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Il suo ruolo al Vajont.

Carlo Semenza è il progettista della diga del Vajont e del sistema ad essa collegato ovvero l’impianto Piave-Boite-Maè-Vajont. Nasce a Milano il 9 luglio 1893, consegue la laurea in ingegneria idraulica nel 1919 presso l’università di Padova. Nello stesso anno viene assunto dalla SADE e dal 1928 ne diviene direttore del Servizio Costruzioni Idrauliche al posto di Vincenzo Ferniani a cui rimarrà comunque molto legato.

Carlo Semenza era sicuramente uno dei migliori Ingegneri idraulici dell’epoca, molte sono le sue opere tuttora in servizio tra cui: quelle dell’impianto Piave- Santacroce, Fedaia,  Diga di Sottosella sull'Isonzo, Diga di Bau Mandara sul Flumendosa in Sardegna per citarne solo alcune.

La sua storia con il Vajont inizia a metà degli anni 20 del secolo scorso quando chiede un parere al geologo svizzero Jakob Hug per la costruzione di una diga nella valle del Vajont, due sono le soluzioni in mente al progettista: una nei pressi del Ponte di Casso ed una nei pressi del Ponte Colombèr. Dopo aver sentito anche il parere del geologo ed amico Dal Piaz egli decide di procedere con il progetto relativo alla zona del ponte Colombèr.

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(Ubicazione della diga nelle due ipotesi prese in considerazione)

Sua l’idea nel 1940 di fondere in un unico sistema integrato due suoi diversi progetti uno sul Piave – Boite con la costruzione di due serbatoi a Vodo di Cadore e Pieve di Cadore e quello sul Vajont attraverso la costruzione di un serbatoio collegato agli altri 2.

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Progetto 1940 Impianto Piave-Boite-Vajont (SADE).

Molte sono le variazioni dei progetti relativi all’altezza della diga del Vajont nel corso degli anni. Si parte Da una diga alta circa 130 metri nel 1929 fino ad arrivare alla soluzione ultima di una diga alta circa 265 metri nel progetto Grande Vajont del 1957. Diverse le modifiche anche al progetto dell’intero sistema, si aggiungono infatti altri serbatoi: a Valle di Cadore sempre sul Boite a Pontesei sul torrente Maè e in Val Gallina.

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Progetto grande Vajont 1957 (progetto esecutivo SADE 1957).

Dopo aver ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie i lavori di costruzione iniziano nel 1957. Non tutto fila liscio però nella costruzione dei vari impianti del Sistema. All’inizio degli anni ‘50, nei pressi del lago di Pieve di Cadore sul Piave, in località Vallesella si verificano cedimenti nel terreno e lesioni agli edifici non appena le acque del lago iniziano a salire. Inoltre nel marzo del 1959, una frana che si verifica al bacino di Pontesei, terminato solo 3 anni prima, mette in allerta Carlo Semenza che decide di effettuare indagini più approfondite rispetto a quelle obbligatorie già effettuate, che non avevano portato alla luce grosse anomalie.

Affida l’incarico al geotecnico Leopold Muller che a sua volta incarica il neo laureato Edoardo Semenza, figlio del progettista, di effettuare una serie di indagini mirate ed approfondite sulla tenuta delle sponde del futuro lago. Siamo nell’estate del 1959 e la diga è a circa metà dell’opera. Le indagini svolte da Edoardo contrastano nettamente con gli studi precedentemente effettuati da Dal Piaz. Edoardo infatti arriva all’ipotesi della presenza di una frana antica stimata in 50 milioni di metri cubi di roccia.

Carlo rimane scosso dalle conclusioni del figlio, tanto da indurlo ad attenuare le sue affermazioni prima di consegnare la relazione ai vertici della SADE. Le sue preoccupazioni però aumentano, se così fosse l’impianto sarebbe in serio pericolo ma ad un punto di non ritorno. I lavori sono in stato avanzato, tutte le altre opere del sistema sono funzionati, manca solo l’ultima e questa sembra avere dei seri problemi. Carlo vuole vederci chiaro, dispone ulteriori accertamenti; un’indagine geofisica svolta dal professor Caloi indica che la zona esaminata in precedenza anche da Edoardo Semenza poggia su un potente supporto roccioso autoctono, trattasi dunque di roccia solida e compatta, in netto contrasto quindi con le supposizioni di Edoardo.

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Schema indagini geosismiche (Vajont. La cronistoria)

[L’indagine geosismica è una tecnica non distruttiva del sottosuolo; essa consiste nella misurazione, tramite apposita apparecchiatura, di alcune proprietà fisiche del terreno, che possono rivelarne la struttura. Viene spesso realizzata utilizzando il metodo sismico a rifrazione, ossia l’uso della determinazione della velocità di propagazione delle onde longitudinali, dette onde ‘P’, e trasversali, dette onde ‘S’, nel sottosuolo. Tali onde si generano propagandosi nel terreno ogni qualvolta quest’ultimo sia sottoposto a sollecitazioni di tipo naturale e artificiale (esplosioni, mazze battenti, ecc.). La tecnica di prospezione sismica a rifrazione consiste nella misura dei tempi di primo arrivo delle onde sismiche generate in un punto in superficie (punto di sparo), in corrispondenza di una molteplicità di punti disposti allineati sulla superficie topografica (geofoni).

