Ci sono anche le vittime cosiddette di secondo livello, nella tragedia del Vajont.

Sono coloro che, sebbene sopravvissuti nel corpo all'ondata del 9 ottobre 1963, perirono nello spirito, perdendo i propri cari e i propri averi, trascinando una vita improvvisamente e irrimediabilmente vuota da un paese all'altro, da una casa all'altra. Paesi e case che mai sentirono come propri.

Un esempio tra i tanti sono questi due coniugi, Maria e Angelo Bristot.

 

bristot

 

Sono i genitori di Romano Bristot, che all'epoca era stato assunto come tecnico proprio alla SADE, con il compito di controllare e far funzionare tutte le migliaia di strumenti che costituivano le vene e le arterie dell'impianto: un lavoro delicato, che richiedeva precisione e costanza, spirito di sacrificio e orari non sempre facili poichè un imprevisto poteva avvenire anche in piena notte e andava risolto comunque subito.

Romano saliva e scendeva nelle viscere della "grande signora" più volte al giorno, sia a orari prefissati per la rilevazione strumentale, sia improvvisamente, man mano che si presentava un problema da risolvere. Come tutti i tecnici, Romano affrontava quel lavoro con la solerzia tipica di una persona zelante, senza che quei cunicoli stretti e angusti creassero in lui il minimo problema.

Romano era lassù in diga anche quella tragica notte. Tutti infatti si aspettavano proprio per il 9 ottobre il distacco di quella maledetta frana, evento che in tanti attendevano come pagina di svolta per l'impianto, che finalmente avrebbe potuto iniziare il suo ciclo funzionale. Quella sera al Vajont sono in circa una sessantina, tra ingegneri, geometri, tecnici e dipendenti che, sebbene liberi dal servizio, volevano assistere a quell'evento spettacolare. Erano saliti anche dalla centrale di Soverzene, tanti addirittura con la propria macchina; Luigi Rivis si salvò all'ultimo momento, spinto dal suo dovere di professore di scuola superiore nel preparare la lezione per l'indomani.

Romano scomparve come tutti gli altri, mai più ritrovato.

Questa foto è di pochi mesi prima del disastro: Romano Bristot ha invitato i propri genitori a far visita alla diga, orgoglioso nel contribuire al suo corretto funzionamento. La foto è stata scattata probabilmente proprio da lui. E il suo orgoglio viene ricambiato dallo sguardo di mamma e papà, fieri di quel loro figlio proteso verso un avvenire ricco di soddisfazioni.

Oggi il nipote di questi coniugi, Fabio, traccia un ricordo di quelle persone che consegnamo con piacere alle pagine di questo sito.

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ROMANO e MARIO

Penso ora a mia nonna Maria e a mio nonno Angelo, qui, sul coronamento della diga del Vajont, venuti a conoscere il luogo dove lavorava il loro figlio: Romano Bristot, tecnico della SADE.
Qualche mese dopo, il loro cuore sarebbe stato strappato via con la sua morte. Non venne mai più ritrovato. È ancora sospeso nell’aria, avvolto nel fango e nella memoria di chi non può — e non deve — dimenticare.

Penso a Mario Fabbri (incidentalmente mio suocero), il giudice che seppe lavorare con solerzia e determinazione, tra difficoltà immani (immani!), pressioni del contro-Stato, sempre con la schiena dritta di chi sa che la giustizia genera civiltà.
Tentò, con coraggio, di sollevare i veli con cui le bugie del sistema nascondono la verità — per renderla dapprima solo verosimile, poi incredibile, infine falsa. Un meccanismo perverso, capovolto, che rovescia l’evidenza e stava, inizialmente, riuscendoci anche con il Vajont.
Quello è stato un sistema.
Anzi: il sistema.
Quello per cui persero la vita 1910 (millenovecentodieci) persone.

Questo ricordo è per loro.
Per i loro familiari.
Per tutti i sopravvissuti.
Per noi, Memoria. 

 

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