Com'è cambiata la diga nel corso degli anni? 

Quali sono state le mutazioni più significative dell'area del disastro?

Il trascorrere del tempo è stato cristallizzato in numerose fotografie, molte delle quali sono state gentilmente condivise con questo portale dai legittimi proprietari. Se si potesse tracciare un grafico, dall'apice raggiunto con la creazione dell'invaso e di tutte le sue strutture accessorie, all'indomani del 9 ottobre 1963 si precipita allo zero assoluto, con un paesaggio lunare, una sensazione di diffuso abbandono, due soli colori dominanti: il bianco della diga, il marrone della terra.

Solo dopo molti anni l'area è stata ingentilita nel suo aspetto, sia per l'azione dell'uomo che ha creato strade, sentieri, percorsi, strutture; sia per quella della Natura che ha ricoperto la brulla terra con alberi, erba, piante....

Ripercorriamo con un diaporama fotografico la nascita, morte e resurrezione di quella valle, ringraziando i numerosi proprietari delle foto per il materiale concesso.

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1963, prima del disastro

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1963, gennaio/febbraio

La foto è di Agostino Sacchet e riprende la diga da est verso ovest in un momento di "riposo" tra la 2° e la 3° prova di invaso che verrà effettuata ad aprile. "Spannometricamente" il lago dovrebbe essere a quota 650. A sinistra della foto si nota il margine occidentale del piano di scivolamento della frana del 4 novembre 1960, parzialmente coperto dalla neve; poco oltre, una traccia di sentiero chiamato "le brondinelle" che prima dell'invaso serviva agli abitanti di Pian de Sot a scendere fino sul greto del torrente Vajont.

La diga è ultimata già da tempo, tanto che il cantiere di Moliesa (che si vede in sponda destra) è stato parzialmente smantellato: rimangono la casa del guardiano, la palazzina uffici SADE, i dormitori degli operai, l'infermeria e il capannone-mensa.

Proprio sopra Moliesa si vede la parete di roccia che la sera del 9 ottobre dimezzerà l'ondata di tracimazione, riducendola a 25 milioni di mc di acqua, terra, detriti: questo offre la proporzione del sovralzo dell'onda rispetto al coronamento della diga: circa 200 metri.

 

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L'imponenza della costruzione incute rispetto e timore al tempo stesso: la sua struttura aggettante sormontata da un impalcato stradale a doppio senso di circolazione, il fatto stesso di essere per l'epoca la diga ad arco-cupola più alta del mondo, la verticalità che si ravvisa in ogni passo e la cura di ogni minimo particolare fanno di quest'opera un'eccellenza dell'ingegneria italiana. Possiamo notare una rara visione della cabina comandi centralizzati presa dal lato del suo ingresso, con la sua struttura strapiombante sulla forra; sull'altro versante si vedono in roccia le opere di consolidamento della spalla destra e le due gallerie (oggi non più esistenti) che portavano verso Dogna e verso Codissago - Longarone. Sul caniere di Moliesa è ancora visibile il basamento dove sorgeva la torre di betonaggio, smontata al termine dei lavori.

 

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Un'altra bella foto a colori del 1963 (credits ProgettoDighe) permette di apprezzare la carreggiata stradale sovrastante il coronamento che sbocca nelle due gallerie di discesa verso Dogna e verso Codissago - Longarone. Nella parete opposta sono ben visibili le opere di rinforzo della spalla destra mentre nel cerchio rosso si nota il piedistallo su cui si ergeva l'impianto di betonaggio ormai dismesso; la casa in primo piano era occupata dal guardiano della diga mentre quella in secondo piano conteneva gli uffici della SADE

 

panoramica

Una aerofoto ricolorata che prende di infilata gran parte del bacino artificiale. Si può ammirare a destra praticamente tutto il pian del Toc, con le sue varie località quali il Pian del Canever, Pian de Sot, la Paùsa, pian de la Pozza e con la "ferita" lasciata dalla frana del 4 novembre 1960. Si rileva su quasi tutto il versante anche il tracciato della nuova strada di circonvallazione.

 

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Un'altra panoramica ricolorata presa dal versante in destra idrografica, con il lago già a quota significativa.

 

1963, dopo il disastro

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La foto è stata scattata dai Vigili del Fuoco a poche ore dal disastro, dopo avere raggiunto il coronamento ed è presa dallo sbocco di una delle due gallerie delle strade che salivano da Dogna e da Codissago. L'impalcato stradale è stato interamente asportato, rimane un breve tratto di carreggiata abraso dall'acqua. Il lago A a ridosso dello sbarramento è ancora a quota elevata e probabilmente sta ancora tracimando in forra, come documentato dagli stessi Vigili del Fuoco. Sul fronte di frana si stanno già formando i coni alluvionali causati dall'erosione dell'acqua rimasta intrappolata all'interno.

