....atte a turbare l'ordine pubblico (art. 656 C.P.).
Assieme all'art. 18 della legge sulla stampa (L. n° 47/1948) fu il capo di imputazione contestato a una delle giornaliste balzata agli onori delle cronache in quegli ultimi anni: Clementina Merlin, detta "Tina".
Nel parlare di lei si corre il rischio di scadere nella solita quantità di luoghi comuni, di falsi miti e di cattiva informazione. Per evitarlo, muoveremo dunque dall'unica fonte primaria consentita: quella degli atti giudiziari.
Nata a Trichiana (BL) nel 1926, quindi di schiette origini montanare, durante la 2° guerra mondiale aveva aderito ai movimenti di resistenza come staffetta partigiana, addetta alla consegna dei comunicati tra le varie "batterie" antifasciste della zona del Bellunese. Diventata giornalista, viene assunta dal quotidiano "l'Unità" come corrispondente locale.
Il suo nome emerge con l'arrivo della SADE nella valle del Vajont e con la catena di espropri attuati per l'acquisizione delle terre destinate a essere sommerse dal costruendo bacino artificiale, dalle proporzioni vastissime: 168 milioni di mc di acqua al suo massimo invaso, da San Martino fino allo sbarramento previsto appena oltre l'abitato di Casso.
Tina Merlin capta subito i malumori degli Erto-cassani, amplificati dalla progressiva ingordigia della società committente che non solo paga la terra molto meno del suo valore reale, ma anche si rimangia la parola data in tema di costruzione di una passerella carrabile che avrebbe dovuto sovrapassare il lago per consentire agli abitanti di transitare sulla sponda opposta, quel pian del Toc florido e rigoglioso, ricco di alberi da frutta, ottimo legname, pascoli lussureggianti.
Una parentesi va aperta proprio sul quotidiano per cui scrive la giornalista. Marco Paolini, nella sua orazione civile del 1997, dice senza mezzi termini che in quell'epoca "l'Unità" non era un quotidiano ma un bollettino di partito. Tra l'altro, scarsamente seguito in val del Piave. Ed è vero. In quegli anni non esisteva la garanzia di pluralismo dell'informazione cui siamo abituati oggi; viceversa, c'erano testate giornalistiche tanto più accreditate quanto più aderivano alle correnti politiche di maggioranza (D.C. in testa) e testate giornalistiche la cui presenza veniva appena sopportata e mal digerita man mano che ci si avvicinava all'area politica di sinistra.
Del resto, erano gli anni di Scelba e dell'anticomunismo fortemente propagandato non solo sulla stampa, ma anche attraverso efficaci azioni di epurazione dai posti di lavoro per coloro i quali erano anche solo sospettati di aderire ideologicamente al P.C.I.. Gli Uffici Politici delle questure erano incaricati di tenere costantemente monitorati tutti gli articoli pubblicati da testate "non allineate", segnalandone i contenuti ritenuti eversivi e deferendo all'autorità giudiziaria i suoi autori.
Aggiungiamo poi che tutte le testate erano controllate direttamente o indirettamente dai grandi imprenditori, primo reale "filtro" per una strisciante censura quando gli argomenti si facevano scomodi: nel Veneto la SADE controllava ad esempio uno dei giornali moderati più diffusi, il "Gazzettino". Se ci diamo la pazienza di scartabellare le edizioni di quegli anni, quel giornale parlerà sempre bene del progetto Vajont, sottacendo o minimizzando le notizie più gravi (a partire dagli operai caduti sul posto di lavoro), e questo fino alla data del disastro.
Capite ora forse di più il clima sociale e politico in cui questa vicenda va a calarsi.
Tina Merlin viene descritta come una giornalista d'assalto, si direbbe con termini attuali: per scrivere i suoi "pezzi" non se ne sta seduta in redazione o nel salotto di casa sua, ma va direttamente sul posto. Si informa, fa domande, parla con la gente, ne vince la naturale ritrosia soprattutto in un ambiente aspro come quello della valle del Vajont; intercetta soprattutto le donne, con le quali instaura un feeling più genuino: donne che iniziano a parlare, spesso maledette dai mariti che le esortano invece a tacere. Poi scrive l'articolo di getto, spesso a mano direttamente sul posto, per dettarlo dal posto pubblico telefonico di Longarone alla direzione del suo giornale, a Milano, con telefonate disturbate e con la linea che cade più spesso che volentieri.
Il suo nome quindi viene subito "attenzionato" dagli organi di controllo che iniziano a monitorare i suoi scritti "effervescenti"; ma l'attenzione su di lei - nel caso del Vajont - viene prestata anche dalla SADE che mal sopporta questa giornalista impicciona che viene di continuo nei paesi della valle a far domande, guarda caso sempre contro i lavori, contro la diga, contro il benessere che quell'impianto porterà a tutta la società, sempre più assetata di energia elettrica.
Non ci è dato sapere se e come la SADE - o chi per essa - abbia tentato di ostacolare l'attività della Merlin. Ma il suo caso balza agli onori delle cronache con un articolo del 5 maggio 1959 pubblicato dall'edizione di Belluno de "l'Unità" e intitolato "La SADE spadroneggia ma i montanari si difendono". Lo riportiamo qui di seguito nella sua versione originale così come presente agli atti processuali.