Lo studio della propagazione delle onde sismiche consente di valutare le proprietà meccaniche e fisiche dei terreni e la compattezza dei materiali da esse attraversati. (Vajont La cronistoria)].

Carlo resta però dubbioso e dispone altre indagini tra cui l’istallazione di caposaldi sulla superfice della presunta frana rilevata dal figlio, installati a partire dal maggio del 1960. Già con il primo invaso, iniziato a febbraio, i capisaldi subiscono continui e bruschi movimenti, segno che il terreno si sta muovendo.

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Installazione caposaldi nel corpo frana (Vajont La cronistoria).

A giugno la SADE riceve la relazione di Edoardo Semenza che mette per iscritto le sue ipotesi, e queste sembrano essere suffragate dai movimenti rilevati dai caposaldi. In una relazione del 9 luglio, Dal Piaz però afferma che i movimenti in atto siano da attribuire ad un assestamento delle sponde normale, secondo lui, all’avvio di un bacino artificiale. Dal Piaz inoltre non crede alla presenza di un’antica frana, lo ribadisce per iscritto in una nota del 24 dicembre 1960.

Questo genera ulteriori incertezze in Carlo Semenza che autorizza ulteriori ricerche, alla fine delle quali Edoardo Semenza addirittura amplifica le dimensioni della presunta frana che, nel febbraio del 1961, Muller quantificherà in 200 milioni di metri cubi, ma al contrario di Edoardo pensa si tratti di una frana di neoformazione rimessasi in movimento con l’avvio del bacino artificiale e suddivisa in più blocchi.

A ottobre la comparsa di una grossa fenditura lunga oltre 2 km e la frana da 700.000 metri cubi del 4 novembre del 1960 sulla sponda del Toc mettono ulteriore agitazione a Carlo Semenza. Viene coinvolto anche il geologo della Commissione di Collaudo Francesco Penta, il quale ipotizza che sia in atto un movimento superficiale del terreno, anche se non esclude del tutto l’ipotesi peggiore di Edoardo.  A questo punto (fine 1960) anche la Commissione di Collaudo, quindi le istituzioni, sono al corrente delle problematiche emerse.

Semenza si trova in un dilemma atroce: 5 tecnici tra geologi, geofisici e geotecnici; 5 versioni differenti: a chi credere? La pressione sulle sue spalle è enorme e lo si evince dalla lettera che nell’aprile del 1961 invia al suo ex direttore Vincenzo Ferniani:

Ella può immaginare il mio stato d’animo in questa situazione. [...]. Dopo l'abbassamento del livello del serbatoio, probabilmente anche a causa del freddo sopravvenuto, i movimenti sul fianco sinistro si sono praticamente arrestati e credo che fino a che il livello sarà tenuto basso non sarà il caso di avere nuove preoccupazioni. Ma cosa succederà col nuovo invaso? [...] Non le nascondo che il problema di queste frane mi sta preoccupando da mesi: le cose sono probabilmente più grandi di noi e non ci sono provvedimenti pratici adeguati. [...] I professori Dal Piaz e Penta sono piuttosto ottimisti: tendono a non credere che avvenga uno scivolamento in grande massa e sperano (anch’io lo spero!) che la parte mossa si sieda su sé stessa. Sono entrambi d’accordo su ogni provvedimento di sicurezza. [...] Dopo tanti lavori fortunati e tante costruzioni anche imponenti, mi trovo veramente di fronte ad una cosa che per le sue dimensioni mi sembra sfuggire dalle nostre mani”  (stralcio della lettera di Carlo Semenza a Vincenzo Ferniani del 20 aprile 1961).

 Le preoccupazioni per Carlo sono sempre più fondate, si rende conto di trovarsi di fronte ad una cosa più grande di lui che sembra sfuggirgli tra le mani. La diga è completa, non potendo più fermarsi decide di fare tutto il possibile per salvare l’impianto.

Dispone la realizzazione di una galleria di by pass sulla sponda opposta in modo da mantenere il collegamento tra i 2 invasi che si verrebbero a formare dopo la caduta della frana. 

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Schema galleria di Bypass.

Dispone inoltre la realizzazione di un modello della valle del Vajont per poter valutare le conseguenze della caduta della frana sulla diga e a valle della struttura, ipotizzando anche la rottura dell’opera stessa.

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Modello della valle del Vajont con esperimenti in corso (SADE 1961).

Il 30 ottobre del 1961, con gli esperimenti ancora in corso, l’ingegnere muore improvvisamente, forse le troppe pressioni e preoccupazioni hanno contribuito a stroncare l’unica persona ancora in grado di mettere un freno verso il baratro cui ci si sta avviando e da questo momento inizierà una vera e propria corsa verso il disastro, attraverso decisioni scellerate di chi verrà dopo di lui.

La sua diga è fatta a regola d’arte e regge l’impatto di una frana da 260 milioni di metri cubi, un gioiello dell’ingegneria costruita però nella valle sbagliata, rimasta monumento alla memoria di una catastrofe italiana.

Davide Serpagli.

 

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