 

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Un'altra foto, stavolta a colori, del coronamento presa dalla medesima posizione della precedente

 

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Un'altra foto presa da una delle finestre della strada di cantiere evidenzia la forza erosiva con cui è stata praticata l'avulsione di tutte le strutture sovrastanti il coronamento; sul versante opposto si nota la profonda sbrecciatura causata probabilmente dall'impatto del grosso trasformatore 10/130 kV che si trovava alle spalle della cabina comandi centralizzati, anch'essa completamente asportata dalla sua sede.

 

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Un controcampo delle foto precedenti evidenzia i ferri d'armatura di ancoraggio dell'impalcato stradale completamente piegati. La galleria è quella della strada che portava a Dogna e il fotografo si trova di fronte a quella - fuori campo - che portava a Codissago. Alle spalle, la roccia della montagna portata "a vivo" dalla forza dell'acqua e dei detriti.

 

1965

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Nell'aprile di quell'anno il piccolo Carlo Pinarello (credits foto) assieme al fratello viene accompagnato sulla diga dai genitori. Ben poco è cambiato da neanche due anni dal disastro. E' stata aperta la strada di collegamento con Cimolais, ancora non asfaltata e priva delle protezioni laterali. Il paesaggio è ancora lunare.

 

1977

1977

Il piccolo Fabio Rossetto (proprietario della foto) immortalato sul camminamento di servizio tuttora esistente e usato per accedere alla passerella sul coronamento: alle sue spalle, la struttura metallica creata subito dopo il disastro per ospitare gli strumenti di rilevazione di eventuali ulteriori movimenti franosi

 

1983

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A vent'anni dal disastro il prof. Maurizio Fiorentini (credits foto) accompagna la sua classe in visita alla diga. L'ambiente è ancora ostile, complice anche la stagione, e si respira ancora un'aria di sostanziale abbandono, anche se adesso la strada è stata asfaltata e dotata di guard rail. Il coronamento è rimasto invece sostanzialmente identico e ancora non percorribile: ENEL ha provveduto all'installazione di una precaria ringhiera a tutela del personale di ispezione; sull'altro versante la piccola casa bianca è la struttura che copre l'imbocco del primo profondo pozzo per l'ascensore-montacarichi che portava alla camera di manovra dello scarico di mezzofondo e in cui già nel maggio 1964 Pietro Caloi fece installare una nuova terna di sismografi.

 

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La classe del prof. Fiorentini immortalata all'imbocco della galleria S. Antonio sopra la quale sono ancora ben visibili i segni lasciati dall'ondata.

 

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Questa foto, scattata dall'odierno belvedere, mostra la diga e alcuni particolari: in primo piano in basso è presente una porzione della ringhiera di protezione che si trovava sulla strada sovrastante il coronamento; poco più in alto si nota lo scarico della galleria di sorpasso frana e - sul versante opposto - lo scarico di mezzofondo nel quale sono state convogliate le acque di drenaggio della frana; poco più a monte, il secondo ponte-tubo

 

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La foto, scattata dalla strada in destra idrografica, prende di infilata la forra del Colomber con la strada di servizio ENEL ancora non asfaltata. In primo piano, i danni provocati dall'ondata che ha "mangiato" la vecchia struttura stradale lasciando in evidenza i sottostanti ferri di armatura della massicciata.

 

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Un'altra foto, prosecuzione della precedente

 

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L'arrivo della strada di servizio alla galleria di adduzione alla centrale del Colomber, rimasta distrutta quel tragico 9 ottobre. Ai piedi della diga è ben visibile l'alto strato detritico di circa 40 metri precipitato in forra quella notte

 

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La foto permette di evidenziare i profondi segni di erosione lasciati dall'ondata di circa 25 milioni di mc che si riversò nella forra del Colomber verso Longarone

 

1986

 

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Nell'agosto 1986 Adriano Valvasori (credits foto) viene accompagnato dai genitori in visita alla diga. Il luogo pare ancora lasciato all'abbandono; sullo sfondo, oltre l'ammasso di frana, si distingue l'imponente mole del monte Certen

 

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Un'altra foto (credits Adriano Valvasori) scattata dalla strada di adduzione alla diga e che immortala il gigantesco piano di scivolamento della frana del Toc

 

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Una foto più ravvicinata della diga e del secondo ponte-tubo. Si nota l'imponente sovralzo della frana rispetto al coronamento della diga

 

(articolo in fase di implementazione)

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