Ci sono alcuni aspetti nella storia della diga del Vajont che sono stati scarsamente approfonditi, a causa soprattutto delle lacune nelle notizie riportate dagli organi di informazione di quel periodo. Se poi a queste lacune vogliamo aggiungere un pizzico di involontaria imprecisione storica, ecco che ci vengono consegnate vere e proprie topiche che solo la progressiva digitalizzazione dei vari archivi giornalistici e processuali stanno contribuendo a correggere.

Oggi non parleremo quindi di un aspetto di primo piano della tragedia del 9 ottobre 1963, né sveleremo chissà quale segreto inconfessato. Approfondiremo però un particolare inedito su un aspetto più marginale: personalmente credo sia doveroso, anche nel rispetto degli altri comprimari della vicenda che andremo a raccontare.

Una delle notizie “rivedute e corrette” che ogni tanto rimbalza sui vari gruppi di discussione riguarda quell'incidente stradale occorso a Giorgio Dal Piaz nell'ottobre 1961 mentre stava tornando a casa dal Vajont dopo una presunta inaugurazione della diga. Incidente che lo vide uscirne ferito, con postumi che lo portarono a morte nel successivo mese di aprile. Anche sulla data di tale sinistro – avvenuto nel comune di Vittorio Veneto – non vi era certezza: molti parlano del 1° ottobre ma, come vedremo, si trattò di un giorno diverso. La “vulgata” ci racconta poi di una collisione contro un camion: anche questo non coincide con la realtà dei fatti, almeno per come vengono descritti.

L'incrocio delle vite e delle morti che riguarda questo avvenimento comincia nella mattinata di sabato 14 ottobre 1961 quando a Ivrea il ventottenne Luciano Riconda e la venticinquenne Anita Borgialli – entrambi dipendenti della “Olivetti” – convolano a nozze. Poco si sa della cerimonia, al di là delle foto che saranno pubblicate dal quotidiano “La Stampa” e che ci trasmettono due ragazzi nell'atto di promettersi amore e fedeltà eterni di fronte a un altare. Sappiamo però che il giorno stesso, dopo il pranzo, le bomboniere e i mille auguri di felicità, i due partono per il viaggio di nozze alla volta prima di Venezia e poi delle Dolomiti bellunesi. Luciano è un amante della montagna, fa anche parte del Soccorso Alpino del suo paese: quale migliore occasione per mostrare quelle splendide montagne alla sua consorte? Partono a bordo della Fiat 600 di lui, targa TO 233945, stracarica di bagagli: una scena che infonde tanta tenerezza.

Poco si sa anche della loro permanenza a Venezia. Li ritroviamo però il pomeriggio di martedì 17 ottobre 1961 in direzione Dolomiti: da Venezia, su per la s.s. 51 attraverso la “Cavallera”, quella strada fitta di tornanti che dal Fadalto immette in direzione Cortina d'Ampezzo. Per il momento lasciamoli lì e spostiamoci altrove.

Andiamo alla diga del Vajont. Diciamo subito che quel 17 ottobre non c'è stata nessuna inaugurazione ufficiale del manufatto; solo Edoardo Semenza nei suoi diari usa questo termine, probabilmente con un'accezione diversa da quella che usiamo noi oggi; in ogni caso, nelle cronache dei giornali di quei giorni non viene riportato alcun accenno ad alcuna inaugurazione della diga del Vajont, la diga a doppio arco più grande del mondo, di cui si sarebbe parlato per gli anni a venire; Edoardo fa però riferimento alla presenza della commissione di collaudo, salita al Vajont per altre ragioni. Tra l'altro quel 17 ottobre è un comune giorno feriale, un giorno atipico per un'inaugurazione ufficiale che avrebbe richiamato autorità e invitati da tutta Italia, se non addirittura da tutta Europa; oltretutto in quel periodo lassù i problemi sono altri, a partire dalla gigantesca frana che si è messa in moto sul versante sinistro dell'invaso e che la società committente – la SADE – sta sforzandosi di addomesticare. Ormai verso la fine del 1961 è chiaro per tutti che una frana cadrà. Come e quando è ancora da stabilire. Appena il 5 ottobre precedente si erano conclusi i lavori di costruzione della galleria di sorpasso tanto voluta da Carlo Semenza (che morirà di lì a pochi giorni stroncato da un malore), uno scavo in galleria di quasi 2 km realizzato in fianco destro tra febbraio e settembre precedenti per garantire comunque la funzionalità dell'impianto anche se una frana ne avesse diviso in due il bacino: forse è anche per questo che al cantiere è presente la commissione di collaudo. Altro che inaugurazione...

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Ecco ciò che accadde quel 17 ottobre 1961 alla diga del Vajont

 

Quel giorno su in diga si deve essere tenuta invece una delle tante riunioni tra ingegneri; i geologi hanno fatto la loro parte, adesso tocca ad altri gestire il problema. In quell'anno infatti Giorgio Dal Piaz non è più il geologo della SADE, ma un semplice consulente, una carica da lui elemosinata per arrotondare la misera pensione di docente universitario e la scarsità di inviti a conferenze e convegni; carica che viene accordata dal buon Semenza nel nome della loro vecchia amicizia.

