
Questa foto non c'entra nulla col Vajont, almeno in apparenza.
E' una foto di cui non conosciamo né l'ubicazione, né l'anno in cui fu scattata. Non sappiamo chi fosse questa signora, né su quale torrente stava lavando i panni. Ci siamo limitati a ricolorarla solo per aumentarne i dettagli.
E' però una foto emblematica di quell'Italia che non c'è più, fatta di usi, consuetudini e attività che dalla notte dei tempi hanno accompagnato le famiglie che abitavano nelle aree rurali fino agli anni del “boom” economico, quando gli elettrodomestici passarono da beni di lusso ad appannaggio di pochi a beni di largo consumo alla portata di tutti. O quasi.
Come la leghiamo alla storia della valle del Vajont? Semplice. La lavatura dei panni era una delle abitudini centenarie che caratterizzavano anche quella società. Una struttura tipicamente patriarcale (nel senso letterale del termine, non con le accezioni date oggi), dove i compiti in una famiglia erano ben determinati: l'uomo a coltivare i campi, governare le bestie, far legna, costruire tutto ciò che serviva ad andare avanti; la donna, a fare tutto ciò che ci si aspettava da una donna: badare alla casa, alla cucina, a fare e tirar su i figli equamente suddivisi tra scuola e campi.
Una visione semplicistica? Può darsi.
Ma in quegli anni non c'era tempo per il superfluo, nemmeno da piccoli. La vita – già dura di per sé – non ammetteva perdite di tempo: sveglia prima dell'alba, via a governare le bestie anche se eri appena un ragazzino, poi di corsa a scuola, spesso portandoti dietro l'odor di stalla... Al rientro, lo stesso, solo al contrario, fino a ora di cena, per poi crollare esausto a letto in attesa di ricominciare. Era l'Italia contadina, magnificamente tratteggiata da Ermanno Olmi ne “L'albero degli zoccoli”.
Se trasferiamo questo “quadretto” su al Vajont, le cose diventavano se possibile ancora più dure. Tutto era riconducibile a due soli concetti geografici: il “di qua” e il “di là”. I paesi di Erto e di Casso “di qua”; gli alpeggi, i boschi e le casère “di là”; in mezzo, il torrente Vajont a dividere due mondi tra loro quasi antitetici in cui alla sterilità della sponda destra – quella “di qua”, quella dei paesi – faceva da contraltare la floridezza di quella sinistra, quella “di là”, sotto al Toc, dove c'erano ricchi pascoli, ottimo fieno, legname di prima scelta, alberi da frutto, animali da cacciare. Guareschi lo avrebbe chiamato “il mondo piccolo”: tutto un mondo concentrato in una valle. Un mondo piccolo dove uomini, donne e bambini si facevano “di qua” e “di là” anche più volte al giorno, con il sole, con la pioggia, con la neve, con il vento: oggi per sfalciare i prati, domani per portare a casa la legna, domani l'altro per andare a scuola, quando abitavi “di qua” e la scuola era “di là”.
E torniamo a lei, alla nostra lavandaia della fotografia.
La lavatura di panni e suppellettili era una delle attività che nell'Italia rurale era demandata alla donna. In valle del Vajont la cosa non faceva eccezione. Come detto, non si trattava però di vile maschilismo, ma del semplice rispetto dei compiti che ciascun componente aveva nella sua famiglia: come l'uomo si spaccava la schiena a tagliare legna, sfalciare i prati, portare le bestie al pascolo, così la donna era quella che – tra le altre cose – andava a lavare la roba in riva al torrente. Non c'era neanche da discutere su una tale usanza, seguita e rispettata da generazioni.
Sotto ai paesi, in riva al torrente, sulla sponda “di qua” c'erano località usate da sempre per questo scopo. Una di queste si chiamava Valdenère, si trovava sotto Erto: sarà annientata dall'onda di risalita quella notte vigliacca. La località era famosa anche per la presenza dell'unica balera della zona, “territorio di caccia” per i giovanotti del posto che spesso si contendevano la fanciulla a suon di cazzotti. Qui si teneva anche una memorabile festa di Capodanno, con la gente che arrivava a piedi in mezzo alla neve per poi tornare a casa il più delle volte a carponi, a causa delle misture alcoliche servite durante la serata...
A Valdenère il posto del lavatoio era stato studiato in una zona facile da raggiungere in qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo: del resto c'era da fare avanti e indietro con una gerla carica di biancheria, asciutta all'andata ma bagnata e ben più pesante al ritorno. Il lavaggio dei panni era però anche un fondamentale momento di coesione sociale e di condivisione di notizie spesso determinati per la sopravvivenza stessa delle persone, in un'epoca in cui di telefoni in casa manco se ne parlava e in cui a malapena esisteva un posto telefonico pubblico, magari a chilometri di distanza.
Ecco dunque che l'incontro delle donne al lavatoio di Valdenère era indispensabile per condividere le piccole e grandi novità: chi era nato, chi era morto, chi si stava per sposare, in quello che oggi chiameremmo gossip, che all'epoca non aveva nulla di malizioso. Ma anche Menego che si era tagliato una mano con la menàra e che aveva bisogno subito del “dotòr”, oppure il piccolo dei Manarin che era già una settimana che aveva la febbre a quaranta che non scendeva, oppure ancora una delle vacche dei De Lorenzi che non riusciva a partorire e rischiava di lasciarci la pelle...
La condivisione delle informazioni riguardava anche il punto del Toc dove quell'anno la legna era migliore, non solo per scaldare la casa ma anche per costruire quei mestoli e quegli zoccoli che le donne ertane sarebbero poi andate a vendere nei lontani mercati cittadini, stando via di casa per settimane in un'epoca dove era inconcepibile per una donna che non volesse farsi passare per una poco di buono trascorrere anche solo una notte senza suo marito.
Oppure sapere dove il fieno era più abbondante o dove le bestie avevano trovato l'erba migliore con cui nutrirsi: fieno più abbondante significava stalla più ricca d'inverno, con ottimo cibo assicurato alle bestie; erba migliore significava miglior latte da conferire nelle latterie turnarie collocate sul pian del Toc. E non c'era gelosia nel condividere queste notizie, anzi. Un posto buono per la legna, per il fieno, per la frutta andava a vantaggio di tutti perchè tutti ci si doveva aiutare in un ambiente bello ma ostile, che oggi ti dava ma che domani poteva toglierti tutto. Anche la vita. E quindi sapere dove quell'anno si erano viste più vipere oppure dove erano state trovate tracce del passaggio di grossi predatori come il lupo poteva fare la differenza tra il tornare a casa sani o non tornarci più.
E così, con le mani ruvide, perennemente tagliate e spesso piene di artrite, le donne lavavano i propri panni e si scambiavano tutte le informazioni in una sorta di continuo cicaleggio che le aiutava a sentirsi meno sole e – forse – ad avere meno paura del futuro. Senza mai lamentarsi.
E' un Vajont diverso, quello che vi raccontiamo in questa pagina. Un Vajont per una volta slegato dalla grande tragedia del 9 ottobre, fatto di vita semplice, dura e solidale; di famiglie fatte per durare; ma anche di piccoli grandi scontri che spesso finivano in scazzottate. Quando ho raccolto le poche testimonianze mi è sceso un velo di malinconia; mi sono sentito inadeguato immaginando persone che non avevano niente, ma che invece avevano tutto: solidarietà, amicizia, altruismo, l'attitudine a sapersela cavare in ogni circostanza.... Oggi saremmo in grado di fare altrettanto?
Gianmarco Calore
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