Pontesei è un piccolo impianto che si trova in val Zoldana, sponda destra Piave, specularmente rispetto alla valle del Vajont, a quota 775 metri . E' uno degli impianti-satellite del progetto Grande Vajont, collegato in ponte-tubo al Vajont. Lo sbarramento è costituito da una diga artificiale di nuova costruzione, realizzata tra il 1955 e il 1957, quindi in esercizio da poco più di un anno.

Il 22 marzo 1959 una frana stimata tra i 3 e i 6 milioni di mc, già individuata da qualche giorno, si staccò da uno dei versanti del lago piombandovi dentro nel giro di poco più di 2 minuti. Creò un'onda di un'altezza stimata di 20 metri che andò a infrangersi sulla sponda opposta dove passava una strada sterrata in quel momento percorsa da un operaio, Arcangelo Tiziani, che stava raggiungendo i baraccamenti della ditta "Cargnel" per cui lavorava: il corpo non verrà mai trovato. Due tecnici dell'impianto, che si trovavano lungo la medesima strada intenti a osservare il movimento franoso, riuscirono miracolosamente a salvarsi arrampicandosi sul crinale erboso. Una parte dell'onda, nonostante il lago si trovasse 14 metri sotto la quota di massimo invaso, tracimò oltre il coronamento, scendendo verso il Piave, travolgendo la s.s. 251, prudenzialmente già chiusa al traffico poichè lesionata dal movimento franoso: l'autista di una corriera della "Autoservizi Zoldana" giunta in località Ponte Alto, vista l'impossibilità di proseguire, aveva fatto scendere i pochi passeggeri invitandoli a proseguire a piedi attraversando un piccolo ponte. In quel momento udirono il boato della frana e videro la tracimazione della diga, riuscendo a mettersi in salvo; la corriera, travolta dall'acqua, riportò gravi danni. L'acqua distrusse anche un ponte sul Rio Bosconero, sostituito in seguito da un ponte Bailey usato fino agli anni Novanta.

pontesei

tiziani

In quel mese la diga del Vajont è quasi terminata, sarà ufficialmente completata l'anno successivo.
Tuttavia una frana come quella di Pontesei getta un'ombra sinistra su questo progetto, sebbene a posteriori la dinamica sarà la stessa di quella del 9 ottobre 1963.

Non vi fu uniformità di vedute, tanto che Carlo Semenza venne tranquillizzato dai geologi al servizio della SADE, i quali parlarono di diversità geologica del substrato roccioso, quasi che il Piave sancisse orograficamente la separazione delle montagne cadorine in due macro-zone di diversa formazione. Ciò nonostante, la frana di Pontesei convinse Carlo Semenza ad apportare una modifica al progetto della diga del Vajont, aumentandone le luci di sfioro che passarono da 10 a 16.

Tuttavia anche a Pontesei una progressiva infiltrazione di acqua a seguito dell'innalzamento del livello del lago interessò una zona di rocce fortemente fratturate; il conseguente sbalzo di pressione sotterranea provocò il distacco di una zolla, con ogni probabilità appartenente ad una vecchia frana preistorica che non era stata individuata durante i lavori di costruzione dell'impianto.

Ciò nonostante, anche in anni successivi continuò a non esservi univocità di vedute sull'analogia di questa frana con quella del Vajont, tanto che ancora nel 1968 un elaborato di Giuseppe Evangelisti la negava in un elaborato dal titolo "Radicale diversità delle frane di Pontesei e del Vajont".

Dopo la frana del 1959, avvenuta quando il lago aveva dimensioni maggiori, raggiungendo la confluenza con il torrente Maresón in località i Péez, le dimensioni del lago furono notevolmente ridotte.

L'impianto di Pontesei rimase in attività fino al novembre 1966. Oggi resta la diga con funzione di regolazione dell'invaso. Il lago è usato per la pesca sportiva.

L'analisi della seguente fotografia, scattata dal coronamento della diga di Pontesei il 23 o forse il 24 marzo 1959 da I. Vielmo, permette di indicare alcuni aspetti che abbiamo numerato:

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1. la strada di servizio percorsa al momento della frana da Arcangelo Tiziani, dall'ing. Linari e dal geom. Marinello
2. le pendici prive di vegetazione usate da Linari e Marinello per mettersi in salvo; Tiziani si trovava un po' più indietro e non ebbe scampo. Le pendici sono rivestite con protezioni in vimini
3. i muri di contenimento della strada indicata anche al punto 6, trascinati dalla frana ben più a valle rispetto alla loro posizione originaria
4. il bosco sovrastante il corpo frana e trascinato da essa: al Vajont avverrà la stessa cosa con le due porzioni di bosco posti alle estremità delle due zolle
5. la nicchia di distacco della frana molto simile alla "lama" costituita dal piano di scivolamento del Toc
6. la strada statale che risale la val Zoldana, interrotta dalla frana che ne ha trascinato via la porzione di cui al punto 3

(Articolo di Gianmarco Calore)

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Grazie a Lorenzo Dal Cortivo (amministratore del gruppo FB "Longarone scomparsa" e proprietario di molte delle foto successive) proponiamo questo approfondimento sul bacino di Pontesei. Ringraziamo il sig. Dal Cortivo per il materiale gentilmente condiviso.

 

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La valle con l’avandiga e gli alloggi del cantiere; a sinistra scorre la vecchia strada, che “saltava” da una sponda all’altra con dei ponticelli (da qui il nome della località, “Pontesei”) per evitare le aree friabili. Archivio processuale del Vajont

 

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Collaudo del ponte sul rio Bosconero progettato dall’ingegner Carlo Pradella di Longarone per la SACAIM di Venezia, 1955 (credits MURI Museo Diffuso)

 

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Il ponte sul rio Bosconero con l’invaso negli anni Cinquanta (credits Lorenzo Dal Cortivo)

 

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I resti del rio Bosconero dopo il passaggio dell'ondata (credits Lorenzo Dal Cortivo)

 

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Il bacino al massimo invaso visto dalla diga; a sinistra la strada secondaria percorsa da Arcangelo Tiziani al momento della caduta della frana (credits Lorenzo Dal Cortivo)

 

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L’invaso visto dalla sponda destra: al centro la diga, con le luci di sfioro, a sinistra il ponte (credits Lorenzo Dal Cortivo)

 

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Il bacino visto dai monti Castellin e Spiz, poco più a monte della zona da cui si staccherà la frana (credits Lorenzo Dal Cortivo)

 

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La diga di Pontesei, progettata dall’ingegner Carlo Semenza e costruita tra il 1955 e il 1957. Alta 93 metri e costruita a doppio arco, in origine doveva essere leggermente più alta per creare un invaso di 10 milioni di metri cubi, poi ridimensionati a 9 nel progetto esecutivo (credits Lorenzo Dal Cortivo)

 

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Diga e serbatoio pieno: si distingue benissimo la sommità dello scarico a calice (credits Lorenzo Dal Cortivo)

 

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La frana, precipitando nel lago, lo divide a metà: 1.500.000 di metri cubi rimangono “intrappolati” contro la diga, mentre 5 milioni circa sono quelli a monte dell’ammasso crollato. La separazione non è tuttavia permanente, ma visibile solo sotto una certa quota (credits Lorenzo Dal Cortivo)