Di quella riunione non è dato conoscerne i contenuti. Sta di fatto che, poco dopo le 15, i vari professionisti si accomiatano; Giorgio Dal Piaz approfitta di una macchina della SADE per tornare a Venezia e da lì alla sua casa di Padova. La vettura è una potente Fiat 2100 colore ministeriale, targa VE 45391. Alla guida l'ingegnere della società Luigi Turini, di 51 anni. Oltre a loro, risultano come passeggeri anche l'ingegner Dino Tonini, l'ingegner Francesco Sensidoni (quest'ultimo non citato in articolo di stampa ma nominato in altre fonti dirette) e il prof. Pietro Frosini, tutti componenti della commissione di collaudo.

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Un esemplare di Fiat 2100

Il destino fa incrociare la 600 degli sposini con la potente berlina alle 15:45 a Vittorio Veneto, all'incrocio tra viale Cavallotti e la strada statale per Venezia, in corrispondenza di un crocevia oggi non più esistente. Quel giorno il tempo è stato inclemente, con pioggia battente e temporali che hanno reso le strade viscide. Alla base dell'incidente tra le due vetture c'è stata sicuramente un'omessa precedenza da parte dell'utilitaria torinese, ma anche la forte velocità con cui la berlina della SADE stava scendendo verso valle, diretta verosimilmente in aeroporto dove i componenti della commissione avrebbero dovuto prendere l'aereo per Roma.SPOSI1

(credits quotidiano La Stampa)

Oggi, con le vetture piene zeppe non solo di elettronica, di servoassistenza nelle frenate e di protezione passiva dei passeggeri, ma anche decisamente più robuste, con carrozzerie a deformazione progressiva concepita per dissipare verso l'esterno l'energia cinetica provocata da una collisione, gli occupanti dei mezzi ne sarebbero venuti fuori soltanto contusi. Ma all'epoca nelle macchine non esistevano nemmeno le cinture di sicurezza; ciascuna di esse non era altro che una scatoletta di metallo con 4 ruote, un motore e l'immancabile “santino” con la scritta ammonitrice “Vai piano!”, unica protezione cui votarsi quando ti mettevi in viaggio. Tutti gli urti non trovavano altra via di scarico che verso l'interno, sugli elementi più deboli: gli occupanti. E vogliamo parlare delle condizioni delle strade del 1961? Grazia ricevuta la presenza dell'asfalto, spesso consunto e pieno di buche; se poi pioveva, si formavano pericolose pozzanghere che aggiungevano problemi a problemi.

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(credits quotidiano La Stampa)

 

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(credits quotidiano La Stampa)

La collisione tra i due veicoli è violentissima, come testimoniato alla Polizia Stradale dai molti pedoni in attesa di attraversare l'incrocio: la “2100” arriva sparata, si vede la strada tagliata dalla “600”, l'autista tenta una disperata quanto vana frenata ma colpisce l'utilitaria in pieno all'altezza dello sportello lato conducente. Quest'ultimo riporta lesioni gravissime che lo faranno spirare poco dopo all'ospedale di Vittorio Veneto. La sua sposa viene proiettata invece nei sedili posteriori tra borse e valigie, molte delle quali saranno sparpagliate in strada dall'urto: riporta lesioni importanti che la mettono in pericolo di vita, ma della sua sorte non vi è traccia, salvo un cenno in cronaca al suo leggero miglioramento nei giorni successivi, anche se altre fonti secondarie la indicano come deceduta nelle settimane a venire. Gli occupanti della “2100” sembrano invece non riportare ferite gravi, parlando il giornale solo di “lievi escoriazioni” per le quali saranno dimessi in giornata. Ma evidentemente i postumi di quello scontro per Dal Piaz si faranno sentire dopo.

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( credits quotidiano La Stampa)

E il camion?

Quello stesso anno Giorgio Dal Piaz era già sopravvissuto a un brutto incidente stradale avvenuto sabato 29 aprile nei pressi di Quero, lungo la statale “Feltrina”, all'altezza della galleria chiamata “Col del Vent”, una vecchia galleria ferroviaria convertita a galleria stradale dopo che la vecchia strada ferrata era stata spostata un po' più a monte. La dinamica, piuttosto complessa, la potete leggere nel seguente articolo, pubblicato dal Gazzettino il giorno successivo. Dal Piaz era uscito contuso, ma con una prognosi molto contenuta che gli aveva consentito di tornare alle sue occupazioni dopo poco tempo. Tuttavia quello che salta all'occhio è la presenza del famoso camion contro cui si schiantò la macchina del geologo: negli anni successivi, per qualche motivo è stata fatta una “fusione” tra i due incidenti, ed ecco spiegata la presenza del mezzo pesante collocato erroneamente sulla scena di Vittorio Veneto.

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L'articolo pubblicato su Il Gazzettino

 

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La galleria "Col del Vent" all'epoca della prima guerra mondiale quando era adibita al transito ferroviario (ricolorata da Paolo DF)

Il resto è storia nota.

Il 31 ottobre muore Carlo Semenza, l'unico che probabilmente avrebbe avuto la forza di fermare il progetto Vajont. Il 20 aprile successivo, proprio in dipendenza delle ferite riportate nell'incidente di Vittorio Veneto, muore anche Giorgio Dal Piaz del quale – per onore delle armi – va detto come dal letto di convalescenza avesse cercato di impedire l'inizio di quella tragica terza prova di invaso che non sarebbe mai stata ultimata.

In tutto questo appare strano che la notizia dell'incidente sia stata pubblicata da un quotidiano la cui sede redazionale era lontana centinaia di chilometri dal posto; e che viceversa sul Gazzettino – la cui sede ne distava appena qualche decina – non sia stato invece apparentemente riportato nulla. Forse perchè la SADE era azionista di quel quotidiano? Sì, lo so, la domanda è retorica...

Gianmarco Calore

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