In esso la Merlin va oltre il semplice articoletto di protesta, nato e finito il giorno stesso, destinato a essere dimenticato.
No, stavolta la giornalista annuncia la nascita del "Consorzio per la rinascita e la salvaguardia della valle ertana". Il consorzio è nato dopo una riunione tra molte delle famiglie del posto e i rappresentanti del P.C.I. bellunese, Bettiol e Celso. Nel corso di tale riunione le famiglie hanno esternato tutta la loro preoccupazione per il pericolo di erosione del terreno da parte del lago, terreno ritenuto franoso, con grave rischio per le case dei paesi.
Ma attenzione, qui bisogna fare una importante precisazione! Non si parla mai della sponda in sinistra idrografica, quella del pian del Toc. Le preoccupazioni riguardano solo ed esclusivamente la sponda in destra, quella dove sorgono Erto e Casso. Nessuno infatti fino almeno al giugno 1960 (quando Edoardo Semenza sospettò la presenza di una frana da 50 milioni di mc sul Pian del Toc - Pian de la Paùsa) e poi fino alla frana del 4 novembre 1960 avanzerà mai alcuna preoccupazione per la stabilità del versante sinistro: non gli abitanti, non la Merlin, non la stessa SADE. L'articolo del 5 maggio 1959 esterna principalmente la preoccupazione che siano i due grossi paesi a "finire in fondo al lago". La sponda sinistra, quella del Toc, salta fuori solo di riflesso, nel lamentare la mancata costruzione della passerella di collegamento. Viene citato dalla giornalista solo un abitante di Pineda che si era presentato con un cartello di protesta, esternando la sua intenzione "a difendersi" contro l'esproprio dei suoi terreni. Ma anche costui non fa alcun accenno a movimenti di frana o pericoli ad essa collegati. Di contro, la Merlin rincara la dose accusando apertamente la SADE di infrangere le normative concernenti gli espropri e di agire con sopruso nei confronti delle popolazioni locali.
La misura è colma. Non si può tollerare una riunione del P.C.I. con intenti sediziosi, tantomeno si può tollerare la costituzione di un consorzio, potenzialmente pericoloso per gli interessi della società committente. L'8 maggio 1959 un primo rapporto dei Carabinieri di Erto-Casso viene trasmesso alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Belluno, con indicazioni di smentita dei contenuti dell'articolo pubblicato tre giorni prima:

Gli avvocati della SADE prendono carta, penna e calamaio e depositano in Procura a Milano (sede della redazione e quindi luogo naturale di commissione del reato) una denuncia contro la giornalista e contro il capo redattore de "l'Unità" per i reati sopra rubricati. A Natale 1959, come regalo Tina Merlin riceve quello che oggi si chiama "avviso di garanzia", ma che all'epoca si chiamava molto più severamente "comunicazione di reato" e nel mese di marzo viene rinviata a giudizio presso il Tribunale di Milano, con invito a comparire per la prima udienza fissata per il 10 maggio 1960, giusto un anno dopo la pubblicazione dell'articolo incriminato.

Anche qui, non conosciamo la reazione della giornalista. Probabilmente fu consigliata al silenzio-stampa dai suoi legali perchè da quel momento non viene più scritto nulla sulla SADE, nè sui lavori della diga, nè sugli espropri, nè sul malumore della popolazione.
Ma....
C'è sempre un ma. 4 novembre 1960, ore 12:25: a circa 300 metri dalla diga, dalla sponda sinistra fino ad allora neanche mai presa in considerazione da nessuno si stacca una "fetta" di terreno di circa 800.000 mc di terra e roccia che frana nel lago sollevando alcune ondate che vanno a infrangersi sulla sponda opposta e, di riflesso, sul muraglione in calcestruzzo. Di più. Quella frana - lo si scoprirà nei giorni a venire - ha aperto una fenditura localizzata in quota, molto più in alto: una fenditura lunga, continua, ininterrotta di quasi 2 km che dalla verticale della diga si estende verso est attraversando il rio Massalezza fino a poco prima di un'antichissima frana di calcare del Vajont. Insomma, c'è un'intera porzione di montagna che ha fatto un balzo in avanti di decine di centimetri!
Ma di questa frana, nessuna notizia sulla stampa "allineata". Ancora una volta, solo "l'Unità" nell'edizione dell'8 novembre ne riporta un cenno:

E questa è stata la classica chiave inglese gettata nel motore di un processo la cui sentenza di condanna appariva fino a quel momento scontata per tutti. Il processo si conclude il 30 novembre 1960 con sentenza di piena assoluzione degli imputati convenuti in giudizio. Ne riportiamo integralmente il testo.
Dopo la frana del 4 novembre 1960 l'attenzione si sposta dunque sul versante opposto. E di nuovo Tina Merlin - adesso libera da ogni vincolo e forte della sentenza di assoluzione - il 21 febbraio 1961 fa pubblicare un altro articolo passato alla storia, intitolato “Una enorme massa di 50 milioni di metri cubi minaccia la vita e gli averi degli abitanti di Erto”, con la ormai nota "chiusura" in cui si scrive: “Si era dunque nel giusto quando, raccogliendo le preoccupazioni della popolazione, e memori delle precedenti esperienze di Vallesella e Forno di Zoldo, si denunciava l’esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. E il pericolo diventa sempre più incombente. Sul luogo della frana il terreno continua a cedere, si sente un impressionante rumore di terra e sassi che continuano a precipitare. E le larghe fenditure sul terreno, che abbracciano una superficie di interi chilometri, non possono certo rendere tranquilli”.
L'articolo viene puntualmente segnalato dai Carabinieri, stavolta alla Prefettura di Udine, lasciandosi però andare a conclusioni che forse esorbitano dalle competenze di un organo di polizia giudiziaria: “Si tratta, di pericoli e di allarmi assai limitati che sono stati esagerati dalla stampa”.
(Articolo di Gianmarco Calore)
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