nèmeṡi s. f., letter. – Propr. nome proprio, Nemesi (gr. Νέμεσις, lat. Nemĕsis), personificazione nella mitologia greca e latina della giustizia distributiva, e perciò punitrice di quanto, eccedendo la giusta misura, turba l’ordine dell’universo. Detta a proposito di un avvenimento considerato come un atto di giustizia compensativa. Talvolta anche col sign. generico di punizione o vendetta, con carattere di ineluttabile fatalità.

(da enciclopedia Treccani)

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Visitando il cimitero monumentale di Fortogna, gli osservatori più attenti avranno forse notato che c'è un'unica tomba [1] che porta una data di decesso diversa da quella del 9 ottobre 1963. La data è quella del 4 novembre 1966; il nome del defunto è Gianfranco Trevisan.

trevisan

Chi era quest'uomo? E perchè è sepolto nel cimitero delle vittime del Vajont?

Classe 1926, dal 1958 Gianfranco Trevisan era diventato il medico condotto di Longarone o - semplicemente - "el dotòr".

Persona stimata, conosciuta e benvoluta in paese, dotata di quel garbo che era pari alla sua competenza. Per molti, più di un medico: un confessore, cui confidare le proprie angosce. In quegli anni nei piccoli paesi la figura del "dotòr" era un'istituzione al pari del maresciallo dei Carabinieri e del prete. Era medico, a suo modo psicologo, consigliere, depositario dei piccoli grandi malanni di ciascun abitante; accedeva alle case private a qualsiasi ora del giorno e della notte, come un parente e non come un estraneo. Sul catino trovava sempre una brocca di acqua fresca per lavarsi le mani e un asciugamano pulito, spesso del servizio "buono". A Natale, Pasqua e feste comandate veniva omaggiato di qualche dono di natura enogastronomica e di provenienza autoctona: un cappone, un salame, una forma di cacio, una bottiglia di vino o liquore che lui accettava fingendo imbarazzo, ma in realtà capendo il senso profondo di quei doni.

La notte del disastro del Vajont il dottor Trevisan si trovava ancora nel suo ambulatorio situato nei pressi del municipio, miracolosamente scampato alla furia dell'ondata che distrusse Longarone e le frazioni limitrofe. Era appena rientrato dal suo "giro" di visite quando si scatenò l'apocalisse. Il suo spirito altruista lo portò a imbracciare la borsa da medico, una pila e a lanciarsi verso l'ignoto, verso il nulla. Fu di sicuro la prima figura di sanitario a intervenire, ritirandosi dalla scena dopo quasi 24 ore di lavoro ininterrotto che lo fece crollare esausto: prestò le prime cure ai feriti organizzandone il trasporto in ospedale, dichiarò il decesso dei corpi inanimati che venivano rinvenuti, assistette i sopravvissuti. Divenne la naturale figura di riferimento per tutti, gente che lui aveva conosciuto bene, che aveva curato dai mille acciacchi e che ora recuperava in condizioni che andavano al di là dell'umana comprensione. La sua opera di assistenza proseguì nei mesi successivi, senza che lui si sottraesse in alcun modo a qualsiasi richiesta.

E quando tempo dopo molti Longaronesi decisero che lì non sarebbero più potuti stare, lui andò controcorrente acquistando un pezzo di terra e rifacendosi casa, rinsaldando così indissolubilmente il legame con quella terra.

Ecco come il dottor Trevisan raccontò ai magistrati quella notte: "Prima di mancare la corrente, improvvisamente si è spalancato il portoncino di ingresso, per un colpo d'aria,accompagnato da un rumore indefinibile di aria irrompente. Immediatamente pensai che la diga avesse ceduto. Identica sorte ha subìto una finestra non chiusa dell'ambulatorio. Nello stesso momento mancò la luce. Mi precipitai immediatamente fuori e notai che i fiori, la strada e la stessa mia faccia venivano irrorate da acqua nebulizzata. Era cessato il vento e persistevano dei violenti scuotimenti della terra, un rumore indefinibile molto forte, come di un tuono estivo, moltiplicato per cento, molto cupo che, per quanto posso ricordare, è durato tre o quattro minuti perdendo progressivamente di intensità. Non appena si è verificato il colpo di vento, ho sentito venire dal paese un urlo prolungato di più voci e subito dopo, quando mi son fatto sull'uscio, ho visto venire da Dogna dei lampi di scariche elettriche, almeno al colore, che illuminavano il paese, anzi la valle. Data la oscurità non ho potuto vedere cosa succedeva nell'abitato di Longarone. Pur rivolgendo lo sguardo verso la diga, a causa l'oscurità, non vidi quello che succedeva. Mi sono reso conto quando, poco dopo, mi sono portato verso le scuole elementari a bordo della macchina. L'autoveicolo, a 50 metri da casa mia, era già inservibile perchè affondava nel terriccio e nell'acqua alta circa mezzo metro. Con la luce dei fari ho illuminato la strada vedendo che l'acqua stava, ormai placata, defluendo lentamente ed aveva depositato legname per circa due metri di altezza. Subito vicino al cumulo di legname ed alle scuole trovai i primi feriti. Da questo ebbi la prima sensazione del disastro. Sono tornato immediatamente in ambulatorio e mi sono munito di torcie, per tornare indietro subito dopo, sperando di essere utile ai feriti che purtroppo erano pochi rispetto ai morti. Il primo ferito che ho soccorso è stato un bambino di circa 10 o 12 anni, figlio di Marin Giovanni, già abitante sui terreni oltre la ferrovia a ridosso della sponda del Piave; tale ragazzo, come appresi, era stato trovato nel pressi dell'abitazione Dalla Stella in via Roma, con una gamba fratturata. Il ragazzo è deceduto dopo otto giorni all'ospedale di Pieve di Cadore. Parlava, mi riferì che stava dormendo a letto e di essersi trovato dove venne soccorso, senza sapere il perchè. Altro ferito, tale Migotti, era pressochè sepolto dai detriti e materiale a circa 100 metri dal municipio, verso i muri. Lavorammo, con una squadra di soccorso, per circa un'ora per estrarlo dalle macerie. Detto giovane abitava in piazza della chiesa e nel momento del disastro era a letto. A monte del luogo ove venne trovato il giovane Migotti, era stata estratta Gemma De Lorenzi; anche lei sepolta fino al collo nella melma. Verso la piazza Gonzaga era stata invece estratta la figlia del fornaio Fiorin, che era sepolta all'impiedi tra le macerie. Anche ella abitava in piazza Gonzaga. Alla luce della pila scorgemmo anche una manina spuntare dalla fanga e scavando liberammo una bambina avvolta in una coperta, della apparente età di anni 6 o 7. Poichè respirava provvidi a soccorrerla come potei e la inviai al più vicino ospedale. Detta piccola si è salvata e credo si tratti di Adriana Salce già abitante nei pressi della chiesa. E' stata trovata a circa 50 metri dal Municipio" [2].

