ferniani

Luglio 1960: l'ingegner Ferniani (a destra) assieme all'ingegner Carlo Semenza e al geologo Giorgio Dal Piaz immortalati al cantiere diga di Molièsa

 

Quando si discute sui "padri" della diga del Vajont è facile farsi trascinare dall'istinto: avrebbero potuto.... avrebbero dovuto.... oppure, peggio, da commenti degni delle peggiori osterie, i più soavi dei quali toccano la loro "incompetenza", la loro "avidità", la loro "ignoranza".

Ma se alle reazioni "di pancia" cerchiamo di opporre quelle "di testa", magari dopo un'adeguata documentazione sui vari testi più accreditati, a voler essere intellettualmente onesti si può dire tutto su di loro, ma non apostrofarli come sopra.

Come tutte le società idroelettriche dell'epoca, anche la SADE aveva sempre messo in campo la sua squadra più agguerrita, con i migliori ingegneri idraulici presenti su piazza. A questi veniva data massima libertà di manovra nel contornarsi di altri professionisti, molti dei quali già navigati collaboratori della stessa società veneziana.

Di Carlo Semenza e di Giorgio Dal Piaz abbiamo già parlato diffusamente negli articoli a loro dedicati.

Qui ci soffermiamo invece sulla figura di un altro ingegnere, soltanto in apparenza marginale nella vicenda del Vajont: quella di Vincenzo Ferniani, il cui nome emerge sempre "di rimbalzo" nei vari carteggi.

Classe 1871 (un anno più vecchio di Dal Piaz), nel 1895 si laureò in Ingegneria civile al Regio Istituto Tecnico Superiore di Milano specializzandosi nelle costruzioni in calcestruzzo armato e in strutture antisismiche. La sua vera passione restarono però le opere idroelettriche, tanto necessarie in un momento di industrializzazione spinta del Paese. Dopo avere messo la firma sull'acquedotto e sul nuovo impianto fognario di Vittorio Veneto (1911), si dedicò alla progettazione della centrale idroelettrica del Fadalto, ampliandone la portata e potenziandone il ciclo produttivo attraverso la previsione di una pluralità di invasi tra loro connessi, che dovevano servire da serbatoi stagionali, settimanali e giornalieri secondo quella che diventerà la teoria alla base del progetto Grande Vajont.

Fu a vario titolo progettista, consulente e direttore dei lavori nella costruzione di altre importantissime centrali, quali quella di Mori (Rovereto) e di Battiggio (sul torrente Anza), dove fu realizzata la prima diga a volta unica e ad arco incastrato (diga di Ceppo Morelli) che aprirà la strada alla realizzazione delle principali dighe ad arco e a doppio arco, tra cui quella del Vajont.

Era intimo amico di Carlo Semenza, con il quale collaborò sia durante tutta la sua carriera professionale, sia anche dopo, una volta collocato in quiescenza. E tale amicizia sarà la sua chiave di entrata nel progetto della diga del Vajont.

Non che Ferniani abbia mai messo una firma in calce a nessun progetto, si intenda. Non avrebbe nemmeno potuto poichè più nessun rapporto professionale lo legava con la SADE. Ma Carlo Semenza aveva ben presente il suo rigore professionale e lo considerò il principale confidente delle sue preoccupazioni sull'integrità del bacino, una volta che esse si palesarono in tutta la loro portata, tanto da volerlo spesso al cantiere della diga: la foto di apertura ne è una testimonianza.

Dal 22 marzo 1959, data della frana di Pontesei, la presenza discreta di Ferniani divenne un faro per Carlo Semenza e ancora di più dall'ottobre del 1960 quando, durante la prima prova di invaso, in alto sul versante del Toc si aprì la prima trincea lunga quasi 2 chilometri.

A confondere le idee a tutti i professionisti coinvolti ci si mise anche una sfortunata concatenazione di eventi, a partire dalla caduta LENTA delle due frante principali (Pontesei e Vajont 4 novembre 1960); la tipologia di distacco di quest'ultima, poi, avvalorò l'ipotesi di una frana di tipo glaciale (o creep), caratterizzata da distacchi per fette verticali di terreno man mano che la massa avanzava verso il basso. Tutto il contrario della frana del 9 ottobre, VELOCISSIMA e con distacco IN BLOCCO.

Carlo Semenza sa che c'è qualcosa che gli sta sfuggendo di mano. Lo scrive in numerose lettere che invia ai suoi collaboratori; durante una riunione segna sul suo taccuino alcuni appunti e, a margine di uno di essi in cui si fa riferimento a un crollo disastroso, appunta quasi scaramanticamente un "GUAI!" a lapis blu.

L'apice della corrispondenza con Ferniani si ha tra l'aprile e il maggio 1961, dopo la morte di Giorgio Dal Piaz. Semenza confida al suo amico tutte le preoccupazioni per la tenuta dell'invaso qualora interessato da una frana di dimensioni gigantesche ormai acclarate; gli scrive rimarcando anche le opinioni già espresse dal defunto Dal Piaz e dal geologo di Stato Francesco Penta, tutti convinti di un distacco per fette. E il 12 maggio 1961 Ferniani risponde più da amico che da ingegnere, allineandosi all'opinione dei suoi predecessori e cercando di tranquillizzare Semenza, che morirà a sua volta di lì a pochi mesi, unica persona che forse avrebbe potuto bloccare l'impianto e impedire la tragica terza prova di invaso. Della morte di Semenza, Ferniani uscì profondamente scosso.

Personalmente non mi sento di colpevolizzare Ferniani per ciò che scrisse: non si trattava infatti di una perizia nè di una consulenza, ma solo di corrispondenza personale tra due amici; inoltre, anche qualora Ferniani avesse optato per la delineazione di un quadro catastrofico tra l'altro privo di riscontri oggettivi, sarebbe andato da solo in controtendenza rispetto all'opinione di tutti gli altri e ben difficilmente avrebbe potuto mutare le sorti.

Vincenzo Ferniani si spense all'età di 95 anni il 18 marzo 1966.

Gianmarco Calore

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