Un aspetto poco documentato sotto il profilo iconografico è quello dei lavori di allargamento e sbancamento della forra del Vajont (per intenderci, quella a valle della diga, verso Longarone) per consentire il transito dei mezzi pesanti che dovevano portare via gli scarti della demolizione delle imposte, man mano che esse venivano approntate.

 

calata

Le ardite operazioni di calata dei camion Fiat 642N della ditta "De Pra" avvenivano direttamente dall'alto, non essendo ancora approntata la strada di cantiere verso Longarone

 

 

smarino

 

smarino

1957. La ditta "De Pra" sta sbancando dallo "smarino" il fondo della forra del Vajont nel punto in cui inizieranno gli scavi per le fondazioni della diga. Lo "smarino" era costituito da tutti gli inerti derivanti dalla demolizione delle pareti rocciose in cui troveranno alloggiamento i pulvini per le spalle della diga. Credits: Passione Dighe di Simone Aime

 

Si tratta di un quantitativo impressionante di roccia sbancata (detta "smarino"), di circa 417.000 mc solo a parlare di quella tolta per far posto ai pulvini, ma forse anche di più se consideriamo anche quella tolta per l'allargamento e la perforazione della galleria di scarico del torrente Vajont. Lo smaltimento dello smarino avveniva H24 attraverso l'impiego di autocarri della ditta De Pra (in prevalenza Fiat 642N) che percorrevano una strada di cantiere realizzata in sponda destra idrografica (sinistra guardando da Longarone verso la diga).

 

smarino

Una foto di Agostino Sacchet immortala la strada di cantiere e un autocarro adibito allo smaltimento dello smarino. In alto, a strapiombo sulla forra, il ponte "Nuovo Colomber" (o ponte SACAIM)

 

Oggi tali strutture - compresa la galleria di scarico di cui si dirà a breve - non esistono più, distrutte o sommerse da almeno 40 metri di detriti portati giù dall'ondata: infatti l'attuale greto del torrente Vajont che scende verso Longarone scorre molto più in alto di quello originario; la cosa è ancora più evidente per quei pochi temerari che, risalendo la forra, riescano a raggiungere la base della diga: potranno notare che il tampone del manufatto emerge dal substrato roccioso di pochi metri rispetto all'origine. Ebbene sì, fin dall'inizio della risalita della forra state camminando su quanto l'ondata ha portato giù, innalzando la forra stessa per un'altezza variabile da un massimo di circa 40 metri sotto la diga a qualche metro all'uscita della forra.

L'impianto di cantiere avvenuto nel 1956 (anche se abbiamo alcuni cenni in cronaca che ci parlano già del 1955, ma in questo caso sono più propenso a credere a ispezioni preliminari) doveva prevedere anche la realizzazione di due strutture deputate a mantenere all'asciutto gli operai che lavoravano alle fondazioni della diga: queste strutture prendono il nome di avandiga e controdiga.

L'avandiga è stata realizzata poco a monte del sito d'imposta, quindi verso la forra del Colomber, e serviva per intercettare le acque del torrente Vajont deviandole in una galleria di scarico ricavata in destra idrografica; la controdiga è stata invece realizzata a valle del sito d'imposta, quindi verso Longarone, e serviva ad evitare eventuali risalite di acqua dal torrente in caso di eventi di piena. Insomma, due barriere di protezione indispensabili, senza le quali i lavori di scavo delle fondazioni e quelli successivi di innalzamento dei conci non sarebbero nemmeno potuti iniziare.

La foto seguente - tratta dal quotidiano "La Stampa" dell'11 ottobre 1963 e gentilmente concessa da Simone Aime - è presa quasi dallo sbocco della forra su Longarone, che si scorge sullo sfondo, probabilmente nel 1959. A sinistra si nota la galleria della strada vecchia per Erto, ma a destra possiamo apprezzare la strada di cantiere per il transito degli autocarri; cosa ancora più importante, possiamo notare la presenza di una piccola torre di betonaggio utilizzata verosimilmente per la produzione del calcestruzzo necessario per costruire avandiga e controdiga.

 

avandiga

(credits Passione Dighe di Simone Aime)

 

Nella foto successiva, scattata nel 1958, possiamo invece notare il getto di calcestruzzo per la costruzione del tampone (che alla base della diga era spesso ben 22,20 metri): alle spalle degli operai, uno dei conci già eretti e in fase di solidificazione, trattenuto dalle casseforme, contro cui si andrà ad appoggiare il nuovo concio in fase di gettata. Ancora più interessante, si nota il foro del pozzo del pendolo che scenderà per oltre 30 metri in verticale e che sarà strumento indispensabile per il continuo monitoraggio degli spostamenti e delle oscillazioni della diga sotto la spinta della pressione idrostatica esercitata in modo variabile dall'acqua del bacino a seconda del livello sullo sbarramento.

 

benne

(credits Passione Dighe di Simone Aime)

 

Infine, oltre alle strutture descritte, fu realizzata anche una briglia di contenimento per filtrare gli inerti che altrimenti, trasportati dall'acqua, avrebbero potuto occludere lo sbocco del torrente Vajont nel Piave.

Semplificando al massimo, la briglia funziona come un grande setaccio: l'acqua del torrente giunge nella parte soprastante dotata di una griglia che ferma sassi e rocce di grosse dimensioni lasciando filtrare nella parte sottostante solo la parte idrica. Naturalmente la briglia va manutentata periodicamente e sgombrata dai detriti fermati nella parte superiore. 

Tale briglia di contenimento è oggi osservabile dal ponte delle Roste, sulla strada che in sinistra Piave porta alla frazione di Dogna: la sua portata idrica ci dice qual'è in quel momento il livello del torrente Vajont ed è una verifica obbligatoria da compiere prima di tentare la risalita della forra: nelle condizioni riportate in foto (con l'acqua che sgorga da entrambi i livelli), l'escursione non è nemmeno da cominciare....

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