
Leopold Muller durante una conferenza (ricolorata da Paolo DF)
Il Suo ruolo al Vajont.
Leopold Muller nasce a Salisburgo il 9 gennaio 1908. Nel contesto del Vajont è il geotecnico che ha seguito prevalentemente gli studi e le dinamiche riguardanti le imposte della diga. Si è occupato successivamente anche delle sponde, attraverso osservazioni e studi commissionati. Molti ancora gli attribuiscono il merito della scoperta della frana sulla sponda del monte Toc definendo il perimetro, grossomodo a forma di M, come "M di Muller". Sicuramente il monologo di Paolini andato in onda sulla rete di stato nel 1997 ha contribuito enormemente alla diffusione di questa definizione, molto presente in particolare a livello social, che non risulta però essere corretta. Analizziamo di seguito il motivo e le azioni di Muller nel contesto del Vajont.
Nel 1957 a seguito di un sopralluogo del 6 agosto sulla sponda sinistra, quella del Toc, Muller redige un rapporto datato 16 agosto 1957, in base a questa relazione egli individua alcune zone soggette a franamento che possono essere asportabili o fatte scivolare facilmente, la più grande delle quali da circa 1 milione di metri cubi nella zona di pian della Pozza (altro non è che la frana che si verificherà il 4 Novembre del 1960). Questa relazione, originariamente scritta in tedesco, viene tradotta in maniera differente; la traduzione corretta riporta: “Anche la zona della sponda sinistra, caratterizzata da stacchi estesi collegati tra loro, sui verdi prati della quale si trovano diverse case, presenta seri pericoli di slittamento, malgrado sia costituita da roccia. Però in questi posti la roccia è molto disgregata e perciò potrebbe essere facilmente asportata o messa in movimento di slittamento”. Leggermente diversa è la traduzione riportata al giudice Fabbri, fatta sommariamente in cantiere in un primo momento, che può effettivamente essere male interpretata e trarre in inganno, in essa si legge: “Anche il terreno in sponda sinistra, caratterizzato da ammassi di sfasciume, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari, è in forte pericolo di frana, sebbene sia una formazione rocciosa. La roccia è ivi molto frazionata e degradata e può pertanto facilmente scoscendere ed essere posta in movimento”. Molti individuano in questo passaggio la prova per attribuire a Muller la paternità della scoperta della frana. Anche in questo caso però basta soffermarsi sui termini “ammassi di sfasciume”, per capire che non ci si può riferire ad una grande frana da milioni di metri cubi; tra l’altro gli stessi tipi di sfasciume erano stati rilevati sia da Dal Piaz prima sia da Edoardo Semenza successivamente. Nel rapporto non vengono riportati altri rilevanti indizi di instabilità, la situazione quindi in quel momento non destava alcuna preoccupazione.
A seguito di una richiesta di Carlo Semenza di uno studio dettagliato sulle sponde del Bacino Muller effettua un sopralluogo nella valle il 21 luglio del 1959 insieme al geologo Edoardo Semenza cui affiderà il compito di effettuare indagini dettagliate della zona seguendo le sue indicazioni.
Muller viene informato dei primi risultati delle indagini svolte da Edoardo Semenza il primo ottobre del 1959 a Salisburgo, alla riunione, in cui erano presenti anche Carlo Semenza e l’ing. Pancini per la SADE, Edoardo Semenza esprime la sua ipotesi di presenza di un’antica frana che abbia già coperto in passato la valle del Vajont ed esprime il timore che questa possa essere nuovamente posta in movimento con l’avvio del serbatoio. Muller rimane dubbioso su questa ipotesi e invita Edoardo ad effettuare altri studi per avere la situazione più chiara. Muller viene nuovamente coinvolto a seguito della comparsa dell’enorme fenditura di oltre 2 km comparsa sul Toc nell’ottobre del 1960 e della frana da 700.000 metri cubi scivolata nel bacino il 4 novembre, effettua diversi sopraluoghi nelle date 8 - 9 novembre e 15 - 16 novembre. Queste osservazioni, unitamente ai dati riguardanti i movimenti registrati sulla sponda del Toc conseguenti al primo invaso sperimentale ed i nuovi studi svolti da Edoardo portano Muller ad accettare il fatto, più che un ipotesi, della presenza di una grande massa in movimento verso il lago che una volta posta in moto ritiene difficilmente arrestabile, al contrario di Edoardo Semenza però egli ritiene non trattarsi di un’antica frana già caduta e rimessasi in movimento ma di una frana di neoformazione, che prima dell’avvio del serbatoio subiva movimenti di qualche centimetro l’anno soprattutto dopo intense piogge, mentre dopo abbia subito una forte accelerazione con l’avvio del primo invaso.

