richiesto di disegnare un possibile piano di scivolamento ed indicare anche un tipo di materiale più adatto per le prove. Da gennaio ad aprile del 1962 vengono svolte nuove prove utilizzando una nuova superfice di scorrimento in base ai suggerimenti di Edoardo Semenza ma il materiale utilizzato sarà sempre la ghiaia, indurita però con l’inserimento di settori rigidi e trainata da funi azionate da trattori per poter così ottenere anche velocità di caduta variabili.

Schema del modello utilizzato per la seconda serie di prove. (Vajont. La cronistoria)
Gli esperimenti si svolgono sempre facendo cadere la massa in due parti e in tempi diversi, in una prova però Ghetti fa scendere la seconda parte (a ridosso della diga) nel momento in cui l’onda prodotta dalla caduta della prima parte torna indietro, in questo modo l’effetto di sovralzo totale risulta anche essere superiore a quello che si sarebbe verificato con discesa della massa in un unico blocco. Non prendere in considerazione però nemmeno una prova eseguita con la caduta dell’intera massa in un blocco unico può considerarsi una mancanza.

Vengono effettuate un totale di 17 prove alla fine delle quali Ghetti indica, nella relazione consegnata alla SADE a luglio, come la quota del lago a 700 metri sul livello del mare sia di assoluta sicurezza anche in previsione di un evento franoso catastrofico, con un’altezza dell’onda di circa 27 metri in prossimità della diga e circa 21000 metri cubi d’acqua scaricati a valle.

Le prove si concludono il 24 aprile del 1962, l’ingegner Biadene, subentrato a Carlo Semenza dopo la sua morte avvenuta l’anno precedente, ne ordina la cessazione non del tutto convinto della loro utilità. La frana che precipita il 9 ottobre del 1963 provoca un’onda dell’eccezionale altezza di circa 200 metri sulla parete verticale su cui sorge il paese di Casso e sovrasta la diga di oltre 100 metri, nonostante si fosse quasi raggiunta la quota di sicurezza in fase di svaso a quota 700,3. Viene quasi completamente distrutto il paese di Longarone a valle della diga, vengono gravemente lesionati edifici dei paesi di Erto e Casso sulle sponde del serbatoio ed altre frazioni vengono spazzate via.
Ma se la quota di sicurezza era stata quasi raggiunta cosa ha provocato un’onda di tale altezza visto che quella prevista era dell’ordine di 27 metri? La variabile impazzita è stata la velocità di caduta, si è calcolato che la frana sia scesa con un tempo di circa 20-25 secondi, notevolmente inferiore anche a quello eccezionalmente breve di un minuto sperimentato da Ghetti e distante anni luce da quelli proposti dalla SADE. Val la pena ricordare che più breve è il tempo di caduta e quindi la velocità di impatto più elevata, tanto più gli effetti prodotti sono catastrofici e distruttivi. Dunque gli esperimenti condotti da ghetti hanno prodotto risultati errati in quanto errata è stata una delle variabili fondamentali ossia il tempo di caduta, variabile che però gli era stata fornita dalla SADE in base a loro indagini e supposizioni. Esperimenti successivi dimostrarono che se sul modello di Ghetti si fosse sperimentato con tempi riprodotti similari a quelli dell’evento reale si sarebbero ottenuti risultati paragonabili a quelli verificatisi nella realtà. Sperimentando infatti un tempo di caduta ridotto a 20 secondi, quindi un terzo di quello “eccezionalmente breve” di un minuto, corrispondente ad una velocità tripla, si sarebbe ottenuto un effetto 9 volte superiore, ossia 180 metri anziché 20 di sovralzo dinamico (1) più 10 metri di sovralzo statico (1), essendo l’energia cinetica proporzionale al quadrato della velocità; risultato che si avvicina notevolmente a quello verificatosi nella realtà.

Purtroppo per gli esperimenti di Ghetti ci si basò solo su ipotesi, col senno di poi e con le variabili temporali corrette in seguito impostate è stato più semplice eseguire esperimenti più aderenti alla realtà. Il prof. Henry Gridel, docente di ingegneria idraulica a Parigi e membro del secondo collegio di periti scelti dal giudice istruttore Mario Fabbri, in sede dibattimentale, in un’udienza del 20 maggio 1969 ammette: “riconosco che se nel modello del Prof. Ghetti fosse stata, per mezzo di un artificio, riprodotta la frana nel tempo di 2 secondi nel modello, pari a 25 secondi nella realtà, l’onda che ne sarebbe derivata sarebbe stata corrispondente a quella reale di 200 metri”. Anche il Prof. Ladislav Votruba, perito di parte civile, in un'udienza del 27 maggio 1969 ammette che: " [...] è possibile che la ghiaia ad una velocità così eleveta [si riferisce ad una velocità di 26 metri al secondo] si comporti in modo uguale come una materia compatta". Dunque il modello Ghetti poteva dare risultati corretti se correttamente tarato in tutte le sue variabili, purtroppo però nessuno aveva ipotizzato che si verificasse una velocità di caduta così elevata come quella rilevata il 9 ottobre 1963.
In sede processuale per Augusto Ghetti viene disposto il rinvio a giudizio per cooperazione nei reati già ascritti ad altri imputati quali omicidio e lesioni plurime, disastro di frana, disastro d’inondazione, la sua imputazione si fondò sui difformi risultati ottenuti nelle sperimentazioni rispetto a quelli dell'evento stesso, e fu quindi ritenuto colpevole di aver utilizzato un modello errato. Viene assolto sia in primo che in secondo grado di giudizio da tutte le imputazioni per non aver commesso il fatto, anche grazie agli esperimenti fatti successivamente, che dimostrarono la correttezza del modello se opportunamente tarato.
(1) Sopralzo statico e dinamico. Il sopralzo totale dell’acqua del serbatoio veniva scomposto in “sopralzo statico”, che era l'effetto non transitorio di aumento del livello dell’acqua rimasta nel serbatoio dopo il franamento per effetto dell’immersione della frana nel serbatoio (una volta raggiunto nuovamente lo stato di quiete), e in “sopralzo dinamico”, dovuto al moto ondoso temporaneo prodotto dal franamento. Il sopralzo statico dipendeva dal volume della frana che rimaneva immerso nel serbatoio, mentre il sopralzo dinamico dipendeva quasi esclusivamente dalla velocità di caduta della frana (mentre era legato in modo trascurabile al volume della stessa).
Stralci documentali e foto del modello tratti da: archiviodigitale.icar.beniculturali.it
Davide Serpagli.
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