Ma se qualcuno di noi crede alla nemesi, beh, quella del Vajont non può che definirsi tale.

L'autunno del 1966 è tremendo per tutto il nord Italia. Piogge incessanti gonfiano ovunque i corsi d'acqua facendoli spesso esondare: Firenze, di nuovo il Polesine, ma anche Trento, Padova, Venezia.... La valle del Piave non è da meno: quel fiume, di solito così tranquillo, in quei primi giorni di novembre si è gonfiato da far paura trascinando a valle di tutto, strappato da monte. Longarone è in fase di ricostruzione, la ferrovia è stata riattivata da poco, molti ritornano con la mente a quella notte di tre anni prima....

Il 4 novembre 1966 era iniziato di buon'ora per "el dotòr", sotto una pioggia battente che flagellava da giorni la zona: ricevuta la segnalazione che due operai erano rimasti bloccati nelle acque del Piave a Codissago, si era immediatamente portato sul posto rientrando a casa solo per cambiarsi gli abiti ormai fradici e tornando fuori a cercarli, inutilmente dissuaso dai suoi familiari. Quella sera il dottor Trevisan, rientrando da Codissago con la sua "Cinquecento", dà un passaggio ad Angelo De Valerio, benzinaio di Castellavazzo, che vorrebbe raggiungere Fortogna in cerca del fratello di cui non ha notizie; anche il medico deve andare a Fortogna dove ha promesso a un'anziana assistita di farle visita.

La s.s. 51 - distrutta dall'onda del 9 ottobre - è stata da poco sistemata e riaperta: dato che il vecchio ponte "Miozzi" sul torrente Maè (che scende dalla val Zoldana in destra Piave) si era rivelato insufficiente a sopportare l'aumentato traffico, soprattutto di mezzi pesanti, subito dopo il disastro ne era stato affiancato uno nuovo, più largo, così che tutti i mezzi potessero transitare senza farlo a senso unico alternato come su quello vecchio. Il nuovo ponte in cemento armato poggiava su un'unica pila fissata nell'alveo del torrente, da sempre conosciuto come mansueto.

Il Maè scende dalla val Zoldana attraverso una profonda e stretta forra che si è scavato nel corso delle decine di migliaia di anni, un po' come aveva fatto il torrente Vajont, dall'altra parte della valle. Ma quella sera il corso d'acqua era arrivato a riempire la forra, caricandosi della stessa energia cinetica dell'ondata maledetta del 9 ottobre e distruggendo il nuovo ponte. Questo, i due automobilisti non lo sanno. Sotto una pioggia infernale, con i tergicristalli che non riescono ad avere la meglio e con i fari della Cinquecento del "dotòr" che illuminano a malapena i primi metri di strada, la macchina piomba nel baratro dove prima c'era l'impalcato, venendone inghiottita. I loro corpi saranno recuperati molto più a valle alcuni giorni dopo.

Il dottor Trevisan fu insignito della medaglia d'oro alla Sanità pubblica. Aveva sempre espresso la volontà di venire sepolto a Fortogna, a fianco dei suoi compaesani che pietosamente aveva ricomposto la notte del Vajont. Tutti furono d'accordo. Ecco perchè a Fortogna c'è un'unica tomba che non riporta il 9 ottobre 1963.

Resta il ricordo di un uomo onesto, di un bravo medico contro cui la nemesi del Vajont non ha avuto pietà.

(per la fotografia si ringrazia sentitamente Paolo DF del gruppo Facebook “Il Vajont”).

Gianmarco Calore

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[1] in realtà a Fortogna è sepolto anche il vescovo di Belluno mons. Gioacchino Muccin, deceduto nel 1975 per cause naturali. La sua sepoltura a Fortogna fu voluta da egli stesso poichè particolarmente colpito dal disastro, tanto da sentirsi legato da un vincolo indissolubile con i Longaronesi. Il riferimento all'unicità della tomba del dottor Trevisan è legato alle circostanze del suo tragico decesso, come meglio contestualizzato nell'articolo.

[2] così in Reberschack, Miscellaneo, Bacchetti, Vajont. La sentenza, pagg. 411 e segg.