In base ai risultati degli studi di Edoardo e alle sue osservazioni del novembre del 1960, Muller redige un rapporto datato 3 febbraio 1961 in cui certifica la presenza di una notevole massa in movimento suddivisa in 2 settori: uno nella parte occidentale del Toc, a valle del Torrente Massalezza, e uno orientale, compreso tra il Torrente e la Pineda. Osserva inoltre che queste masse si muovono a velocità differenti, molto più velocemente nella zona ovest rispetto a quella est. Ipotizza quindi che l’intera massa possa scivolare distinta in due parti, a ovest e a est del Massalezza, con diverse modalità di movimento. Ritiene inoltre che la zona occidentale sia ulteriormente suddivisa: una parte superiore, poggiante su un piano inclinato, si muove come corpo unico e preme la parte sottostante, appoggiata su un “piano a sedile”, che è abbondantemente fratturata e presenta diverse masse che si muovono in singole zone parziali con chiari movimenti relativi. La frana orientale è invece appoggiata su una superficie prevalentemente inclinata, di conseguenza lo scorrimento di questa parte è da immaginare analogo a quello della parte superiore della frana occidentale. Sarà questo il motivo per cui la totalità degli esperimenti sul modello della valle del Vajont si svolgeranno facendo cadere il materiale in due tempi diversi anziché tutto insieme. Edoardo Semenza propendeva invece per un blocco unico. Così Leopold Muller definisce il volume della massa in frana all’interno del suo Rapporto: “Le masse rocciose si muovono verso valle su una larghezza di 1700 m. La lunghezza media delle masse di scorrimento è di 500 al massimo 600 m. nella direzione di movimento misurata orizzontalmente. Il suo spessore nella metà inferiore della zona occidentale (misurato verticalmente) è di 250 m. e nella zona orientale 200 m. A mio parere non possono esistere dubbi su questa profonda giacitura del piano di slittamento o della zona limite. Il volume della massa di frana deve quindi essere considerato di circa 200 milioni di metri cubi”.

La suddivisione della frana secondo Muller.
Nel rapporto, Muller, indica anche diverse contromisure da adottare per salvare l’esercizio dell’impianto. Fa inoltre eseguire cunicoli esplorativi all’interno dei due rami del torrente Massalezza, in cui si rilevano pessime condizioni degli strati rocciosi, e fa installare dei Piezometri per controllare il livello dell’acqua all’interno della montagna e capire se la frana è superficiale o profonda. Dei 4 piezometri installati uno va subito fuori uso, due rilevano livelli sotterranei compatibili con il livelli del lago e uno rileva livelli molto più elevati rispetto agli altri due. Evidentemente questo piezometro aveva incontrato, nel sottostante calcare del Vajont, la seconda falda acquifera scoperta successivamente dagli studi dei geologi americani Hendron e Patton, falda che contribuirà in maniera fondamentale allo scivolamento della frana. Purtroppo i dati di questi piezometri non furono adeguatamente compresi.
Muller inoltre formula una teoria in base ai movimenti rilevati della massa in relazione ai livelli del lago raggiunti nei diversi invasi. Questa teoria, detta della prima bagnatura, si basa sul fatto che il materiale sensibile alla presenza dell’acqua, situato in corrispondenza del piano di movimento, subisca in occasione del primo invaso, un qualche processo di assestamento, per cui al secondo invaso non darebbe luogo a movimenti sensibili almeno fino a quando il lago non raggiungesse livelli superiori al precedente, quando evidentemente venisse bagnata una nuova porzione del piano di movimento. Ciò però non teneva conto dell’influenza delle piogge che si infiltravano nella montagna, a cui Muller dà comunque rilevanza, e che hanno dato un contributo determinante alla discesa della frana il 9 ottobre 1963.

Questa teoria sembrava essere suffragata dai dati sui movimenti relativi alle varie azioni di invaso e svaso. Come si nota dal grafico: se si prende come riferimento la quota di 650 si nota chiaramente come il raggiungimento di tale quota durante il primo invaso ha prodotto i movimenti più forti, fino a 3,7 cm al giorno. La stessa quota raggiunta durante il secondo invaso faceva registrare movimenti molto contenuti, dell’ordine di 1-2 millimetri al giorno. I movimenti aumentavano sensibilmente quando si raggiungevano nuove quote più elevate e rallentavano quando si procedeva allo svaso. Questa teoria convince i tecnici SADE di avere la situazione sotto controllo e di poter gestire la discesa della massa.

La frana però anzichè cadere in tempi diversi e a blocchi come ipotizzato da Muller precipita simultaneamente su tutto il fronte in brevissimo tempo dando conforto al parere di Edoardo Semenza. Studi successivi confermeranno anche trattarsi di una frana antica.
Muller successivamente valuterà che la violenza dell’impatto della frana e dell’onda sulla diga abbia sottoposto l’opera ad un carico circa 8 volte superiore a quello normale di esercizio. In un suo rapporto postumo alla frana riferisce che: “la sera del 9 ottobre 1963 le condizioni di quasi equilibrio che avevano dominato il precedente movimento di “creep” subirono improvvisamente un radicale e inconcepibile cambiamento. Il movimento si mutò in una frana incredibilmente rapida e fulminea che coinvolse tutta la massa in “creep”. […] Il cambiamento di velocità e di tipo di movimento avvenne senza alcun segno premonitore. Fu così improvviso che il personale addetto all’osservazione dei movimenti non ebbe il tempo ne di mettersi in salvo ne di avvertire i familiari residenti a longarone”.
Anche Muller dunque non aveva capito fino in fondo la natura ed il comportamento della frana in atto, natura che invece aveva ben compreso Edoardo Semenza, ecco perché risulta errato definire il perimetro di frana come “M” di Muller.
Davide Serpagli
