Quel'altro... giologo, el dise... va in giro...

fa passegiate... racoglie impresion giologiche dalle montagne...

Giorgio Dal Piaz.

Barba da frate indovino...

Grasso? Mah... Grasso? Mah...

Non si capiva mai quanto fosse grasso del suo o per tutti i sassi che si riempiva le scarselle!”

(Marco Paolini, Orazione civile 1997)

 

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Giorgio Dal Piaz (al centro) accompagnato tra gli altri da Mario Pancini e da Franco Giudici nel corso di un sopralluogo sul versante destro, sotto Erto

 

Ripeto da molti anni che a Paolini va reso il merito indiscusso di avere risvegliato il Vajont nella testa degli Italiani. Probabilmente senza la sua Orazione civile del 9 ottobre 1997 oggi il Vajont sarebbe una semplice espressione geografica su una cartina, e i paesi di Erto e Casso due luoghi dimenticati da Dio e dal catasto.

Se invece oggi sono fioriti testi specifici, gruppi social, forum di discussione, siti tematici, associazioni, se la gente ha cominciato non solo a parlare del Vajont, ma anche a capire il Vajont, visitare il Vajont, rispettare il Vajont, il merito è solo ed esclusivamente di questo bravo attore.

Per quasi tre ore ha saputo (e sa tuttora) tenere incollati gli spettatori allo schermo e anche se quell'Orazione l'avrò vista almeno una cinquantina di volte, ogni volta il tempo assume una dilatazione diversa e le tre ore passano che manco te ne accorgi.

Paolini fa una giusta premessa: per tenere sveglia la gente in quelle tre ore “inevitabilmente signori ogni tanto... invento! La nonna con lo schioppo l'ho inventata.. anche il sidecar!”

Ci sta: catturare l'attenzione e tenerla alta in uno spettacolo teatrale non è facile, con il Vajont lo è ancora di più perchè si corre il rischio di diventare didascalici.

Tuttavia un eccesso di zelo ha portato l'attore ad alcune inesattezze che, se da un lato hanno sortito l'effetto di catturarla, 'sta benedetta attenzione, dall'altra hanno creato nella gente convinzioni errate che hanno attecchito come la gramigna e, come tale, ancora oggi sono difficili da estirpare. Abbiamo già parlato della cantonata presa col “Vajont = va giù” e col “Toc = pezzo marcio”, non serve tornarvi in questa sede.

Ma quando ho approfondito la figura dei personaggi che a vario titolo sono entrati in questa vicenda ho anche voluto vederci chiaro. E il passaggio di apertura di questo articolo lo trovo abbastanza irriguardoso poiché si tende a far passare uno dei più grandi geologi dell'epoca alla stregua di una barzelletta, di un giullare di corte.

Giorgio Dal Piaz, già figlio d'arte provenendo da una famiglia di illustri geologi, prosegue la medesima strada in un momento in cui la geologia non era ancora una materia a sé stante ma faceva parte della laurea in scienze naturali. Laureatosi in queste ultime, vince la cattedra di geologia all'Università di Catania oltre ad avere già in tasca la libera docenza nella stessa disciplina presso quella di Padova. Dalle sue aule usciranno generazioni di nuovi geologi; le librerie si riempiono di testi scritti da questo professore, testi che diventeranno una “bibbia” per i decenni futuri.

Certo, la geologia di Dal Piaz dei primi del Novecento non è quella dei decenni successivi: nuovi strumenti, nuovi approcci alla materia già 50 anni dopo porteranno Dal Piaz a scontrarsi proprio con uno dei suoi allievi più illustri, quell'Edoardo Semenza che per primo gettò lo zucchero nel serbatoio della SADE facendole grippare il motore: prima con quella storia della frana da 50 milioni di metri cubi sospettata fin dalla fine del 1959, e poi con quella ancora più disastrosa della gigantesca paleofrana stimata addirittura 5 volte più grande e individuata dopo il 4 novembre 1960.

Ed è anche vero che l'approccio geologico di Dal Piaz è di tipo quasi contemplativo, fatto di osservazioni piuttosto che di ispezioni, di “colloqui solitari con la montagna” (come scritto dallo stesso professore) piuttosto che di sondaggi, carotaggi, piezometri, analisi stratimetriche: tutte cose che invece vengono applicate da Edoardo Semenza, Franco Giudici, Leopold Muller. Nel giro di pochi decenni la geologia era passata da una scienza quasi epidermica – in cui il geologo sapeva distinguere a colpo d'occhio le rocce e il loro comportamento – a un crocevia di discipline “consorelle”: ingegneria applicata alla geologia, geomeccanica, geofisica, sismologia e tanto altro ancora. Dal dopoguerra il geologo va dunque dentro le montagne, non bastando più quella conoscenza “druidica” ritenuta valida fino ad almeno gli anni Trenta del Novecento.

Ciò nonostante non sono d'accordo nella descrizione circense fatta dal buon Paolini che, involontariamente, ne svilisce lo spessore culturale e professionale.

Giologo, el dise”...

Non lo dice lui, ma la sua laurea e le due cattedre specialistiche.

Non lo dice lui, ma il decine di monografie pubblicate e studiate. Provate ancora oggi a partecipare a una lezione alla facoltà di Geologia e a fare il nome di Giorgio Dal Piaz....

Barba da frate indovino...”

Con gli occhi di oggi potrei anche essere d'accordo. Con quelli del primo Novecento no. Una barba folta, quasi antesignana di quella di Gandalf, per l'epoca era una sorta di status symbol di saggezza e cultura. Basta guardare le foto di altri illustri cattedratici dell'epoca per rendersene conto.

dalpiazgiovane dalpiazvecchio

Un confronto tra un giovane Giorgio Dal Piaz (1902) e una delle ultime sue fotografie (per la prima si ringrazia Paolo DF per la ricoloratura)

 

Grasso...”

Giorgio Dal Piaz grasso non lo fu mai, anzi. Le poche foto arrivate ai giorni nostri ci fanno vedere un fisico magro, quasi segaligno. Ma soprattutto un fisico anziano, visto che al momento della costruzione della diga era alle soglie degli 80 anni.

Ci viene consegnato quindi un personaggio fondamentalmente antipatico fin dalle prime ore. Un'antipatia che, alla luce di quanto accaduto il 9 ottobre 1963, nell'immaginario collettivo sfocia quasi in dolosa complicità con la società concessionaria per la sua teoria negazionista della paleofrana. Su questo aspetto possiamo discuterne, sebbene nel 1962, già gravemente malato per i postumi di un incidente stradale, avesse cercato di opporsi alla concessione dell'autorizzazione del terzo invaso sperimentale, quello che portò al disastro.

Ma ridurre la sua figura professionale a quella di una barzelletta mi sembra quantomeno irrispettoso, una caduta di stile che io avrei preferito evitare.

Gianmarco Calore

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