ATTENZIONE
Questo percorso non rientra tra quelli ufficiali. Richiede per la sua percorrenza una adeguata preparazione tecnica e uno specifico abbigliamento corredato di attrezzatura di protezione.
Non avventuratevi da soli o se non siete all'altezza della situazione che vi troverete ad affrontare! Questo può fare la differenza tra il divertirsi e il farsi male, anche seriamente. Considerate che nel punto più interno della forra potrebbe non esserci nemmeno segnale per la telefonia mobile.
Per prima cosa potete documentarvi visionando i documentari realizzati dagli amici di Lost Structures e consultabili QUI.
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Le foto che seguono sono tratte dal documentario di Andrea Dia (Lost Structures)

La briglia del torrente Vajont posta a valle della diga, osservabile dal ponte delle Roste (strada per Dogna): è importantissima una preliminare osservazione della briglia poichè se la stessa presenta un getto di acqua anche dalla sua posizione più alta, l'escursione non è nemmeno da cominciare poichè significa che la portata idrica del torrente è molto elevata.

L'attacco del sentiero corrisponde a una stradina di servizio in calcestruzzo posta subito prima della forra del torrente

La strada in calcestruzzo cede il passo quasi subito a un sentiero in terra che andrà via via restringendosi

La discesa verso il torrente attraverso una traccia di sentiero fortemente in pendenza, caratterizzato da terreno misto terra/detriti

Il greto del torrente Vajont raggiunto dopo la discesa del sentiero in secca superficiale: l'acqua scorre sotto le rocce fino a raggiungere la briglia

Il greto del torrente Vajont preso in direzione della forra: in fondo si scorge una parte della diga e la frana alle sue spalle

Man mano che si risale verso est il terreno si fa più aspro e iniziano le prime tracce di acqua superficiale, anticipatrici dei guadi che si troveranno più avanti

Si raggiunge un primo guado, in genere aggirabile; tuttavia in caso di maggiore portata idrica è qui che ci si bagnerà per la prima volta. Come vedete, si è già all'ombra

L'ulteriore restringimento della forra e l'ingresso nel vero e proprio canyon fa fare i conti con la corrente del torrente, abbastanza impetuosa


Il canyon di risalita visto da una ripresa aerea: se ne apprezza il progressivo, costante restringimento

In questo punto non è più possibile risalire il greto del torrente, dove l'acqua è profonda: si deve cercare a sinistra l'imbocco di una vecchia galleria di servizio utilizzata ai tempi del cantiere. La traccia del sentiero di adduzione a questa galleria non è facile da trovare perchè spesso coperta da vegetazione

L'imbocco della vecchia galleria del cantiere


La prima galleria sbuca su un tratto di roccia sbancata che prosegue parallelamente al torrente. Già a questo punto si sentirà l'impeto della cascata costituita dallo scarico delle acque del lago residuo che si incontrerà più avanti e si verrà già investiti da potenti getti di acqua nebulizzata


Proseguendo si passa alla fase più rischiosa: l'ingresso nella seconda galleria di servizio, chiamata "galleria SADE". Le rocce sono estremamente viscide e, sebbene il primo tratto non sia ancora invaso dall'acqua, bisogna prestare estrema attenzione. Poncho e caschetto con pila frontale sono assolutamente obbligatori


In corrispondenza della cascata la situazione si fa ancora più rischiosa: la galleria e i camminamenti sono interamente invasi dall'acqua, la visibilità è ridotta al minimo a causa dell'acqua nebulizzata e tutto è viscido e scivoloso, inoltre bisogna fare i conti con il fortissimo vento che toglie il respiro; attenzione anche alla presenza dei vari ferri di armatura dei parapetti che furono strappati via dall'ondata del 9 ottobre. Il guado della galleria porterà il livello dell'acqua all'inguine.

Questa è una parte di ciò che vi aspetta....


All'uscita della galleria SADE ci si trova pressochè ai piedi della diga. Anche qui l'ambiente è viscido e umido, con l'elevato rischio di scivolamento. Per chi decide di raggiungere la parte sommitale del tampone di diga (il resto è coperto da 40 metri di detriti della frana...) c'è il problema del superamento di un terrapieno alto circa 4 metri, che non ammette errori o improvvisazioni e che richiede buona padronanza delle tecniche di arrampicata. In questo punto vi è inoltre elevato pericolo di caduta di sassi dall'alto.

La foto permette di apprezzare i resti della controdiga, realizzata per consentire agli operai addetti allo scavo delle fondazioni di lavorare all'asciutto

Il nostro Andrea Dia sotto lo scarico di fondo della diga. Non cercate di imitarlo: egli è un provetto alpinista e sa come muoversi in ambienti ostili come questo

Questa è la meta finale dell'escursione: il tampone diga che svetta solo nella sua parte sommitale, il resto è stato coperto dai detriti di frana

E questa è la visione impressionante dalla verticale della diga.....
.... e adesso... C'E' DA TORNARE INDIETRO ATTRAVERSO IL MEDESIMO PERCORSO....
(Ringrazio l'amico Andrea Dia per la concessione dei frame del suo splendido documentario)
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